Il giuramento di Ippocrate: viaggio alla scoperta delle origini dell’etica medica

13 marzo 2020
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Fin da tempi antichi, il ruolo del medico – gradualmente distanziatosi da quello sovrapposto di guida spirituale, come nell’antico egitto – aveva come scopo quello di garantire il benessere del paziente, non permettendo di fatto nessun tipo di trattamento che si scontrasse con i costumi della società o mettesse in pericolo l’incolumità di chi si sottopone alle cure. Certamente i termini di riferimento non erano assoluti come oggi (basti pensare a casi di parto con complicanze dove la vita del nascituro maschio era più importante di quella della madre partoriente) ma, una volta tarate le differenze culturali, il messaggio rimaneva abbastanza simile.

Al di là dei contesti culturali specifici, al medico si chiedeva non solo di essere bravo tecnicamente, ma anche di dimostrare qualità morali e virtù necessarie per questa delicata – e prestigiosa – professione. Nell’esercitarla, doveva quindi rappresentare l’ideale di categoria tutta, attraverso l’etichetta – ovvero una serie di comportameni e atteggiamenti degni della posizione ricoperta nella società.

Questi variavano da inclinazioni più immediate e di personalità (essere sereni, educati, allegri e riservati, ma al tempo stesso fermi ed intransigenti quando necessario) ad aspetti quasi puramente estetici (essere in buona salute e non in sovrappeso). Nel tempo, questi codici di condotta hanno finito per formare anche regole più strettamente legate al rapporto tra medico e paziente. Nel mondo occidentale, su tutti spicca indubbiamente il famoso “giuramento di Ippocrate”, che può essere ridotto a due proposizioni base:

il medico non deve abusare del proprio ruolo e il paziente deve essere sempre rispettato.

Fino al medioevo – quando il progresso scientifico iniziò a dare segnali dirisveglio e l’influenza religiosa della tradizione giudaico-cristiana si fece molto più forte e diretta – i vari codici deontologici erano abbastanza limitati. A partire da quel periodo, però, l’etica medica cominciò a tracciare delle linee guida riguardanti i doveri specifici del medico. Gradualmente, la professione medica guadagnò uno status che richiedeva una selezione più attenta, anche per via delle nuove responsabilità, per così dire “teologiche”, annesse alla professione medica. Attraverso una formazione che in europa cominciava a intravedere metodi di ricerca e cure sempre più scientificamente avanzate, il medico veniva ormai visto come un’estensione pratica dell’etica cristiana, e quindi in dovere di assistere anche pazienti particolarmente gravi o pressoché privi di speranze, inclusi quelli in fin di vita (nei quali casi si chiedeva al medico di tenere il paziente attaccato alla vita il più possibile).

Successivamente, nel periodo post-illuminista, caratterizzato, tra le altre cose, dal passaggio da una morale che assumeva a principio la ricerca della felicità a una che poneva come propria base il dovere verso se stessi e verso gli altri, l’etica medica cominciò a interagire più direttamente con la sfera politica e legale della società, prendendo in considerazione aspetti legati alla sanità pubblica, all’etica professionale e alla giustizia.

L’approccio moderno utilizzato nella bioetica (termine entrato in vigore negli Stati Uniti negli anni Sessanta con l’intento di stressare la specificità dell’interazione che i dilemmi etici trattati da questi nuovi esperti avevano con le nuove biotecnologie all’orizzonte), così come nell’etica medica, segue in questa direzione “multidisciplinare” e dà un ruolo importante alla nozione di autonomia quando si tratta di questioni sensibilirelative al futuro del paziente. La centralità della nozione di autonomia era necessaria alla rivoluzione etica che scosse il mondo medico occidentale dopo la seconda guerra mondiale.

Con il miglioramento delle conoscenze sul nostro organismo e una crescente ricerca scientifica svolta dai medici in parallelo ai compiti “classici” del loro ruolo, nella prima metà del ventesimo secolo, la medicina finì paradossalmente per produrre il suo periodo più buio. Spinti dalla voglia di innovare e mettere il proprio nome nei libri di scienza e mossi da impulsi di superiorità razziale, i medici nazisti condussero sui prigionieri nei campi di concentramento esperimenti talmente terribili che, alla fine della guerra, spinsero la comunità internazionale a creare nuove direttive etiche da utilizzare come riferimento per evitare il ripetersi in futuro di crimini del genere. La tesi difensiva portata avanti dai medici nazisti, che affermava che loro (come tutti gli altri cittadini della Germania dell’epoca) stavano solo eseguendo degli ordini e che giustificava la loro sperimentazione forzata su soggetti umani secondo basi utilitaristiche per cui, specialmente durante un conflitto, il benessere del singolo vale meno di quello della società tutta, sottolineò quantomeno il grave vuoto legislativo che la comunità medica aveva il dovere morale di affrontare e colmare.

Come primo passo, nel 1947, con il Codice di norimberga (scritto daltristemente famoso tribunale che giudicò i criminali nazisti alla fine della Seconda guerra mondiale), si fece per la prima volta esplicito riferimento a come condurre ricerca clinica su soggetti umani in maniera etica. Il codice stabiliva la centralità del consenso dei soggetti alla sperimentazione. Nel 1948, stesso anno della Dichiarazione universale dei diritti umani, l’associazione Medica Mondiale votò ed approvò la Dichiarazione di Ginevra, un documento che, rielaborando i principi alla base del giuramento di Ippocrate, richiedeva esplicitamente ai medici di non partecipare, in nessuna circostanza, a esperimenti che contravvenivano alle leggi dell’umanità. In tempi rapidissimi, però, ci si rese conto che questi documenti non riuscivano a coprire in maniera adeguata il ventaglio di dilemmi etici che il rapido sviluppo biotecnologico stava creando, dato che la definizione di cosa fosse lecito fare in relazione alla sperimentazione su esseri umani rimaneva ancora troppo vago. Con qualche reticenza da parte di alcuni gruppi, nel 1964 la stessa associazione Medica Mondiale adottò la Dichiarazione di Helsinki, in cui si ribadiva con fermezza che la centralità del benessere del soggetto rimaneva di primaria importanza e che il consenso a trattamenti medici doveva essere esplicito. Nel contesto nordamericano, questo punto fu poi ribadito con il belmont Report del 1979, a seguito della scoperta di un test clinico sulla sifilide portato avanti per 40 anni su un gruppo di afroamericani a loro insaputa (con annesse morti e complicazioni mediche non necessarie e ingiustificabili).

Come sempre, la non considerazione dei diritti di questi individui veniva giustificata agli occhi dei medici in nome del progresso perla scienza e pertutta l’umanità. Affermazioni che, almeno in teoria, nelle democrazie liberali moderne non sono più tollerate. La base filosofico-giuridica che ha sancito l’importanza dei valori individuali del paziente ha anche comportato l’aumento del suo potere decisionale, con risultati positivi in relazione alla possibilità di affermazione della propria autonomia e della libertà di scelta in generale.

La coscienza di Ippocrate

Vaccini, fine vita, obiezione di coscienza e altri problemi di etica e medicina

Mirko Daniel Garasic
Luiss University Press

Scheda

L'autore

Mirko Daniel Garasic è ricercatore presso la Cattedra UNESCO di bioetica e diritti umani, visiting professor in Neuroethics alla Scuola IMT Alti Studi Lucca e professore di Bioethics alla LUISS


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