L’impatto economico del Coronavirus nel breve e nel lungo periodo

6 aprile 2020
Editoriale Open Society
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La sorprendente riorganizzazione della vita quotidiana, a cui ci sta obbligando la pandemia del Coronavirus, è un indicatore della gravità della situazione anche se, non sempre, è un’adeguata misura delle sue potenziali e drammatiche implicazioni. L’impatto economico e sociale, che ha fatto seguito a uno shock che – dapprima – ha colpito l’offerta aggregata e alcune importanti componenti della domanda (turismo, trasporti, gran parte del commercio) e che – poi – si è trasformato in un circolo vizioso con pesanti effetti negativi sull’occupazione e sulla stessa sopravvivenza di componenti rilevanti dell’apparato produttivo, sarà una recessione in grado di coinvolgere gran parte del mondo e pronta a trasformarsi in stagnazione o depressione per i sistemi più deboli. Tale impatto va, comunque, distinto in due componenti: l’una di breve e l’altra di lungo termine.

Nel breve termine la risposta all’emergenza sanitaria e il contenimento della sofferenza economico-sociale devono rappresentare le priorità delle politiche fiscali nazionali. Nell’euro area (EA), grazie ai massicci interventi della Banca centrale europea (BCE), anche i paesi con preesistenti abnormi rapporti debito pubblico/Pil (come è il caso dell’Italia) possono realizzare consistenti aumenti della loro spesa pubblica e sostenere i crediti bancari alle imprese della manifattura e dei servizi. Utilizzando il canale monetario di trasmissione (varie forme di ‘quantitative easing’), la BCE sta inserendo e inserirà nei sistemi economici dell’EA più di un trilione di euro di liquidità fra oggi e dicembre 2020 e, fino a giugno 2021, essa potrà rifinanziare il settore bancario europeo per circa un trilione e mezzo di euro (grazie al temporaneo programma di LTRO e al successivo programma di T-LTRO). È evidente che, di fronte a cifre di questa portata e a iniziative ancora più incidenti da parte delle banche centrali delle altre aree economiche più forti (in primis, Stati Uniti e Cina), si crea spazio per politiche fiscali nazionali espansive che devono perseguire vari obiettivi: rafforzare la spesa corrente e le infrastrutture del settore sanitario e della correlata ricerca, tutelare i redditi dei lavoratori (occupati e disoccupati), contrastare gli aumenti della povertà assoluta e relativa, garantire la sopravvivenza delle imprese prima profittevoli ed efficienti ma oggi bloccate e a rischio di chiusura, assicurare i flussi produttivi essenziali per il funzionamento delle nostre società, sollevare temporaneamente famiglie e imprese da obblighi fiscali e amministrativi che non sarebbero in grado di fronteggiare.

Quali che siano la capacità e la volontà delle istituzioni europee di attivare strategie cooperative nel coordinamento fiscale (rafforzamento delle linee di finanziamento dei singoli stati membri in difficoltà, emissione di coronavirus-bond o di eurobond), nel medio-lungo termine, le sopra dette scelte di politica fiscale nazionale, avranno l’effetto di creare rilevanti squilibri nei bilanci pubblici dei paesi dell’EA. Tali squilibri peseranno, soprattutto, sulle situazioni (quali quella italiana) già a rischio di sostenibilità. Al riguardo, la pur auspicabile emissione di eurobond non risolverebbe il problema. Infatti, l’efficacia dei vari possibili interventi europei sarebbe misurata dal contenimento degli oneri finanziari e dalla quota dei debiti pubblici sottratta all’allocazione presso gli investitori di mercato e non dal contenimento dei deficit pubblici. Come ho già sottolineato in altra sede (cfr. M. Messori, “The current European debate on fiscal policy: Too much and too little”, SEP Policy Brief, March 2020), il solo modo per evitare consistenti aumenti dei deficit e – quindi – dei debiti pubblici nazionali sarebbe quello di prevedere trasferimenti dalle istituzioni europee agli stati membri che, rispetto alle spese pubbliche legate all’impatto economico e sociale della pandemia di coronavirus, si configurino come donazioni e non come finanziamenti. Il problema è che, oltre a dover superare l’opposizione dei paesi più forti dell’EA, questi trasferimenti potrebbero incontrare resistenze anche nei paesi beneficiari della stessa EA in quanto imporrebbero – come inevitabile contropartita – una parziale e temporanea cessione di sovranità fiscale nazionale.

