Interventi tributari e crisi pandemica

9 aprile 2020
Editoriale Open Society
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A poco più di un decennio dalla crisi finanziaria del 2008, che molto aveva impegnato i legislatori tributari nazionali, si pone nuovamente il problema di se e come il diritto tributario possa contribuire prima a contrastare e poi a superare la crisi del momento.

In occasione della crisi del 2008, il fattore “tributario” aveva anche concorso a determinarla: dalle misure che incentivavano le stock option, e che avevano favorito l’assunzione di rischi di breve termine prevalentemente finalizzati a massimizzare il reddito personale dei gestori, destabilizzando il mercato; a quelle che agevolavano sia la deduzione degli interessi su mutui sia gli strumenti di cartolarizzazione, originando enormi masse di debiti sin dall’origine destinati a rimanere insoluti; sino ai paradisi fiscali, sovente sede delle società di gestione dei prodotti finanziari tossici. Sicché una prima azione del legislatore tributario consistette all’epoca proprio nell’intervenire su tali distorsioni tributarie.

Questo tema oggi non si pone poiché la crisi è semplicemente dovuta ad una pandemia, capace di fermare produzione e consumi a livello mondiale, senza che ancora si veda la luce in fondo al tunnel che si è imboccato.

Dal lato delle politiche tributarie, si pone invece un tema “nuovo” – come contrastare la gravissima crisi di liquidità di imprese, lavoratori e famiglie derivanti dall’inattività forzata – e dei déjà vuquali misure tributarie adottare per far “ripartire” la produzione e i consumi e per finanziare il maggior fabbisogno.

Quanto al tema “nuovo” connesso alla crisi di liquidità, già si delinea a livello mondiale un inedito panorama di diritto tributario “sospeso”: dall’attività degli uffici finanziari al contenzioso, dalle dichiarazioni ai versamenti, sino alle attività di riscossione, esecuzioni forzate comprese.

Quanto ai temi “già visti”, il menù delle possibili misure per far ripartire produzioni e consumi è ricco e già in buona parte sperimentato nel 2008 (e, per la verità, sempre rimasto all’ordine del giorno vista la perdurante stagnazione dell’economia italiana).

Dal lato delle imprese (e dei professionisti), si pensi agli incentivi al finanziamento mediante capitale di rischio, alle agevolazioni per investimenti e ricerca, alle agevolazioni per il costo del lavoro, al potenziamento dei meccanismi di riporto delle perdite fiscali, alla riduzione delle aliquote dell’imposta sul reddito o all’introduzione di meccanismi forfetari, all’eliminazione dei vincoli alla deducibilità degli interessi passivi, alla monetizzazione di tax assets mediante loro trasformazione in crediti di imposta e via dicendo. Dal lato dei lavoratori, soprattutto la riduzione delle aliquote per le fasce di reddito più basse anche tenendo conto della composizione dei nuclei familiari.

Con la rilevante differenza, tuttavia, rispetto al 2008, che per moltissimi soggetti si tratterà di aspetti “secondari” al cospetto del ben più significativo problema della mancanza di liquidità derivante dai mancati incassi che essi si troveranno a fronteggiare, con il rischio del blocco della restituzione dei debiti finanziari e del pagamento dei debiti commerciali e, in ultima analisi, di fallimenti a catena.

Questo problema è sin qui stato affrontato, come visto, con misure di “sospensione”, ma è da attendersi che esse potranno assumere anche carattere più drastico (ad es., sopprimendo gli imminenti acconti di imposta, a fronte di un reddito non più omogeneo rispetto a quello passato, né prevedibile nel suo andamento). Peraltro, circa 50 miliardi di euro potrebbero essere immessi nel sistema economico mediante il pagamento dei debiti della PA nei confronti delle imprese e professionisti, o ancora, mediante l’estensione della compensabilità dei crediti commerciali verso la PA con i tributi ed i contributi assicurativi e previdenziali dovuti in sede di autoliquidazione.

Sulle eventuali politiche tributarie per finanziare il maggior fabbisogno la musica cambia radicalmente. Nel 2008, infatti, il maggior fabbisogno fu finanziato, anche sotto la spinta di organizzazioni internazionali, soprattutto attraverso l’introduzione e l’inasprimento di imposte patrimoniali, immobiliari, finanziarie e di altro genere; attraverso l’incremento delle aliquote IVA; attraverso imposte sugli “attori” del settore finanziario.

L’adozione di misure del genere è oggi impensabile, sia perché le imposte patrimoniali e le imposte sul consumo, almeno in Italia, hanno nel frattempo raggiunto livelli molto elevati (pure considerato il forte deprezzamento subito dai cespiti immobiliari); sia perché un’ulteriore sottrazione di risorse al settore privato e/o l’inasprimento delle imposte sui consumi contraddirebbe l’obiettivo di far ripartire i consumi medesimi; sia, infine, perché il settore finanziario, già provato, non può permettersi né nuovi balzelli, né la perdita di risorse che conseguirebbe ad imposte patrimoniali di carattere straordinario.

Ma soprattutto è impensabile perché le dimensioni in termini di maggior fabbisogno di questa crisi non sono comparabili a quelle del 2008, richiedendo pertanto un gettito aggiuntivo che azzopperebbe il cavallo prima ancora di farlo partire.

Le politiche “tributarie” potranno fare, dunque, ben poco per il finanziamento del maggior fabbisogno ed occorrerà rivolgersi altrove, ipotizzando, semmai, un ruolo dello strumento tributario in funzione agevolativa per favorire il collocamento degli strumenti di debito di cui si sta ipotizzando l’emissione.

L'autore

Giuseppe Melis è Professore di Diritto Tributario alla Luiss


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