La democrazia ai tempi del Coronavirus

4 aprile 2020
Editoriale Open Society
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Con ogni probabilità, siamo di fronte a un tornante epocale, uno di quei momenti nei quali il tessuto della storia si lacera. Quando arrivano questi momenti è sempre molto difficile fare previsioni su quel che verrà dopo. Soprattutto quando siamo ancora all’inizio della lacerazione, e non sappiamo né quanto durerà questa crisi, né quanto sarà grave la recessione che la seguirà. In questa sede non pretenderò quindi di darvi risposte, non posso certo offrirvi un ragionamento “chiuso” e definitivo. Posso proporvi un avvio di riflessione, provare almeno a disegnare il campo storico, identificare alcuni degli elementi cruciali di questa situazione e immaginare alcuni possibili scenari rispetto a quegli elementi. Un ragionamento molto provvisorio e ipotetico, insomma. In particolare, vi proporrò tre coppie di scenari alternativi su tre diversi profili della democrazia contemporanea.

Vi presenterò questi tre profili attraverso una premessa. Il coronavirus, come sappiamo ormai fin troppo bene, colpisce soprattutto gli organismi deboli. Metaforicamente, questa constatazione si applica anche alle nostre democrazie: nel momento in cui è arrivato il virus il nostro sistema democratico era già in seria difficoltà, e nel ragionare dell’impatto che avrà la pandemia dobbiamo tener conto di queste fragilità pregresse. Che possiamo, appunto, catalogare in tre diverse categorie.

La psicologia del cittadino democratico, in primo luogo. Le nostre democrazie sono popolate di cittadini iper-individualistici, a tal punto da manifestare tratti che, usando la parola in senso lato, possiamo definire narcisistici. Questi cittadini danno molta più importanza ai diritti che ai doveri e tendono a fare ai sistemi politici e sociali richieste molto pressanti e non sempre rispettose dei vincoli che la realtà pone alla condizione umana. L’iper-individualismo è la conseguenza negativa di un dato fondante e positivo della nostra civiltà, l’individualismo liberale, ma rischia di mettere le democrazie liberali sotto una pressione eccessiva e di renderle quindi difficili da governare e sostenere.

In secondo luogo, viviamo ormai da decenni una fase di crisi dello stato-nazione nel mondo globale. Ma lo stato-nazione è il luogo nel quale si è sviluppata la democrazia liberale, e la sua crisi non può quindi che mettere il governo rappresentativo sotto pressione. Negli ultimi decenni abbiamo anche tentato in vario modo di trasferire la democrazia dalla dimensione nazionale a quella sovranazionale, e il più importante di tutti questi tentativi è stato ovviamente l’integrazione europea. Non ci siamo riusciti, però. E anche nel vecchio continente, fra paesi relativamente vicini l’uno all’altro per religione, civiltà, storia, il processo di costruzione di una comunità politica democratica è rimasto molto indietro. La globalizzazione, insomma, ha generato tensioni forti fra rappresentanza democratica e potere, e le istituzioni rappresentative nazionali hanno perso potere a vantaggio di istituzioni non rappresentative sovranazionali.

Il terzo aspetto della crisi delle nostre democrazie è in larga misura una conseguenza dei due precedenti. Una società narcisista, iper-individualistica e frantumata sarà naturalmente molto difficile da rappresentare. La rappresentanza politica è infatti un processo di costruzione di organismi collettivi, ma è duro comporre in una comunità politica ragionevolmente solida, solidale e stabile nel tempo individui chiusi nella propria soggettività e concentrati sui propri diritti. I processi di globalizzazione, poi, risucchiando altrove i poteri delle istituzioni rappresentative rendono ancora più difficile convincere i cittadini dell’utilità della rappresentanza. Che perdo tempo a fare a votare per il parlamento italiano, insomma, se le vere decisioni non passano più da Montecitorio e Palazzo Madama ma vengono prese in istituzioni sovranazionali non direttamente rappresentative? La rappresentanza, così, viene corrosa dall’alto e dal basso: dall’alto dei processi di globalizzazione e dal basso di quelli di individualizzazione.

Ecco dunque i nostri tre profili della crisi democratica: la qualità dei cittadini, il problema dei confini e la questione della rappresentanza. Bene: il coronavirus aggraverà gli aspetti già critici delle nostre democrazie, o ci aiuterà ad affrontare questi problemi e magari a risolverli? Proverò nel prosieguo di questa chiacchierata a disegnare due scenari alternativi per ciascuna delle tre dimensioni della crisi.

