La narrativa della colpa: un’alba senza tramonto? Riflessioni critiche sul “vecchio uomo bianco”

16 gennaio 2020
Editoriale Open Society
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Chi scrive non è un linguista, ma ama riflettere sul senso delle parole e tenta di coglierne il significato profondo. Frequenti sono infatti pericolosi slittamenti semantici. Pericolosi, perché nulla è più fuorviante che descrivere un fatto o definire una cosa con il termine sbagliato attraverso parole che designano altro; pericolosi, perché più persone usano parole diverse per intendere la stessa idea e perché più persone possono usare la stessa parola con contenuti diversi. L’effetto è davanti agli occhi di tutti: una società esasperatamente (e talvolta inutilmente) aggressiva, quando si tratta, forse, di chiarirsi sul significato delle parole.
Cos’hanno in comune la presenza di truppe occidentali in Afghanistan, il mulesing sulle pecore in Australia e il forced-swim-test, cui vengono sottoposti topolini in numerosi laboratori?
Si tratta in tutti e tre i casi di suprematismo. Intendendo con queste parole non un preciso movimento artistico (legato al pittore Malevič), all’interno delle avanguardie artistiche sovietiche attive nei primi decenni del XX secolo. Intendendo invece una (conscia/inconscia) percezione di sé e del proprio gruppo, come superiore e legittimato a dettare le regole, indipendentemente dai danni, materiali o psicologici, inferti a soggetti terzi sottomessi.
Nel primo caso l’Occidente, portatore di più alti e raffinate elaborazioni politico-costituzionali, impone alle tribù locali il ricorso a meccanismi elettorali per soluzioni parlamentari, che sono però estranee alla linea di pensiero di popolazioni che non hanno conosciuto J. Locke (teorico, come noto, del diritto di resistenza), il costituzionalismo inglese e in genere il razionalismo giuridico francese. Perché imporre una visione culturale? Vi è qualcosa che stride nelle immagini dall’Afghanistan: popolazioni locali chiamate a votare con metodo che in Occidente si definisce democratico, ossia con un voto il cui peso è paritario fra tutti i votanti. Ma questo metodo è stato colà calato dall’alto: in quell’ambiente non sono maturate certe categorie. È stata così imposta una costituzione scritta, che introduce un regime parlamentare bicamerale; ma nelle elezioni presidenziali di fine settembre ha votato meno del 25% degli aventi diritto. La Corte Suprema è formata da nove giudici, ma la maggioranza delle cause viene affidata ai consigli degli anziani che decidono secondo (rispettabili) tribali tradizioni.
Francamente l’impressione è quella di un trapianto forzato, che non tiene conto della Storia di quel popolo. La finalità è comprensibile. ovvero esportare la democrazia, l’insensibilità però risalta.(Interessanti le riflessioni di T. Groppi, “Occidentali’s Karma? L’innesto delle istituzioni parlamentari in contesti ‘estranei’ alla tradizione giuridica occidentale” in Federalismi.it, 6 marzo 2019).

