Come la solidarietà europea può salvarci dal virus

15 aprile 2020
Editoriale Focus Ripresa
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“Voi europei non sarete uniti finché non spargerete il vostro sangue combattendo insieme, anziché l’uno contro l’altro”. La profezia che Francis Fukuyama, lo scienziato americano della politica, mi aveva rivolto in un dibattito alcuni anni fa a Washington e che mi aveva lasciato costernato, mi appare con un significato diverso oggi, nelle ore in cui gli europei contano insieme le quotidiane vittime del Corona-virus.

Se il virus è il nemico comune, allora la logica di Fukuyama sulla guerra, anziché la pace, come mito fondante di ogni nazione, avrebbe dovuto unire gli europei. Ma non mi sembra che sia stato così. Almeno inizialmente, la prima reazione è stata di distanza e di rafforzamento dei confini nazionali. Le richieste di fornitura del materiale sanitario di un paese verso l’altro sono rimaste inascoltate. Quelle di aiuto finanziario sono state talvolta derise come “slogan”.

La solidarietà è stata subordinata ad altre dimensioni: la reciproca convenienza economica in primo luogo. Abbiamo assistito a un obnubilamento che faceva pensare a inglesi o tedeschi, olandesi o austriaci, ma non ai greci, significativamente, di essere al riparo da una malattia cinese e poi da una vicenda italiana. C’è dietro questo auto-inganno un senso di gerarchia di sé stessi come diversi dagli altri. Questa illusione di diversità colpisce governi e  cittadini di quasi tutti i paesi. Ognuno si è dovuto ricredere con il tempo a proprie spese in un esercizio che ha avuto Boris Johnson come prototipo tragico ed antonomastico e Atene come capitale della ragione. Quando perfino l’autolesionismo prevale, è davvero inutile pensare che una nascosta razionalità stia guidando le logiche dei governi.

Solo con il tempo, i governi nazionali hanno sentito la pressione di milioni di loro cittadini. L’Italia ha avuto un ruolo nell’immaginario degli europei, colpiti sia dai carri militari che trasportavano le salme di Bergamo, sia dall’ingenuo e commovente vitalismo del canto dai balconi italiani, raramente vita e morte, ma anche la vana leggerezza dell’una e la rude pesantezza dell’altra, hanno avuto esemplificazioni tanto vistose. Osservando questa opera tragica, i cittadini europei risentivano come disumano abbandonare le comunità più deboli al loro destino. Sono stati loro a cambiare l’atteggiamento dei governi, sia nei confronti degli altri sia di sé stessi. Sono stati i cittadini olandesi a scandalizzarsi per il linguaggio dei loro ministri nei confronti delle sofferenze italiane e spagnole.

Così hanno fatto arretrare quella forma mentale con la quale ai vertici di Gran Bretagna, Olanda e Svezia, come capitava ai capi degli eserciti otto-novecenteschi, si pensava di poter abbandonare al loro destino milioni di cittadini-soldati, tanto più se infragiliti dall’età, chiamandoli “gregge”, ed esponendoli a una selezione che è al tempo stesso ovvio e fuorviante definire “naturale”. Anche qualora l’odio fosse primigenio rispetto ad altre passioni, non è nella logica umana abbandonare i deboli. È piuttosto parte della mentalità di un mondo forgiato proprio dalla retorica della guerra, ma anche purtroppo da un’idea dell’economia come metafora del conflitto bellico, un mondo in cui solo chi vince avrà ragione.

La stessa identica mentalità che nel 1892 portava il Senato di Amburgo, governato dai mercanti della città, ad agevolare la penetrazione del colera nella città anseatica al costo di sacrificare i più poveri e i più fragili. Un’infezione anche allora giunta dall’Asia, prima dall’India e attraverso la Russia trasportata dalle truppe inglesi e in grado di desertificare interi quartieri della città-stato. E una mentalità che ora, nel discorso pubblico europeo, è tornata a definirsi “anseatica”, ma che in modo ancora più estremo si esprime nel linguaggio pubblico degli Stati Uniti provvido di vittime invisibili, di lasciati indietro e di poveri per propria colpa. Un linguaggio che, dobbiamo riconoscerlo, ha costituito l’alfabeto della prima scienza economica.

