Perché brucia ancora l’orrendo fuoco dell’antisemitismo

20 gennaio 2020
Libri Letture Open Society
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L’antisemitismo è tornato, scrive Deborah Lipstadt, o meglio non è mai scomparso. Ma da dove viene questo antisemitismo di oggi, da molti definito “nuovo”, dalla destra o dalla sinistra? Che cosa lo caratterizza maggiormente: il suo legame con l’antisionismo o quello con il razzismo e il neonazismo?

E come combatterlo? Queste le domande che l’autrice si pone. Perché, anche se il libro, sottolinea, non vuole essere una chiamata alle armi, è comunque un appello ad agire. E ogni azione, scrive Lipstadt, prima di essere compiuta, richiede conoscenza e comprensione. Di qui, l’analisi delle forme assunte oggi dall’antisemitismo, delle loro radici, del contesto in cui si affermano e crescono. L’antisemitismo, premette l’autrice, pur essendo precipuamente rivolto contro gli ebrei, non riguarda solo loro, e non ha solo loro come bersaglio. Perché l’esistenza del pregiudizio, sotto tutte le sue forme, è una minaccia a ogni società inclusiva, democratica e multiculturale: “Quando le espressioni di disprezzo nei confronti di un gruppo diventano la norma, è praticamente inevitabile che un odio analogo sia diretto ad altri gruppi”. E ancora, quando l’odio si riversa su altri gruppi, su altre minoranze, è inevitabile che prima o poi finisca per ricadere anche sugli ebrei. Questioni fondamentali e quanto mai attuali, nel momento in cui l’antisemitismo, sia a destra che a sinistra, sembra per la prima volta dal dopoguerra potersi manifestare alla luce del sole. Un libro in molte parti provocatorio, destinato a suscitare anche in Italia attenzione e dibattito. Un libro inoltre che invita il lettore a trovare risposte, più che fornirgliene di già pronte. Nonostante la sua caratterizzazione che potremmo definire impegnata, il libro non è un pamphlet, anche se si differenzia notevolmente dalle precedenti opere dell’autrice, tutte a rigorosa caratterizzazione accademica. È uno scritto pacato, riflessivo, come sottolineato anche dalla sua struttura epistolaria e dialogica. Un libro che vuole convincere, non vincere, che è sempre razionale, mai prevaricatore. Il dialogo presentato, ovviamente fittizio, è con due personaggi immaginari: una sua studentessa ebrea, politicamente una liberal, tormentata da dubbi e problemi, e un collega non ebreo, molto vicino agli ebrei ma anch’egli assillato da perplessità e domande. Il terreno privilegiato di riferimento è quello inglese e americano, il tempo è quello di oggi, fino al 2018, dopo i primi anni della presidenza Trump. Sullo sfondo, Israele, vista soprattutto attraverso le discussioni nei campus universitari statunitensi, e ancor più distante l’Europa, considerata più nei vari Paesi che la compongono che come un’entità unica.

Ma possiamo forse ricondurre questa distrazione di Deborah Lipstadt sull’esistenza dell’Unione Europea al fatto che il libro nasce in un contesto politico e culturale molto lontano da quello dell’Europa unita e delle sue difficili problematiche: quello americano della presidenza Trump e degli scontri nei campus universitari sul BDS (il movimento di boicottaggio ai danni di Israele), che l’autrice ben conosce per il suo insegnamento nell’Università di Emory, oltre che quello inglese, che ha visto da vicino durante il processo contro Irving e di cui ha assaporato ogni sfumatura di ostilità antiebraica. Di qui, l’attenzione dedicata all’antisemitismo del Labour Party di Corbyn, un antisemitismo che, quando il libro era già stato pubblicato in Inghilterra, è divenuto ancora più visibile con le denunce del rabbinato inglese e di una parte stessa del Labour e con la catastrofe elettorale del partito. Non sappiamo se Corbyn sia personalmente, in tutto o in parte, antisemita, afferma Lipstadt, ma certo è un “facilitatore” dell’antisemitismo, direttamente responsabile della legittimazione e dell’esplicitazione dell’ostilità antiebraica. Altrettanto rigorosa, netta e appassionata è la parte dedicata all’antisemitismo nella destra dell’era Trump. Come Corbyn, Trump è un “facilitatore” dell’antisemitismo, scrive Lipstadt. La sua denuncia è netta e senza appello. Lipstadt analizza le teorie e le pratiche violente dei suprematisti bianchi, elenca le violenze, gli attentati alle sinagoghe, le ambiguità delle risposte del presidente Trump a eventi gravissimi come quello di Charlottesville, nel 2017. “Trump” conclude “non ha creato questi gruppi estremisti di suprematisti bianchi o i sentimenti a cui sono fedeli, ma ha permesso a questi geni abominevoli di uscire dalla lampada.” Non identico ma assai vicino all’ antisemitismo della sinistra inglese è quello diffuso nella sinistra americana, in particolare nelle sue università. Tutto di marca BDS, cioè volto a boicottare Israele, questo antisionismo si trasforma spesso e volentieri in antisemitismo, collegandosi alle tesi che negano allo Stato di Israele il diritto all’esistenza, e non soltanto criticando, sia pur duramente, la politica del suo governo. Nelle università, esso si collega in particolare ai post-colonial studies. Con il suo radicale estremismo, il BDS finisce però per boicottare in Israele proprio i nemici più decisi della politica di Netanyahu, il mondo delle università, facendo in sostanza, potrei aggiungere, un favore alle destre israeliane. Le critiche che la sinistra radicale americana rivolge a Israele si estendono agli ebrei in generale, trasformando in antisemitismo il suo antisionismo. Gli ebrei, come gruppo considerato privilegiato, non possono essere considerati vittime, si sostiene, di fatto negando la Shoah o minimizzandola.

 

Il presente testo è tratto dalla postfazione di Anna Foa al volume “Antisemitismo” di Deborah Lipstadt pubblicato dalla Luiss University Press (gennaio 2020)

Antisemitismo

Una storia di oggi e di domani

Deborah Lipstadt
Luiss University Press

Scheda

L'autore

Anna Foa è docente di Storia moderna all’Università Sapienza di Roma. È autrice di diversi libri tra cui La famiglia F (Laterza, 2018) e Portico d’Ottavia (Laterza, 2015).


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