Raccogliere, analizzare e prevedere. L’importanza dei dati al tempo del COVID-19

7 aprile 2020
Editoriale Open Society
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Bisogna riconoscere che il COVID-19 ha colto un po’ tutti di sorpresa, e forse nessuno di noi si aspettava una pandemia di queste dimensioni. Anche Papa Francesco, nella sua commovente preghiera del 27 marzo, ha detto che “siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa”.

Durante questa tempesta siamo stati sommersi anche da dati. Persino le persone più critiche e diffidenti dei recenti progressi delle tecnologie digitali, che magari fino a ieri dibattevano animatamente dei pericoli e delle insidie di dati, intelligenza artificiale e algoritmi, sembrano aver apprezzato questi dati. Raccogliere e analizzare dati può essere utile per capire cosa sta succedendo oggi e per provare anche a fare previsioni su ciò che potrebbe accadere domani.

In questi giorni abbiamo visto molti dati e molte analisi, e abbiamo visto anche molte discussioni, talvolta forse affrettate e basate su dati incompleti. Ha senso usare come indicatore il numero di nuovi contagiati giorno per giorno, se poi tale numero non viene messo in relazione con il numero di test (ovvero di tamponi) effettuati? Se oggi sono stati effettuati meno tamponi di ieri, una diminuzione nel numero di contagiati potrebbe non essere necessariamente un segnale positivo. E sappiamo anche che è difficile confrontare dati provenienti dai diversi paesi, che utilizzano modalità eterogenee per rilevare e misurare i loro dati, come il numero di casi e di decessi. Ad esempio, in alcuni paesi si conta il numero di persone decedute per il coronavirus, mentre in altri il numero di persone decedute con il coronavirus. Due piccole preposizioni che però possono fare una grande differenza.

Potremmo continuare con una casistica estesa su un utilizzo disinvolto dei dati e delle loro analisi. Ma al di là di queste considerazioni, e di tutti i modi in cui i dati possono essere analizzati e visualizzati, c’è qualcosa che emerge chiaramente dai numeri che abbiamo visto in questi giorni. Esistono dei paesi, come Corea del Sud, Giappone, Hong Kong, Singapore e Taiwan che sembrano aver controllato meglio di altri l’esplosione dell’epidemia. La Cina ha dovuto mettere in isolamento totale (lockdown) tutta la provincia di Hubei con i suoi 58 milioni di abitanti, prima di poter appiattire la propria curva epidemica. Altri paesi, come Italia, Spagna e Francia, sembrano invece ancora lontani dall’appiattire le loro curve nonostante settimane di lockdown totale, che rischiano di avere conseguenze preoccupanti per il loro tessuto sociale e per la loro economia.

Ma perché ci sono queste differenze? E soprattutto, come hanno fatto Corea del Sud, Giappone, Hong Kong, Singapore e Taiwan a tenere sotto controllo così velocemente le loro curve epidemiche, e a interrompere la catena di trasmissione del coronavirus senza fare un lockdown totale? A mio modesto avviso, i paesi che hanno reagito meglio alla pandemia, pur avendo caratteristiche socio-economiche e politiche notevolmente diverse, hanno due caratteristiche in comune: la prima è che hanno avuto esperienze recenti di epidemie, e quindi non hanno sottovalutato il problema. La seconda è che sono caratterizzati da un’alleanza stabile tra scienza e politica, e quindi hanno reagito su basi scientifiche. Paesi in cui il legame tra scienza e politica non è così forte, come purtroppo accade in molti paesi occidentali, hanno invece avuto reazioni più “politiche” che “scientifiche”.

Soprattutto nei primi giorni del contagio, che forse è stato il momento più cruciale. Reazioni anche abbastanza imbarazzanti, come ad esempio parlare di un problema esclusivamente cinese, di banali influenze o di immunità di gregge. Salvo poi dover fare improvvisi dietrofront di fronte all’esplosione del contagio, muovendosi molto velocemente verso un lockdown o uno stato di emergenza.

La Corea del Sud, ad esempio, ha utilizzato fin dai primi giorni un’app per smartphone per tracciare i casi. In sostanza, solo alcune persone sono in lockdown da coronavirus. Tramite questa app ricevono assistenza e sono nello stesso tempo monitorate per rilevare i sintomi, per assicurarsi che restino a casa e che non diventino dei “super-spreader”. Per assicurarsi che non stiano rompendo la quarantena viene utilizzato anche il GPS. L’adozione di queste misure di monitoraggio digitale, e l’analisi accurata dei dati, sembra aver consentito di individuare velocemente possibili cluster di contagio, limitando considerevolmente l’esplosione dei contagi e, di conseguenza, dei decessi. Inoltre, sono state adottate misure per rendere più facili e veloci i test per il coronavirus, attraverso stazioni “drive-through” od opportune cabine all’ingresso degli ospedali. Questo forse può spiegare come hanno fatto ad appiattire così velocemente la loro curva epidemica.

La lezione che possiamo imparare dai paesi che hanno reagito meglio è che per contenere questa drammatica pandemia sono necessari vari strumenti, che però possono riassumersi in due parole: testing e tracing. Fare quanti più tamponi possibili, anche a persone che presentano pochi sintomi (test), e riuscire tracciare i movimenti delle persone che possono costituire un pericolo di contagio (trace). In entrambi i casi, dati e tecnologie digitali giocano un ruolo fondamentale. Molti più efficaci dei pezzi di carta o delle autocertificazioni!

C’è però un punto da non trascurare, ed è quello della privacy. E’ un discorso molto delicato e per cui noi europei abbiamo sviluppato una sensibilità particolare, a differenza dei paesi asiatici. Chiaramente, i sistemi di tracciamento digitale hanno delle controindicazioni in tema di privacy e potrebbero comportare la rinuncia implicita a propri diritti, anche se motivata da un’emergenza in corso. Una soluzione a questo problema potrebbe essere l’adozione di norme opportune a tutela della privacy, come suggerito di recente dal Garante per la protezione dei dati personali, e l’utilizzo di adeguate tecnologie digitali per garantire l’anonimato.

Ci rendiamo conto, proprio in questi giorni in cui non possiamo neanche uscire di casa, di quanto sia difficile bilanciare le libertà personali con la tutela della salute. Ancora una volta possiamo contare sull’aiuto delle tecnologie digitali, che ci consentono di continuare a lavorare e a comunicare quasi normalmente anche durante una quarantena.

L'autore

Giuseppe Francesco Italiano insegna Computer Science alla Luiss. Formatosi tra l’Università La Sapienza e la Columbia University, ha collaborato con i laboratori di ricerca T. J. Watson Research Center dell’IBM


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