Pedinati dai nostri telefoni: il capitalismo della sorveglianza

12 marzo 2020
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Anche se non viviamo in una città smart gestita o posseduta da Google, chi opera sul mercato ed è interessato al nostro comportamento sa come trovarci. Per quanto siano molti i modi nei quali i capitalisti della sorveglianza cercano di renderizzare la realtà per creare surplus comportamentale, il più semplice ed efficace è la loro abilità di sapere sempre dove siamo. Il nostro corpo viene ripensato come un oggetto che mette in atto dei comportamenti da tracciare ed elaborare ai fini di indicizzarli e ricercarli.

La maggior parte delle app per smartphone richiedono il nostro posizionamento anche quando non è necessario al servizio che offrono, semplicemente perché è estremamente remunerativo saperlo. I dati di posizionamento possono essere estratti da geotag creati quando il nostro smartphone automaticamente inserisce la nostra identità e il luogo dove ci troviamo nei video e nelle foto. I retailer usano l’espressione geofencing per segnalare un’area geografica e mandare avvisi ai nostri smartphone in quei parametri: “Vieni qui subito!”, “Puoi comprarlo qui!”, “C’è un’offerta solo per te!”.

E se vogliamo verificarlo, scarichiamo la app di Starbucks e usciamo di casa. Come spiega un consulente di marketing, “il mobile advertising è la forma definitiva di geotargeting, il Sacro Graal della pubblicità”. I trucchetti per il marketing basato sul posizionamento vengono generosamente offerti da un’azienda specializzata nel mobile advertising: “Ti consente di fare leva sulle compulsioni delle persone: puoi spingerle a fare acquisti impulsivi mandando loro delle notifiche. […] Ti permette anche di capire meglio il tuo cliente leggendo cosa scrive su Yelp o Facebook”. Un’altra azienda di mobile marketing consiglia il life pattern marketing, basato su tecniche derivate dalla ricerca militare note come “analisi dei pattern di vita”. Comprendono la raccolta di dati di posizionamento e similari attraverso telefoni, satelliti, veicoli e sensori, per decifrare lo schema di comportamento di una “persona oggetto” e prevederne il comportamento futuro. Chi opera sul mercato viene incoraggiato a “mappare i pattern quotidiani” di un “pubblico target” per “intercettare le routine quotidiane delle persone con messaggi promozionali e brandizzati”. L’azienda aggiunge: “Percepire l’ubiquità ha un potere psicologico rilevante. Il life pattern marketing ha un impatto considerevole sulla psicologia dei consumatori”. Possiamo disattivare il rilevatore GPS del nostro telefono, ma la maggior parte di noi non lo fa, sia perché abbiamo bisogno delle sue funzioni, sia perché non sappiamo come opera. Secondo Pew Research, nel 2013 il 74 per cento dei proprietari di smartphone negli Stati Uniti ha usato app che necessitavano della geolocalizzazione, e nel 2015 il numero è salito al 90 per cento, un numero superiore a quello di chi ascolta musica o guarda video sul proprio telefono. Il fatto che il capitalismo della sorveglianza faccia affidamento su operazioni segrete significa che la maggior parte di noi non sa e non può sapere in che misura il nostro telefono serva anche alle aziende per tracciarci. Uno studio dei ricercatori della Carnegie Mellon University lo dimostra chiaramente.

In un periodo di tre settimane, a 23 partecipanti è stato comunicato continuamente il numero di app che accedevano al loro posizionamento e il numero totale di accessi in un determinato periodo. Sono rimasti esterrefatti dalle dimensioni dell’attacco subito, scoprendo che le app avevano avuto accesso 4182 volte, 5398 volte, 356 volte e così via in un periodo di 14 giorni, a beneficio di inserzionisti, assicuratori, rivenditori, aziende di marketing, finanziarie e di chiunque altro fosse desideroso di cimentarsi nel mercato dei comportamenti.