Sul buon uso del pessimismo

Eugenio Montale è stato un attentissimo osservatore della modernità, che amava profondamente ma della quale vedeva con sconcertante lucidità i pericoli. Nel 1971, nella raccolta Satura, pubblicò una breve poesia intitolata Il raschino:

Credi che il pessimismo

sia davvero esistito? Se mi guardo

d’attorno non ne è traccia.

Dentro di noi, poi, non una voce

che si lagni. Se piango è un controcanto

per arricchire il grande

paese di cuccagna ch’è il domani.

Abbiamo ben grattato col raschino

ogni eruzione di pensiero. Ora

tutti i colori esaltano la nostra tavolozza,

escluso il nero.

Che cosa ci sta dicendo Montale in questa poesia? Ci dice che l’ottimismo nel quale viviamo – e che rappresenta una componente fondamentale di una civiltà, come la nostra, costretta a credere “nel grande paese di cuccagna ch’è il domani” – è il frutto di una rimozione del pensiero. È un ottimismo stupido, insomma. Perché il pessimismo invece è intelligente? No, non credo che il messaggio di Montale sia questo. Credo che il messaggio sia un altro: perché intelligente è una cultura forte – una cultura nel senso che a questa parola dava un altro grande poeta molto amato da Montale, T.S. Eliot –, che ci consenta di costruire un rapporto equilibrato col futuro, di affrontarlo con una solida e matura consapevolezza delle sfide che abbiamo di fronte in quanto esseri umani, senza sciocchi ottimismi né sciocchi pessimismi.

Ma come – direte voi –, ma quale ottimismo, se i nostri ultimi anni sono stati immersi nel più nero catastrofismo, dal cambiamento climatico alle crisi economiche ai conflitti internazionali? Certo. Ma, a ben vedere, il catastrofismo non è altro che il risvolto dell’eccesso di ottimismo, una reazione cieca a un riflesso altrettanto cieco, un modo per esorcizzare la paura che destano quanti profetizzano “magnifiche sorti e progressive” senza però poter appoggiare queste loro profezie ad altro che a un’entusiastica ed emotiva buona volontà. Gli esseri umani si pensano nel tempo. L’incapacità della nostra civiltà, per immensa debolezza culturale, di costruire un rapporto equilibrato col futuro (e col passato, che poi è la stessa cosa) rappresenta un dato di grande fragilità esistenziale destinato inevitabilmente a tradursi in fragilità politica.

Una catastrofe vera, non immaginata, come la pandemia, che effetto avrà sul nostro problematico rapporto col futuro? È qui che si aprono due scenari opposti. Nel primo la catastrofe vera ci rieducherà alla durezza della realtà, alla serietà e, se si vuole, anche alla tragicità del vivere. Ci re-insegnerà il senso del limite, insomma. Taglierà corto sul narcisismo e sul “dirittismo”, e aiuterà a dissipare almeno in parte i nuvoloni di sofismi (l’espressione è del grande storico olandese Johan Huizinga) nei quali viviamo, riportando un po’ di ordine nel dibattito pubblico, ristabilendo qualche criterio di giudizio condiviso e la capacità di rispettare le gerarchie delle competenze, ma al contempo pure di limitare gli esperti ai loro rispettivi ambiti di studio. Nel secondo scenario, al contrario, la crisi amplificherà l’isterismo catastrofista da un lato e l’ottimismo cieco dall’altro. Diventeremo insomma ancora più ciclotimici, oscillando sempre più ampiamente e velocemente tra l’esaltazione e la depressione. E, inevitabilmente, i nuvoloni di sofismi si addenseranno.

Per il momento, almeno nel dibattito pubblico, mi pare che stia prevalendo il secondo scenario. Però siamo appena all’inizio del processo, e una risposta emotiva in definitiva potevamo ben aspettarcela. Bisognerà vedere col tempo se saremo in grado di “digerire” quest’emotività e trarre dalla crisi un insegnamento di realismo e razionalità. Come dirò meglio anche più avanti, credo che in larga misura i destini delle nostre democrazie dipenderanno proprio da questa nostra capacità di rammentare quali siano i limiti invalicabili della condizione umana.