Nel secondo caso si tratta di una brutale violenza su animali, tosati con spietata brutalità per privilegiare una rapidità imprenditoriale nell’interesse delle multinazionali che sfruttano la vendita di una certa tipologia di lana. Perché umiliare la sofferenza di esseri senzienti?
Nel terzo caso si deve assistere a disperanti esperimenti in laboratorio su animali indifesi, collocati in spazi stretti, riempiti di acqua per testare la durata della sopravvivenza e misurarne l’intensità del senso di angoscia.
Cosa hanno in comune le statue di Cristoforo Colombo, i ritratti di premi Nobel in medicina e il pensiero di Platone? Si tratta in tutte e tre i casi di spunti per iniziative che si definiscono anti-razziste.
A Buenos Aires (casualmente poco dopo l’elezione a Roma di Bergoglio), poi a Los Angeles e in altre città degli Stati Uniti sono state rimosse le statue dedicate a Cristoforo Colombo, perché reputato responsabile di genocidio; a New York il sindaco de Blasio ha proposto di cambiare nome a Columbus Circle, la piazza antistante Central Park.
A Boston (Mass.) nel Bernstein Family Asmphitheater del Brigham and Women’s Hospital della Rockfeller University sono stati rimossi 11 ritratti degli insigniti di premio Nobel per la medicina o del parimenti importante Lasker Award, che avevano studiato e insegnato in quell’università, giacché (maschi e) bianchi. E l’attenzione si sta spostando sulla Yale School of Medicine, dove sono appesi 55 ritratti (solo 3 donne), tutti bianchi.
La Student Union della londinese School of Oriental and African Studies (SOAS), fondata nel 1916, sostiene la necessità di abolire Platone, Cartesio e Kant (“dropped from the curriculum”) perché bianchi: “our minds are colonised”. E dr. Deborah Johnston, pro-director (learning and teaching) sostiene che “una delle forze dello SOAS risiede nell’aver privilegiato sempre le prospettive delle regioni che studiano” (cioè Asia, Africa e Medio Oriente). Rafforza la sua argomentazione: “…bisogna decolonizzare i nostri corsi”. Negli Stati Uniti solo quattro fra le 52 principali università includono ancora Shakespeare nel corso di letteratura inglese. In Sudafrica, come riporta The Times (ripreso da Il Foglio del 31 marzo 2017) il ministro dell’Istruzione, Angie Motshekga, ha manifestato l’intenzione di sostituire Shakespeare con poeti africani..

Ma cosa viene offerto come asse concettuale alternativo a Platone? Quel Platone la cui αρετή (virtù) ingloba sia la παιδεία (intesa come educazione della coscienza dell’essere umano), che la πολιτεία (organizzazione dello Stato secondo giustizia). Ad ammettere tale auspicio, di esclusione dello studio “acritico” di Platone, come avrebbe potuto, a sua volta, Aristotele costruire la sua Metafisica?
Si vuole scardinare la porta d’accesso alla filosofia: bene, ma cosa (cioè quale perno nuovo) regge la porta di una nuova Logica? Come comprendere il rovesciamento del dualismo platonico (fra forma e materia, fra universale e individuale, fra immobilità e movimento) se si omette Platone? A quel punto, in intima coerenza, se si opera il drop out di Aristotele, per conseguenza scompare pure la politica culturale dei padri domenicani, così sensibili al pensiero aristotelico, che espresse il fattore culturale più importante nell’Europa del XIII secolo, per l’esattezza a partire dagli anni ‘50,allorché la Chiesa riuscì a conciliare Logica e Metafisica con la dogmatica cristiana. Insomma, una volta esclusi dai piani di studio questi monumenti della cultura, perché bianchi, su quali assi concettuali si costruisce la società del futuro?
Nella scacchiera della psicologia umana la casella ‘suprematismo’ si colloca a fianco della casella ‘razzismo’. Anche di esso bisogna preliminarmente dare una definizione, proprio per evitare il problema menzionato in apertura: quello di dare significati diversi allo stesso lemma. Una definizione esprime l’asse di rotazione di ogni ragionamento ed è necessaria come il perno di una porta, senza il quale la porta non regge e non gira. Si può assumere con serenità a parametro per la definizione di razzismo quella che fornisce (in un Tweet del 17 settembre 2019) la fondazione di Berlino “Amedeu Antonio”che riceve finanziamenti dal ministero federale per la Famiglia per vari progetti: ad esempio, 115 milioni di euro per uno finalizzato a “vivere la democrazia” ed è molto attiva sul versante dei diritti umani e in particolare nel campo del razzismo: “è una ideologia che sminuisce gli esseri umani in forza di elementi esteriori, del nome, della cultura, della provenienza o della religione. In Germania colpisce uomini non bianchi [“…In Deutschland betrifft das nicht-weiβe Menschen”], che, quali non tedeschi, potrebbero essere considerati non appartenenti.

Ebbene, sorge una riflessione: l’esclusione dei bianchi, quali potenziali soggetti passivi di razzismo, giacché numericamente in maggioranza in Germania, induce a pensare – seguendo con rigore quello schema logico – che in Sud Africa i bianchi non possono ontologicamente esser razzisti, essendo numericamente in minoranza. Emerge una crepa nella definizione, che appare unilaterale.
Quelli dapprima evocati son episodi non isolati che rientrano in un mosaico molto più ampio di iniziative fra loro coerenti e tutti finalizzate alla delegittimazione del “vecchio uomo bianco”.