Come ha sintetizzato uno dei partecipanti, “mi sembrava di essere pedinato dal mio telefono. Fa paura”. Il 58 per cento dei partecipanti ha pertanto limitato l’accesso delle proprie app. Non ci deve sorprendere che Google rappresenti l’avanguardia del tracking basato sul posizionamento. Nel 2016 un affidavit delle forze dell’ordine per perquisire un rapinatore di banche in California ha chiarito come i location data di Google non abbiano pari: “Google raccoglie e custodisce location data dei dispositivi mobili che usano Android. Li raccoglie senza che alcun loro servizio debba essere attivato e/o avvenga un evento qualunque nel dispositivo, come una telefonata, un messaggio, l’accesso a internet o alla email”. Le forze dell’ordine hanno richiesto informazioni a Google perché era in grado di fornire maggiori dettagli anche rispetto alle compagnie telefoniche. I sistemi di localizzazione di Android combinano dati di antenne con GPS, reti wi-fi e altre informazioni ricavate da foto, video e ulteriori fonti: “Questo consente ad Android di restringere il campo a un singolo edificio, e non a un quartiere”.

Nel novembre del 2017, un’inchiesta di Quartz ha rivelato che dall’inizio dell’anno Android stava raccogliendo informazioni per mezzo di triangolazioni con le antenne più vicine, anche quando la geolocalizzazione era disabilitata, le app non erano in funzionamento, e nel telefono non c’era neanche la scheda SIM. Queste informazioni venivano usate per gestire le notifiche push di Google e i messaggi mandati agli utenti sui loro telefoni Android, consentendo all’azienda di tracciare “qualunque individuo con un telefono Android o con delle app Google abbia messo piede in un particolare negozio, e usare queste informazioni per targettizzare la pubblicità e farla vedere a quell’utente”. Il sistema di localizzazione di Google è un prodotto delle operazioni di mappatura globale dell’azienda. Per quanto sia attivo da più di dieci anni, è stato presentato al pubblico solo nel 2015 come Your Timeline, una feature che “vi consente di visualizzare le vostre routine nel mondo reale”. L’azienda aveva calcolato che qualunque reazione negativa alla quantità e alla persistenza del tracking palesate da Timeline sarebbero state compensate dal valore dei contributi attivi degli utenti al loro stock di surplus comportamentale, inserendo dati minuziosi, foto importanti, commenti e così via.

È stato proposto come un investimento individuale nei servizi personalizzati come Google Now, al fine di combinare in modo più efficace email e app per accedere a notifiche rilevanti su traffico e meteo, suggerimenti e promemoria. La merce di scambio per questi servizi sono i location data. Si tratta di una transazione lubrificata dalle solite promesse di privacy e controllo: “Your Timeline è privata e visibile solo a voi; siete voi a decidere quali luoghi conservare in memoria”. Google usa però i vostri location data per targettizzare gli ads; sono infatti tra le fonti maggiori di surplus per il mercato pubblicitario di Google con un impatto diretto sulla percentuale di clic. In genere Google e gli altri capitalisti della sorveglianza sostengono di conservare solo i metadata, che vengono poi aggregati attingendo a molti diversi utenti singoli. Ci viene detto che non è possibile identificare i singoli partendo da un amalgama in scala tanto larga. Bastano però tre bit di dati ricavati facilmente dai registri pubblici – data di nascita, sesso e codice d’avviamento postale – e la scienza della re-identificazione ha dimostrato che è possibile de-anonimizzare i meta data con “inquietante facilità”. A proposito di questa ricerca, lo studioso di diritto Paul Ohm scrive che “la re-identificazione rende tutti i nostri segreti essenzialmente più facili da scoprire e rivelare. Per i nostri nemici sarà più semplice collegarci a fatti che potranno usare per ricattarci, molestarci, diffamarci, incastrarci o discriminarci. […] Si tratta di un errore che mina alla base qualsiasi legge sulla privacy delle informazioni”. Ohm chiama “database disastrosi” le enormi cache di surplus comportamentale presumibilmente anonimo.

Il capitalismo della sorveglianza

Il futuro dell’umanità nell’era dei nuovi poteri

Shoshana Zuboff
Luiss University Press
Traduzione di Paolo Bassotti

Scheda

L'autore

Shoshana Zuboff insegna alla Harvard Business School dal 1981, dove è stata tra le prime donne ad avere una cattedra di ruolo. Nel corso della sua carriera ha studiato l’ascesa, l’affermazione e le trasformazioni dell’era digitale, osservandone le conseguenze sociali ed economiche in lavori spesso considerati profetici. Il suo libro In the Age of the Smart Machine, uscito nel 1988, ha predetto l’impatto che l’intelligenza artificiale avrebbe avuto sulla società attuale. Il capitalismo della sorveglianza, salutato con clamore in tutto il mondo, è da molti considerato l’opera definitiva sull’era che stiamo vivendo.


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