Sul buon uso dei confini

Il rallentamento dei processi d’integrazione globale è già in corso da qualche anno. La globalizzazione ha avuto il suo momento d’oro nei “lunghi” anni Novanta (1989-2001), l’ultimo decennio utopistico della nostra storia. Ma negli ultimi vent’anni ha già preso tre “sberle” non da poco: l’11 settembre prima, la grande recessione poi, con i suoi strascichi, e infine la crisi migratoria. A ognuna di queste “sberle” è seguito in una forma o nell’altra un processo di ri-nazionalizzazione, ossia una ripresa d’importanza e di controllo da parte degli stati-nazione. Questo processo si è fatto da ultimo molto visibile, col crescere delle tensioni protezionistiche e il decremento dei flussi del commercio internazionale. Il coronavirus è la quarta “sberla”: il quarto momento in vent’anni nel quale il mondo globalizzato si presenta come una fonte non di opportunità positive ma di pericoli. È difficile allora che questa crisi, come le precedenti, non abbia l’effetto di spostare ancora di più l’accento sugli stati nazionali a scapito dei meccanismi d’integrazione globale. Ciò detto, anche su questo punto si disegnano però due scenari differenti. Fermo restando insomma che con ogni probabilità questa crisi ricondurrà dei poteri dal globale al locale, e soprattutto al nazionale, bisognerà vedere quanto importante e intenso sarà questo “riflusso”.

Nel primo scenario la stretta sui processi d’integrazione globale sarà molto severa. Non sto parlando di una deglobalizzazione assoluta. I processi di globalizzazione non sono irreversibili, come troppo spesso si dice, perché nella storia non c’è nulla d’irreversibile. Senz’altro, però, sono difficilissimi da smontare. Ma se parlare di fine della globalizzazione può essere un’esagerazione, non è impossibile che ci sia una stretta forte: non solo una frenata, ma anche vari passi all’indietro rispetto agli ultimi anni. La tendenza alla ri-nazionalizzazione che, come ho detto, è già in atto da qualche tempo, quindi, potrebbe accelerare in maniera importante. Le filiere produttive diverrebbero più corte, e subirebbe un’accelerazione pure la tendenza, anch’essa già in atto, a costituire delle macroregioni produttive. I poteri in capo alle istituzioni sovranazionali diminuirebbero, e crescerebbero invece i vincoli sullo spostamento di merci e persone, e forse anche delle idee.

Il secondo scenario prevede invece che questa spinta verso una “stretta” nazionale sia controbilanciata dalla consapevolezza che sfide globali hanno bisogno di risposte globali, e che quindi, se il pericolo viene dall’integrazione del mondo, possono venirne anche i modi di affrontarlo e sconfiggerlo. Basti pensare alla natura globale della comunità scientifica che sta cercando una cura o un vaccino contro il Coronavirus.

Per il momento mi sembra che stia prevalendo largamente il primo scenario, quello del “sacro egoismo” nazionale, per usare una metafora della Grande Guerra. Se il pericolo è globale, finora i mezzi coi quali è stato affrontato sono stati soprattutto locali. Per quel che vale, nell’emozione del momento gli italiani non hanno cantato l’inno europeo, ma quello italiano. Dopodiché, però, di nuovo, non è detto che l’impatto emotivo immediato si traduca necessariamente in processi analoghi di più lungo periodo.

Nella partita fra i due scenari giocherà necessariamente un ruolo fondamentale l’Unione Europea. L’inizio della crisi è stato devastante per il progetto europeo, fra la sospensione del trattato di Schengen, il divieto di esportazione di materiale sanitario, l’attacco speculativo al debito sovrano italiano in seguito alle dichiarazioni della Presidente della Banca Centrale Europea. Non a caso, i primi sondaggi italiani hanno registrato un crollo della fiducia nei confronti dell’UE. Poi le istituzioni continentali hanno un po’ recuperato, con la sospensione del Patto di Stabilità e il Quantitative Easing. Vedremo nei prossimi tempi se e come l’Unione saprà dare un contributo tangibile e visibile alla soluzione della crisi economica che seguirà a quella sanitaria. Non credo di esagerare se dico che potrebbe andarne della sopravvivenza dell’euro e della sua.

Il problema dei confini non si pone soltanto fra stati nazionali e globo, infine, ma anche fra regioni e stati. È un problema, quest’ultimo, assolutamente cruciale per il nostro paese, e potrebbe avere un impatto molto importante sulla nostra democrazia. Questa crisi, come ben sappiamo, sta colpendo il territorio italiano in maniera estremamente differenziata, e non è impossibile che quando essa sarà superata il nord Italia accusi aspramente Roma di aver fatto poco, tardi e male. La richiesta da parte delle regioni settentrionali di una maggiore autonomia regionale potrebbe uscirne fortemente, ma molto fortemente rafforzata. Il problema dei confini della democrazia non si porrà quindi solamente dallo stato nazionale verso l’alto, ma anche verso il basso.