So far, so good: direbbe chi ama le scorciatoie. Viviamo in un’epoca senza limiti, nella quale il senso di colpa del “vecchio uomo bianco” risolve ogni problema. La strada è facile. Diviene più impervia, quando si scandaglia con il necessario rigore le definizioni di razzismo e di anti-razzismo.

Gli uni episodi (di suprematismo) e gli altri (di asserito anti-razzismo) si alimentano dalla e sostengono la narrativa della colpa. Il senso di colpa è collettivo, anche perché il senso del peccato individuale si è dissolto.

Ma fino a qual punto tale narrativa è fondata? Un esempio può forse chiarire il problema della non dilatabilità oltre misura della responsabilità: il nazismo è responsabile diretto dell’olocausto (e su questa immane tragedia non c’è tesi negazionista che regga). Il nazismo ha trovato alimento dalla crisi finanziaria della Repubblica di Weimar, le cui radici possono in buona parte essere cercate nel trattato di pace del 1919: tuttavia, ciò non vuol dire che Lloyd George, Clemenceau, Wilson e Orlando siano responsabili dei campi di sterminio.
Merita attenzione una dichiarazione fornita dalla scrittrice Alice Hasters il 20 ottobre di quest’anno a Francoforte, in occasione della Buchmesse. Ella -che definire ‘di colore‘ potrebbe esporre a qualche (infondata) imputazione…- pronuncia le seguenti parole “gli uomini bianchi, anche se ispirati dalle migliori intenzioni, sono comunque portatori di razzismo… è importante che le persone bianche ammettano di essere parte di un sistema razzista… la cosa migliore che possono fare è ammettere il razzismo e non tentare di essere un’eccezione”. [“Auch wenn sie gute Absichten haben, trotzdem Rassismen in sich tragen… es ist wichtig, daβ auch weiβe Personen anerkennen, daβ sie Teil des rassistisches Systems sind… das beste was sie tun konnen, ist Rassismus anzuerkennen und nicht versuchen, die Ausnahme zu sein”]. (Dichiarazione ripresa dalla tv di Stato Ard e riprodotta in un tweet Ard-Buchmesse del 20 ottobre ’19. Il giorno prima, 19 ottobre, da un tweet della Neue Zürcher Zeitung si ricava che il calciatore turco Mesut Özil, già titolare nella nazionale tedesca di calcio, dopo un fallimentare mondiale, nel 2018, nel quale non aveva affatto brillato – per cui è stato criticato -, si è lamentato di esser considerato “tedesco” quando la squadra vince, ma “immigrato” quando la squadra perde. Si è apertamente lamentato di discriminazione razzista).

E non è tesi isolata, rientrando in una “corrente di pensiero” che mira ad evidenziare la ‘critical whitness’.

Viene da chiedersi se tali iniziative -coerenti fra loro e convergenti- favoriscano il superamento di ogni forma di razzismo nella società. Ad esempio, Rashida Tlaib, neo-deputata nella Camera dei Rappresentanti a Washington D.C. per il Michigan, al termine di una visita ad un centro di polizia di Detroit, ha dichiarato che l’uso del software per l’identificazione facciale debba esser riservato solo agli afro-americani per il riconoscimento dei volti afro-americani.

Le tesi a sostegno dell’abbattimento delle statue; della rimozione dei ritratti dei premi Nobel e del dropping out di W. Shakespeare, G. Chauser, J. Milton e Platone dai corsi umanistici rispondono ad un’impostazione che non si vuole contestare: giacché argomentata, è legittima. Ci si chiede solo se non esprimano moduli comunicativi deformanti e in qual misura concorrano a superare gli odiosi fenomeni di razzismo.

L'autore

Romano Ferrari Zumbini è titolare di Storia del diritto presso la Luiss, dove ha insegnato Storia delle codificazioni moderne e Storia delle costituzioni, e dove è anche docente presso la School of Government


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