Il ruolo dell’uomo nell’era digitale: guida filosofica alla conservazione umana

2 marzo 2020
Libri Letture Open Society
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Le grandi scoperte scientifiche e l’avanzamento tecnologico sono spesso accompagnati, nella storia del genere umano, da una sensazione di ineluttabilità, dalla convinzione che nulla sarà come prima e da un certo timore per l’imminente cambiamento. Non a caso è frequente l’impiego del termine “rivoluzione” per definire questi eventi: si pensi  alla rivoluzione scientifica, a quella industriale e, venendo a tempi più recenti, alla rivoluzione digitale.
L’inquietudine connessa a rivolgimenti di tal sorta si ritrova sublimata in forma artistica e nel mito. È il caso ad esempio dello sventurato Prometeo, condannato a un orrendo supplizio da Zeus per aver fatto scoprire il fuoco agli uomini: egli fu incatenato a una rupe e ogni giorno un’aquila gli divorava il fegato, che prodigiosamente ricresceva sempre, affinché la tortura potesse ricominciare.
Se il mondo antico sembra presentare una certa avversione nei confronti dell’innovazione, quando non aperta ostilità, la storia delle idee ci insegna che il progresso – non solo conoscitivo, nel senso di ampliamento delle conoscenze, ma anche sociale ed etico, relativo all’organizzazione della società e ai modi del comportamento morale – è stato nel corso dei secoli ampiamente riconosciuto e celebrato, tanto da assumere una dimensione programmatica nell’Illuminismo, come espresso da Immanuel Kant nella ben nota risposta alla domanda “che cos’è l’Illuminismo?” (1784): “È l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a se stesso […]. Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza! Questo è il motto dell’Illuminismo”.

La diversità di approcci nei confronti del progresso si è mantenuta sino ai giorni nostri, con i grandi cambiamenti dell’epoca digitale che vengono ora salutati come conquiste straordinarie, ora denunciati come la fine del dominio umano sul mondo e l’inizio di quello delle macchine. Il presente volume di Nicholas Agar serve da guida per orientarsi nel dibattito sul tema, per capire in cosa consista la cosiddetta “Rivoluzione digitale”, come vada collocata nella prospettiva di lungo corso della storia dell’umanità e per conoscere più da vicino le intelligenze artificiali e il valore dei dati, da molti osservatori ritenuti la più grande risorsa dell’immediato futuro, in grado di alterare gli equilibri di forza globali e stravolgere la distribuzione di ricchezze. Quello che abbiamo tra le mani non è pero un semplice manuale ma una guida “filosofica”, volta a problematizzare più che a offrire semplici soluzioni, attraverso l’esercizio di una ragione critica che mette in dubbio le certezze acquisite e i pregiudizi e formula una valutazione analitica delle trasformazioni sociali in atto. È un libro che non semplifica, ma anzi complica le cose per condurre il lettore lungo una consapevole riflessione su tematiche di grande attualità. Secondo Agar (professore di etica alla Victoria University di Wellington), tale compito caratterizza l’attività dei filosofi, che egli descrive come “generalisti accademici”, cioè persone con le “competenze intellettuali necessarie a integrare […] informazioni di tipo diverso in un approccio coerente alle trasformazioni sociali”. Il bisogno di figure professionali di questo tipo, in grado di abbinare a una solida preparazione specialistica la capacità di muoversi trasversalmente, dialogando con esperti di diversi settori e facendo interagire le loro competenze, è crescente non solo in ambito filosofico, ma anche in quello manageriale, economico, giuridico, politico.

