Per capire chi vive il carcere

3 aprile 2020
Editoriale Open Society
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Lo stato delle carceri italiane al tempo del coronavirus rappresenta un tema certamente trattato poco ed ancora meno condiviso. La situazione di chi, ligio alle prescrizioni dettate dal Governo, vive chiuso in casa e si sente minacciato da un flagello mondiale, non è certamente idonea a stimolare alcun senso di solidarietà nei confronti di chi, per aver violato la legge, viene privato della libertà personale. Soprattutto se dallo spunto delle limitazioni ai colloqui con i familiari, a causa dell’epidemia, si passi poi ad una vera e propria rivolta, con evasioni di massa, coordinate dall’esterno e connotate dall’uso di una violenza inaudita.

Senonché, un maggiore approfondimento del tema può portare a considerazioni diverse.

In primo luogo, proprio la nostra attuale situazione potrebbe indurci a superare l’atteggiamento con cui noi tutti releghiamo i discorsi sulla detenzione come “l’altro da sé”, di cui quindi si può far a meno di dibattere. Oggi stiamo vivendo a nostre spese il concetto di “altro da sé”, considerato che molti Paesi nei quali l’epidemia è ancora contenuta o non è stata correttamente misurata ritengono che le fonti del contagio in Europa siano state originate dall’Italia, nonostante le rilevazioni scientifiche dimostrino il contrario. E dunque citano l’epidemia come “altro da sé”, sottendendo un velato rimprovero ai propri “vicini di casa” e non ponendosi il problema di come affrontare le conseguenze di una più che probabile estensione del contagio, sentendosi in qualche modo “diversi”.

Esattamente lo stesso fenomeno di rimozione avviene per il tema carcerario: perché dovrei occuparmi di un tema che riguarda un “altro da me”, un “diverso”? Ma adesso che i “diversi“ siamo tutti noi italiani saremo forse un po’ più aperti a comprendere i problemi degli altri?

Vi è poi un secondo motivo per cui proprio la situazione attuale dovrebbe indurre a considerare il problema della detenzione non così lontano da noi. La privazione della libertà personale a cui ci stiamo responsabilmente sottoponendo ci fa avvertire quanto pesante sia il trascorrere l’intera giornata, e per giorni e giorni, nella propria abitazione, in una convivenza forzata con i nostri pur amati familiari, nell’impossibilità di incontrare amici o anche semplicemente fare un giro in città. Risulta allora forse più facile comprendere lo stato d’animo di chi trascorre 24 ore su 24 in una cella, dovendo subire una forzata convivenza con altri detenuti, nell’impossibilità di avere colloqui con i propri parenti e nel timore di poter subire il contagio da uno dei compagni di cella. Certo, questo non giustifica affatto le rivolte che ci sono state, ma ci avvicina alla sofferenza di quelli che ne hanno subito le conseguenze, astenendosi dal prendervi parte. Bene ha fatto, dunque, il Santo Padre a ricordare che la maggior parte dei detenuti è rimasta estranea all’uso della forza ed a sottolineare come il sovraffollamento carcerario, soprattutto in situazioni di emergenza sanitaria come quella che stiamo affrontando, rappresenti una pena che si aggiunge alla pena. Ed è proprio il tema del sovraffollamento carcerario quello che dovrebbe nuovamente risvegliare una attenzione troppo a lungo sopita, se non vogliamo ricadere sotto le sanzioni di Strasburgo, proprio come è accaduto già qualche anno fa, e se non vogliamo essere tacciati di trattamenti contrari al senso di umanità. La mancanza di spazio vitale non solo accentua la percezione di un rilevante pericolo di contagio, ma alimenta i venti di protesta che poi vengono cavalcati dalla criminalità organizzata.

Last but not least: oggi tutti plaudiamo, meritatamente, ad una moltitudine di medici ed infermieri che, nonostante negli ultimi anni sia stata falcidiata dal mancato ricambio di personale ospedaliero, combatte con tutte le forze la battaglia contro l’epidemia. Ma faremmo bene ad esprimere la nostra vicinanza ad un altro drappello di eroi silenziosi: gli agenti di polizia penitenziaria. Bene ha fatto il Ministro della Giustizia a menzionarli per primi nel suo intervento al Parlamento. Ignorati spesso dalla opinione pubblica nel loro difficile lavoro quotidiano, fatto di equilibrio tra fermezza e comprensione, gravati dalla condivisione di situazioni in cui la limitazione degli spazi di libertà condiziona e si riflette anche sulle loro stesse abitudini di vita, sono sempre pronti ad intervenire quando l’emergenza lo richiede. Domenica scorsa, ad esempio, sono volontariamente rientrati in servizio molti di coloro che erano in riposo settimanale o in ferie e, tra loro, tanti giovani di recente entrati a far parte del corpo. Il tutto, senza clamore, silenziosamente e senza che nessuno se ne accorgesse. A conferma del fatto che tutto quello che ruota intorno al carcere, salvo le fiammate di attenzione per le rivolte, è “altro da sé” e va dunque ignorato, anche se è nobile.

Questo articolo è precedentemente apparso sul Sole 24 Ore il 15 marzo 2020. Riprodotto per gentile concessione.

L'autore

Vice Presidente della Luiss Guido Carli con delega alla promozione delle Relazioni Internazionali.


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