Sul buon uso della rappresentanza

Rappresentare una democrazia iper-individualistica e narcisista, Coronavirus o no, è difficilissimo. Gli iper-individualisti – lo notavo già prima – hanno uno scarso senso dell’interesse collettivo, sono indisciplinati, non capiscono per quale ragione dovrebbero ubbidire, sovrastimano i diritti e sottostimano i doveri. È il risvolto negativo della grande importanza che le nostre democrazie danno all’individuo e alle sue prerogative. La catastrofe pandemica potrebbe portare a moderare questo iper-individualismo e a dare maggiore importanza a quelli che Ralf Dahrendorf chiamava “ligatures”, i legami sociali, e dei quali già negli anni Novanta lamentava l’indebolirsi. Il virus ci mostra con grande chiarezza la nostra enorme fragilità individuale, quanto sia importante che la collettività alla quale apparteniamo ci difenda e che l’autorità pubblica abbia forza sufficiente per rispondere alle sfide. Di nuovo, però, si aprono davanti a noi due scenari opposti.

Il primo scenario è quello nel quale prende forma una democrazia liberale più equilibrata, in cui il rapporto fra libertà individuali e interessi collettivi sia più sano, istituzioni e regole pubbliche siano più robuste e i cittadini le riconoscano come legittime e necessarie. È quel che è successo dopo la seconda guerra mondiale. Gli anni Venti e Trenta del Novecento sono un periodo non troppo dissimile dal nostro, per quel che riguarda alcuni aspetti della crisi della democrazia e degli equilibri internazionali. Ora, quel periodo fu chiuso proprio dal secondo conflitto, che convinse gli individui ad autolimitarsi, ossia a tollerare le imperfezioni della democrazia nella consapevolezza che il meglio può essere nemico del bene, e che, per quanto le democrazie liberali siano necessariamente imperfette, una democrazia e una libertà imperfette sono comunque molto meglio di nessuna democrazia e nessuna libertà. I frutti di quest’esercizio di autolimitazione sono molto chiaramente leggibili nelle costituzioni post-belliche: la francese del ‘46, l’italiana del ‘48, la tedesca del ‘49.
Nel secondo scenario, invece, la “stretta” sulle libertà individuali è talmente forte da portarci ai limiti o forse anche oltre i limiti della democrazia liberale, magari dopo un momento di disordine, ossia di aumento dell’ingovernabilità. Visto che ho appena menzionato gli anni Venti e Trenta, proprio nel 1930, di fronte al caos europeo, il grande filosofo spagnolo Ortega y Gasset scriveva con inquietante forza profetica che ben presto si sarebbe udito «un grido formidabile in tutto il pianeta, che salirà, come l’ululato d’innumerevoli mastini, fino alle stelle, chiedendo qualcuno e qualcosa che “comandi”, che imponga un obbligo o un impegno». Tre anni dopo, Hitler sarebbe salito al potere in Germania.

Questi due scenari sono strettamente collegati alle due coppie di scenari che ho illustrato sopra. Se la pandemia restituirà ai cittadini delle democrazie avanzate un po’ di senso del limite, se porterà equilibrio fra il cieco ottimismo e il cieco catastrofismo, allora sarà più facile che le democrazie liberali escano consolidate dalla crisi. Se invece il Coronavirus ci renderà ancora più emotivi, isterici, ciclotimici, allora il livello di disordine aumenterà, e siccome il disordine i sistemi politici e sociali oltre un certo limite non possono sopportarlo, il rischio della stretta autoritaria a quel punto potrebbe farsi concreto. In quale direzione, naturalmente, è difficile dirlo.

Allo stesso modo, raggiungere un rapporto equilibrato fra locale e globale, fra stato-nazione e processi d’integrazione sovranazionale, sarà importante anche nella prospettiva della tenuta della democrazia liberale nei diversi paesi, e tanto più in un paese fragile e fortemente esposto ai venti internazionali come il nostro. E dico rapporto equilibrato perché la democrazia liberale può essere messa in pericolo tanto dall’eccesso quanto dal difetto di stato-nazione: dal difetto perché, come detto, è nello stato-nazione che è nata la democrazia, e tutti i tentativi di esportarla sul terreno sovranazionale finora sono falliti; dall’eccesso perché il grado di libertà interna di un sistema politico non è disconnesso dal suo grado di apertura verso l’esterno.

Oggi in Italia siamo ancora nel pieno della fase emergenziale, ma è fondamentale che la discussione sul nostro sistema rappresentativo e su quel che ne sarà domani non si interrompa nemmeno in questo momento. Dobbiamo riportare il prima possibile quest’emergenza all’interno delle istituzioni democratiche, perché prima e meglio impostiamo il ragionamento su come esse possano essere riportate all’ordine, prima e meglio sapremo uscire dalla crisi: sul versante di una liberaldemocrazia più solida piuttosto che su quello di una più fragile, e perciò più esposta al rischio di derive non democratiche e non liberali.

L'autore

Giovanni Orsina è il Direttore della Luiss School of Government


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