Se si esclude una soluzione del genere, nel medio-lungo periodo soprattutto l’Italia e i pochi altri paesi dell’EA con un preesistente alto debito pubblico avranno il problema di riassorbire tale debito che sarà stato ulteriormente e fortemente incrementato dagli inevitabili interventi fiscali, dettati dall’impatto di breve periodo del coronavirus. L’aggiustamento sarà imposto non tanto dalle regole fiscali europee, oggi sospese, quanto dalla necessità di trovare sui mercati finanziari un’adeguata domanda per le crescenti emissioni dei propri titoli di debito pubblico.

Questa necessità di riassorbimento del debito pubblico, pur se gestita con gradualità, avrà l’effetto molto negativo di compromettere la ripresa dell’economia italiana. Una volta superato il picco della pandemia da coronavirus, le politiche economiche a livello internazionale dovranno affrontare e progressivamente superare le ‘rotture’ nelle catene internazionali del valore e dovranno riattivare processi prima profittevoli ma ora bloccati. Inoltre, tali politiche dovranno spingere le imprese più efficienti a riprendere in forma accelerata quei processi innovativi repentinamente interrotti dalla lunga sospensione nelle attività economico-sociali. Infine, per evitare che la ripresa induca un’ulteriore polarizzazione dei redditi e pesi così sulle fasce più deboli della popolazione, esse saranno chiamate a riformare e rafforzare i sistemi di welfare. Per realizzare questi difficili compiti, gli stati membri dell’EA e quelli delle altre aree economicamente avanzate saranno costretti a puntare su un forte aumento dei loro investimenti pubblici e su un sostegno mirato ma consistente degli investimenti privati. I paesi, che – come l’Italia – avranno il prioritario compito di porre sotto controllo la loro spesa pubblica, non potranno essere parte attiva di tale processo. Pertanto, essi rischiano di porsi su un sentiero economico-sociale divergente: mentre i paesi più forti saranno in grado di realizzare una ripresa a U se non a V (che pare alla portata della sola Cina), i paesi più deboli saranno condannati ad attraversare un lungo periodo di stagnazione (ossia una fase economica a L).

La sfida che il governo italiano, quale responsabile della politica fiscale nazionale, deve raccogliere e vincere consiste proprio nell’evitare il duplice pericolo, che deriva dalla precedente analisi dei problemi di breve e di lungo termine. Il primo pericolo è di effettuare un’insufficiente e/o inefficiente spesa pubblica nel breve termine, incapace di attutire e tenere così sotto controllo gli impatti economico-sociali della pandemia. Il secondo pericolo è di arrivare al dopo-pandemia in una situazione di fragilità, che non permetterebbe di sfruttare il relativo vantaggio di essere uno dei primi paesi (con la Cina e la Corea del Sud) a riprendere una ‘normalità’ economica e che ci condannerebbe a un lungo e penoso declino. Per superare questo duplice pericolo, il governo italiano ha la necessità di definire una strategia sul presente e – soprattutto – sul futuro del paese. Inoltre, e soprattutto, esso ha l’obbligo di convincere le istituzioni europee che la strategia italiana può apportare stabilità e vantaggi anche al resto dell’EA. A tale fine è inevitabile effettuare scelte coraggiose, che scambino immediati trasferimenti europei non onerosi e programmi europei di investimento di medio-lungo termine con cessioni di sovranità fiscale. L’interrogativo è se l’attuale governo sia in grado di spendere un simile ‘capitale politico’.

L'autore

Marcello Messori è il Direttore della Luiss School of European Political Economy ed è professore di Economia al Dipartimento di Scienze Politiche della Luiss.


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