Progettare, non proibire: cos’è una “architettura di protezione” e come potrà difenderci dalla trasmissione del virus

3 aprile 2020
Editoriale Open Society
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Anche se a Wuhan non ci sono nuovi contagi, nella vicina città di Nanchino gran parte delle misure di protezione sono state mantenute. Anzi ne sono state introdotte di nuove, per reggere il rinnovato impatto di una popolazione che ora non è più rigidamente confinata. Ogni taxi ha una paratia di separazione tra l’autista e il viaggiatore. Nei ristoranti ci si siede su un tavolo sì e uno no: in ascensore per evitare di toccare i tasti vi è a disposizione una scatola di fazzoletti usa e getta. In breve, una serie molto vasta di precauzioni pensate in ogni dettaglio per ogni situazione che possa dar luogo alla trasmissione del virus.

Fra poco ci troveremo in una condizione simile. Il lockdown non terminerà di colpo. Non dobbiamo pensare che ci sarà un “giorno X” in cui non ci saranno più nuovi contagi e noi potremo ripartire.  È verosimile invece che man mano che il numero dei nuovi contagiati comincerà a tendere verso lo zero, le attuali restrizioni verranno gradualmente attenuate. Allora si aprirà un periodo molto rischioso. Entreremo in una terra di mezzo, in cui il pericolo di contagio si sarà molto ridotto ma non annullato.

La strategia di confinamento fin qui usata, quella di isolare il più possibile le persone, che era efficace in quanto radicale, resterà essenziale per i contagiati; ma non potrà essere altrettanto efficace per tutti gli altri, in condizioni in cui il confinamento è parziale. Dunque, occorre fin d’ora progettare forme diverse e più attentamente mirate di protezione delle persone, passando dall’idea di confinare le persone a quella di confinare il virus, interrompendone le catene di trasmissione.

Non basteranno, dunque, solo divieti generali ma occorrerà disegnare in modo molto mirato e preciso le condizioni di possibile trasmissione del virus sulla base delle abitudini delle persone. Si tratta di ricostruire le routine quotidiane analizzando le occasioni di contatto dirette ed indirette che si presentano. Solo così si potrà ottenere un quadro dettagliato e procedere a una architettura di protezione in modo preciso. Questo tipo di intervento si può sviluppare facilmente all’interno delle organizzazioni, negli uffici e nelle fabbriche, ove le attività sono per loro natura organizzate e routinizzate ed esiste una catena di responsabilità che permette di controllare l’efficacia del sistema di protezione. In questi contesti è possibile anche riprogrammare le condizioni di lavoro in modo da ridurre le occasioni di interazione tra le persone e instaurare più efficaci misure di protezione. Inutile aggiungere che svolgere a distanza tutto o parte del lavoro costituisce la più efficace delle strategie di protezione.

Ciò è possibile anche per quanto riguarda le attività fuori dal lavoro, per esempio, in viaggio, al ristorante o quando si fa la spesa. Anche qui il disegno di una architettura di protezione è fattibile, e sulla base di piccole innovazioni alle routine quotidiane può contribuire al confinamento del virus. Un esempio di come si potrebbe fare per la spesa quotidiana: oggi vediamo aperti un numero ridotto di punti di vendita di generi alimentari, in molti dei quali si formano lunghe code. Per quanto le persone (o perlomeno, quasi tutte…) rispettino la distanza nelle code, i rischi non sono eliminati e l’effetto psicologico di stare in coda è deprimente. L’architettura di protezione che si è creata spontaneamente sulla base delle restrizioni, crea una routine abbastanza inefficiente, e più limitato è il numero di punti di vendita, maggiore è la concentrazione delle persone e la lunghezza delle code.

Perché non instaurare un sistema di prenotazione?  Con una app (ne esistono già alcune, tra le quali segnalo iltuoturno.it, sviluppata da Luca Pisano, ex studente Luiss) la spesa si potrebbe programmare nel seguente modo: quando deve fare delle compere, una persona potrebbe consultare l’elenco dei negozi e dei supermercati più vicini, e le fasce orarie in cui ci sono disponibilità. Quindi, prenotarsi per una determinata ora. In queste condizioni si instaurerebbe una rete distribuita di relazioni con i punti di vendita in cui le persone potrebbero svolgere gli acquisti, minimizzando la perdita di tempo e le occasioni di contatto.

Si potrebbe proseguire ulteriormente il discorso, per esempio, cercando di suggerire come migliorare i servizi a domicilio, o con proposte analoghe in differenti settori. Ma il principio su cui occorre agire rimane lo stesso: non confinare le persone sane, ma confinare il virus, identificando i punti di possibile contagio nelle routine di tutti i giorni e su quella base disegnando una architettura di protezione che interrompa le possibili catene di trasmissione. Questo richiederà a tutti i cittadini di cambiare qualche abitudine nelle routine quotidiane, di avere una differente attenzione alle norme di igiene e agli effetti delle proprie azioni sugli altri. Non è una cosa strana o difficile. Richiede un nuovo modo di pensare da parte della pubblica autorità – progettare più che proibire – e richiede la volontà di partecipazione da parte dei cittadini. Conviene a tutti creare un clima nuovo di fiducia reciproca e di collaborazione tra i cittadini e istituzioni.

L'autore

Massimo Egidi è professore emerito di Behavioural economics and psychology


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