Infatti, in un mondo in cui complessità e interdisciplinarità crescono a dismisura, è necessario aprirsi a rapporti di complementarità, integrazione e interazione. Temi centrali di questo volume sono il ruolo degli uomini nell’Era digitale e il possibile predominio delle intelligenze artificiali rispetto all’agentività umana. La tesi che l’autore avanza, senza abbandonarsi a una facile fiducia nelle potenzialità della tecnologia, è che gli eventuali (e persino probabili) squilibri introdotti nella società dallo sviluppo del digitale potranno essere contrastati, se si saprà promuovere l’umanità come valore e costruire così una dimensione sociale positiva della tecnologia, malgrado la tendenza totalizzante di quest’ultima (che potrebbe addirittura condurre all’estromissione degli esseri umani dall’economia, a vantaggio di macchine più efficienti, rapide, precise e dai costi inferiori).
Bisogna però riconoscere che siamo già nell’Era digitale. Se il temuto (o atteso) avvento delle macchine non c’è ancora stato, viviamo nondimeno in un’epoca in cui molte delle nostre azioni quotidiane fanno affidamento su dispositivi tecnologici per essere portate a termine. La comunicazione, ad esempio: lo scambio di informazioni, la circolazione di notizie, persino le più banali interazioni avvengono per il tramite di strumenti digitali. Ad ogni click, swipe o like, trasferiamo qualcosa che ci riguarda – dettagli personali, preferenze, gusti, inclinazioni, materiale più o meno sensibile che ci racconta, o che descrive quello che facciamo, sentiamo, viviamo: dati, insomma, il cui valore potrà presto superare quello del petrolio.
Eppure non sappiamo con precisione chi conserva questi dati, come li usa e a quale scopo. Possiamo affidare le nostre vite e speranze agli algoritmi? Saranno le macchine a decidere se possiamo aprire un mutuo, sottoscrivere un’assicurazione sanitaria, o quali medicine o cure assegnarci? Come essere certi che le macchine non saranno programmate per ingannarci, o addirittura truffarci? Il rischio di un autoritarismo digitale non è più una remota fantasia, ma il concreto corollario di una realtà emergente. Ci attende forse un avvenire in cui saremo come gladiatori in un’arena, di fronte a un algoritmo-imperatore che deciderà della nostra vita e della nostra morte con un pollice verso? Se così sarà, come implorare pietà dinnanzi a un algoritmo, come presentare circostanze attenuanti, che rendano più clemente il suo verdetto? I gladiatori facevano affidamento sulla pietas degli imperatori, ma sembra difficile poter contare su un sentimento così umano quando si ha a che fare con le macchine. Conservare l’umanità anche nell’era digitale, o almeno rendere quest’ultima più umana, può allora essere l’unica via di uscita da questo apparente vicolo cieco: “Finché l’idea di umanità dimostrò la propria forza primitiva” scriveva Carl Schmitt “i suoi rappresentanti trovarono anche il coraggio di perseguirla con inumana grandezza”. L’uomo è stato autore delle innovazioni tecnologiche alla base delle più importanti rivoluzioni scientifiche: è stato inventore e innovatore.

La sfida è dunque di continuare a esserlo rimanendo sé stesso, senza perdere il senso ultimo della dignità dell’uomo quale portatore di valori non riproducibili dall’automazione delle macchine. È a questo aspetto che facevano appello i gladiatori morituri rivolgendosi alla clemenza dell’imperatore, ed è in esso che ritroviamo uno slancio capace di contrastare persino il volere divino, come ancora Schmitt racconta nella descrizione di un drammatico momento del Giudizio universale (scena che egli riprende dallo scrittore francese Ernest Hello): “Una volta che il Giudice del mondo ha emesso la propria sentenza, un dannato, carico di delitti, se ne starà fermo e, fra l’orrore dell’universo, dirà al giudice: ‘J’en appelle’. A queste parole si spengono le stelle. Ma nell’idea del Giudizio universale è implicito che le sue sentenze siano assolutamente definitive, ‘effroyablement sans appel’. ‘A chi ti appelli, contro il mio giudizio?’, gli chiede Gesù Cristo, il Giudice; in un tremendo silenzio il dannato risponde: ‘J’en appelle de ta justice à ta gloire’”. Ecco che l’intervento umano riesce a spingere all’estremo la giustizia divina, attraverso l’introduzione della possibilità di un appello alla sentenza. È chiaro che una dialettica di questo tipo non sarebbe possibile di fronte ai freddi calcoli di un algoritmo, incapaci per definizione di ogni eccezione alla regola e quindi di clemenza. Tuttavia, come Agar illustra nel corso del volume, respingere un ingenuo ottimismo circa quelli che saranno gli sviluppi futuri dell’era digitale non significa rassegnarsi ad accettarne la realizzazione inevitabile. Le scienze sociali e le scienze umane possono in questo fare la differenza, proponendo un modello di sviluppo alternativo, attento alla responsabilità comune, e dotando i governi e la popolazione degli strumenti critici per gestire consapevolmente il progresso tecnologico. La missione delle università di promuovere un sapere umano e la conoscenza in tutti gli ambiti (dalle scienze “dure” alle discipline umanistiche) risulta dunque particolarmente attuale.
Malgrado la diffidenza nei confronti degli avanzamenti tecnologici, lo sviluppo scientifico è uno dei principali fattori di crescita e progresso. Le paure circa un uso distorto del digitale possono essere fondate; non mancano però motivi per guardare con ragionevole ottimismo al futuro, se sapremo controllarne lo sviluppo e indirizzarlo verso una dimensioneautenticamente sociale.

Non essere una macchina

Come restare umani nell’Era digitale

Nicholas Agar
Luiss University Press
Prefazione di Andrea Prencipe

Scheda

L'autore

Andrea Prencipe è Rettore dell’Università Luiss Guido Carli


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