Vizi, virtù e una contraddizione di fondo nell’accordo commerciale di Trump con la Cina. Parla Bastasin

17 gennaio 2020
Intervista Open Society
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Domanda. La firma della “fase uno” dell’accordo commerciale tra Stati Uniti e Cina, avvenuta ieri a Washington, segna uno spartiacque dopo almeno due anni di tensioni commerciali e diplomatiche tra le due superpotenze globali?

Bastasin. Per usare una felice espressione degli Americani, direi che Washington e Pechino erano a un passo dall’abisso e hanno deciso di spostare l’abisso un po’ più in là. Voglio dire che, al netto degli annunci, non mi sembra che le due parti si siano ancora spostate di molto dalle loro posizioni originarie, quantomeno sui temi principali. Parlerei insomma di una tregua armata. Quanto ai contenuti, di cui veniamo piano piano a conoscenza solo in queste ore, evidenzio da parte cinese l’impegno a importare beni e servizi “made in USA” per un valore aggiuntivo di 200 miliardi di dollari nei prossimi due anni, un tentativo dunque di correggere i classici squilibri di bilancia commerciale tra i due Paesi. Sembra che i Cinesi concederanno qualcosa anche sul fronte del rispetto della proprietà intellettuale, con una stretta sugli abusi. Si tratta del punto più importante – e difficile da controllare – nella vera competizione tra Usa e Cina: quella sulla leadership tecnologica. Da parte americana, c’è stata la decisione, presa alla vigilia della firma, di togliere la Cina dalla lista di quei Paesi che manipolano la loro valuta per avvantaggiarsi sul mercato.

Domanda. Cosa manca invece in questa intesa?

Bastasin. Il vero nodo, ai nostri giorni, non è più quello del deficit commerciale di un Paese come gli Stati Uniti, ma per esempio l’esito del programma di investimenti nelle tecnologie avanzate lanciato dalla Cina e ribattezzato “Made in China 2025”. Il problema di lungo termine, per gli Stati Uniti ma direi per tutto l’Occidente, è la gara ingaggiata da Pechino su fronti di ultima generazione come l’intelligenza artificiale e le tecnologie di comunicazione. L’America e l’Europa si stanno attrezzando per rimanere al passo? Per il momento sono scettico perché mi sembra che sia già troppo tardi. Temo che, di fronte a un eventuale dominio cinese che colga di sorpresa i governi occidentali – come è avvenuto nel caso del 5G – la risposta possa portarci a uno “Splinternet”, cioè una separazione del web e di altri ambiti di utilizzo della tecnologia tra Stati Uniti e Cina: la creazione di due mondi paralleli con diversi standard riguardo il rispetto dei diritti e della privacy.

Domanda. Chi si avvantaggerà di più di questa intesa nel breve termine invece?

Bastasin. Anche se il livello delle tariffe Usa sulle merci cinesi – perfino dopo l’accordo – è sei volte più alto di quanto non fosse nel 2017, ne beneficeranno tutti i mercati e quindi di riflesso anche la congiuntura economica europea. Mi spiego. Le tensioni degli ultimi due anni hanno creato incertezza sul futuro delle catene globali del valore. Chi doveva investire è rimasto fermo, aspettando di capire in quale Paese e in quale settore fosse ragionevole mettere le proprie risorse. Non si sono solo azzerati gli investimenti cinesi in America e ridotti fortemente quelli americani in Cina, ma sono stati colpiti anche i programmi di espansione di tutti i Paesi esportatori, a cominciare dalla Germania. Con la firma della fase uno dell’accordo commerciale tra Washington e Pechino, un po’ di questa incertezza viene ridotta per qualche tempo, e questo è un bene. Per il Presidente americano, Donald Trump, si tratta di una discreta vittoria. Non soltanto simbolica. Dopo l’accordo infatti la crescita del Pil americano per quest’anno sarà plausibilmente rivista marginalmente al rialzo e non è poco per Trump che il prossimo 3 novembre si gioca la rielezione alla Casa Bianca. A questo proposito, osservo che anche tra i Democratici è molto popolare la protezione della manifattura e dell’agricoltura degli Stati Uniti dalla concorrenza cinese. Se a novembre fosse eletta la democratica Elizabeth Warren alla Casa Bianca, per dire, non credo che su questo fronte vedremmo chissà quali cambiamenti.

Domanda. L’America ha forse trovato il metodo giusto per trattare alla pari con la Cina, metodo che l’Europa sta ancora cercando?

Bastasin. Questo accordo è caratterizzato da una contraddizione di fondo. Da anni i Paesi occidentali chiedono a Pechino di lasciare un po’ più di libertà agli “spiriti animali” del capitalismo, di far arretrare lo Stato regolatore e autoritario e di far avanzare mercato e Stato di diritto. Adesso però Washington firma un accordo che spinge Pechino ad acquistare più beni e servizi americani. Insomma, di fatto stiamo esortando il Partito comunista cinese ad intervenire di più nell’economia nazionale per indirizzare acquisti e produzione in un certo modo, probabilmente accentuando il ruolo delle State-owned Enterprises. Se l’obiettivo era di far assomigliare di più l’economia cinese a un’economia di carattere occidentale, involontariamente Trump la sta spingendo in direzione opposta. La mia previsione è che maggiori saranno le tensioni – di ogni tipo, sia commerciali sia strategiche – tra Stati Uniti e Cina e più quest’ultima si allontanerà dal modello atlantico.

intervista a

Carlo Bastasin, Senior fellow della Luiss School of European Political Economy (Roma) e di Brookings Institution (Washington), autore di “Viaggio al termine dell’Occidente” (Luiss University Press)


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