Sconnessi dal reale: la complessità spiegata a chi non vuole accettarla

8 aprile 2020
Editoriale Open Society
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For every complex problem, there is a solution that is neat, simple and wrong” questa frase la scrisse nel 1920 il giornalista americano H. L. Mencken (e non M. Twain, come si crede).

Appartiene a quelle verità ripetute ed inapplicate che tutti ci portiamo dietro. Perché in fondo cosa vuol dire complesso? Un po’ più di complicato, o no? Eppure nonostante siano così simili, la loro etimologia non potrebbe essere più lontana: cum plicum, con le pieghe (da cui spiegare) da un lato, cum plexus, con i nodi dall’altro. Dove i nodi non si possono svolgere, e tagliarli significa disfare l’ordito, e capire implica la conoscenza dell’Intero sistema. Ma anche qui, la consapevolezza non si traduce necessariamente in azione. Conosco molte persone che hanno almeno qualche conoscenza di base della complessità ma nella maggior parte dei casi la riducono a sfoggio intellettuale: i 6 livelli di separazione, il numero Kevin Bacon, il battito di ali della farfalla. Stranezze, curiosità  con nessun utilizzo pratico. Accettarla vorrebbe dire rinunciare, in parte, a quei principi che siamo stati abituati a considerare immutabili, sacri, e che crediamo di vedere applicati ogni giorno: causa-effetto, input-output, progressioni lineari…Vorrebbe dire guardare il tutto e non il nostro angolo soltanto.

Anche gli esperti di marketing virale sono vittime di questo scollamento, dimenticando che sono le «regole» della complessità che sottendono il loro agire (ed il loro successo) e soprattutto che sono nate e sono valide in ogni dominio della vita, a partire da quella biologica. E ed é per questo che le reti virtuali e quelle «naturali» comunicano e si integrano. Perché sono le soluzioni semplici che ci seducono, per il principio del minimo sforzo (l’equivalente mentale della conservazione dell’energia), come ci ha spiegato Kahneman e gli economisti comportamentali. Perché ci permettono di concentrarci sul nostro giardinetto e pensare che quello che succede al di fuori ci riguarda relativamente, meccanicamente.

In nessun luogo questo è lampante come in azienda, in strutture divenute sempre più complicate, proprio per la nostra incapacità di accettare e gestire la complessità. E l’ironia è che ci rendiamo conto che questo approccio non funziona più, che il nostro giardinetto diventa la discarica di tutti quelli vicini, nei quali cerchiamo di riversare a nostra volta quante più scorie possibile. Eppure parlare alla maggior parte dei manager di un approccio complesso, gli fa alzare gli occhi al cielo, li spazientisce, come dei medici di fronte a degli omeopati, mentre la metafora più calzante li vedrebbe come alchimisti al confronto di chimici moderni. Quando mi confronto sulla necessità di cambiare e abbandonare modelli che non funzionano più, mi ritrovo di fronte a scuse ed atteggiamenti che ricordano la storiella raccontata da Covey in “7 habits”, del boscaiolo con la sega spuntata che si ostinava a non fermarsi per affilarla, perché doveva tagliare l’albero velocemente. E ovviamente non ci riusciva.

Oggi, tra le tante cose che il Covid-19 ci sta facendo “toccare con mano”, c’è la complessità in azione, su una scala che renderebbe impossibile non vederla. Un pipistrello batte le ali a Wuhan e l’economia del mondo rischia di bloccarsi, peggio che con la crisi del 2008, secondo le ultime stime. Ancora una volta la reazione potrebbe essere nascondersi dietro l’eccezionalità dell’evento, fare come i negazionisti del cambiamento climatico: sarebbe solo un rarissimo cigno nero, in attesa di tornare alla vita normale, senza capire, come ci ricorda Nassim Taleb, che siamo in un mondo dove questi eventi sono il new normal e dove la resilienza garantisce la sopravvivenza, non la crescita. Un mondo dove economia, ambiente, società, tecnologia, sono nodi di un sistema più ampio e non separabili, le cui interazioni vanno esplorate e capite, prima di tutto.

E quindi? Se non c’è una soluzione semplice, cosa si può fare?

Si può comprare la complessità impacchettata come fa Morieux del BCG con una splendida operazione di marketing in  «6 simple rules» per renderla palatabile, rimuovendo l’effetto ansiogeno della parola, a chi si può permettere i fee della grande società di consulenza. E si può studiare.

Innanzitutto imparando a riconoscerla, perché ci sono casi in cui i vecchi strumenti funzionano ancora, esattamente come la fisica newtoniana funziona ancora, casi dove la situazione è complessa, e altri in cui è più che complessa, caotica, e in queste ultime 2 istanze ci sono fenomeni emergenti e nuovi, per i quali non esistono risposte certe, anzi dove le risposte si creano testando e agendo. Quindi creando buffer, sì,quelli che la logica efficientista voleva a tutti i costi abolire. Soprattutto di senso e di errore, permettendo alle persone di sperimentare e sperimentando dare una forma al futuro.

Cioè sviluppando quella che il poeta romantico inglese Keats chiamava la negative capability come ricordava Carofiglio sul corriere recentemente. “La dote fondamentale dell’uomo in grado di conseguire risultati autentici, di risolvere davvero i problemi e superare le difficoltà, contrapponendola all’atteggiamento di chi affronta i problemi alla ricerca di soluzioni immediate, nel tentativo di piegare la realtà al proprio bisogno di certezze.” “Vi è capacità negativa quando un uomo è capace di stare nell’incertezza, nel dubbio senza l’impazienza di correre dietro ai fatti… perché incapace di rimanere appagato da una mezza conoscenza”. Per Keats, accettando l’incertezza, l’errore, il dubbio è possibile osservare più in profondità, cogliere le sfumature e i dettagli, porre nuove domande, anche paradossali, e dunque allargare i confini della conoscenza e della consapevolezza.”

Perché la complessità non porta solo epidemie, o il populismo, porta movimenti come quello dei diritti umani, e la bellezza degli ecosistemi naturali, circoli virtuosi di benessere e crescita. Certo, il rischio che questa opportunità di ripensamento passi senza che noi la si sappia cogliere, è alto. I meccanismi di diffusione dei virus sono stati compresi da un po’, questa pandemia era stata prevista come dimostra questo TED di Bill Gates e quindi si sarebbe potuta evitare. Ma non l’abbiamo fatto.

L'autore

Josè DAlessandro è Entrepreneur and Adjunct Professor alla Luiss Business School


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