A correggere i ragionamenti sulla proporzionalità dei costi in termini di vite umane è stato l’esercizio dei diritti democratici. Se non fosse stato per la ricerca del consenso, i governi dei paesi che favorivano la teoria dell’indennità di gregge avrebbero proseguito a lungo sulla strada del silenzio, proprio come deve aver fatto il partito comunista dello Hubei in Cina provocando un ritardo e un’incertezza che ha ingannato il mondo intero. In questo cerchio si uniscono i due estremi del radicalismo capitalista e di quello autocratico, entrambi convinti che esista un costo accettabile nel sacrificio dei diritti dell’individuo e che la sua esazione debba preferibilmente avvenire nel silenzio o, al massimo, dentro una narrazione falsata.

Il problema delle motivazioni dell’intervento pubblico rispetto ai diritti dell’individuo si manifesta tuttavia anche nelle democrazie liberali, perché l’intervento dello Stato nel restringere la libertà di azione, di movimento o di scelta del cittadino deve essere misurata sulle finalità del bene comune.

Ma appunto, come si definisce il bene comune: la tutela di ogni vita umana? il riparo della maggioranza da una minoranza? O invece, per giocare con le parole, non il bene comune ma il “benessere comune”, cioè la tenuta dell’economia? Non esiste un’unica risposta, perché non è solo il sistema sanitario a essere condotto agli estremi dalla crisi, ma anche il sistema dei principi costituzionali: in tedesco si dice “Not kennt kein Gebot”, di fronte alla necessità non esiste un divieto. Ma è solo un modo per spostare il discorso: che cosa è necessità? Vale per esempio la stessa logica superiore anche di fronte alla necessità degli altri, intesi ovviamente come stranieri?

Le emergenze sanitarie sono, nella storia dell’uomo, momenti di radicale cambiamento della cultura politica. C’è chi attribuisce alla peste del XIV secolo la perdita di influenza della Chiesa e anche la nascita del monopolio della forza degli Stati vista la necessità delle funzioni di “polizia” per presidiare a quel tempo i territori devastati. Lo stesso è accaduto con l’importanza della scienza dopo la peste del XVII secolo. Questi fenomeni che vanno a toccare la vita e la morte dei cittadini sono in grado di modificare radicalmente anche oggi sostanza e forma della vita politica.

Non sappiamo per esempio che cosa potrà accadere a mercato e democrazia, che hanno messo in cima ai loro obiettivi la libera scelta degli individui, se cioè democrazia e mercato saranno considerati inefficienti e troppo deboli. Quello che stiamo vedendo è che nelle condizioni di emergenza attuale la libertà degli individui viene già limitata e ci potrebbe essere qualche comunità di potere a cui sembri logico limitarla anche istituzionalmente, aumentando il ruolo dello Stato sorvegliando i comportamenti individuali con mezzi tecnologici. In circostanze come quelle attuali, non ci vuole molto sforzo per costruire impianti ideologici a sostegno dello stato di emergenza e a sostegno di poteri autoritari. Il sequestro dei poteri democratici da parte di Viktor Orbán ne ha dato illustrazione a meno di un mese dall’inizio dell’emergenza sanitaria in Ungheria.

Ugualmente nell’economia già si sente la tentazione – e in molti casi giustificata dalle condizioni emergenziali – di ridurre il ruolo del mercato, salvo consolidare il controllo sulle strutture di potere. Nel suo piccolo le normazioni sui “poteri dorati” che proteggono le imprese locali rappresentano una forma di debutto della nuova logica dell’accentramento delle decisioni. Non è escluso dunque che questa crisi, se si prolungherà, produca un esito che va nella direzione contraria a quella della seconda metà del Novecento fondata appunto su democrazia e mercato come veicoli della scelta decentrata del cittadino.

In questa prospettiva è tanto più importante la prosecuzione della vicenda europea che per sua natura richiede l’attraversamento delle frontiere, quindi la frammentazione del potere statuale, e fa avvenire ciò attraverso il mercato. Il confronto tra stati e tra mercati nell’ambito della piattaforma normativa europea è, in altre parole, il contrario del superstato temuto dai nazionalisti, ma è il luogo del confronto e del bilanciamento tra poteri che smettono di essere assoluti. In questo senso, la domanda sulle condizioni per la solidarietà europea – cioè per la sopravvivenza europea – è una domanda esistenziale non solo per l’Europa, ma per il futuro della democrazia, a cui dobbiamo rispondere.

 

Solidarietà, un concetto che dipende dall’orizzonte temporale

Sono necessarie alcune importanti specificazioni nella definizione di solidarietà in comunità non nazionali. Come dicevamo, la necessità prevale sulla legge anche se riguarda uno straniero? Se vediamo un ferito per strada corriamo ad aiutarlo senza chiedergli prima il passaporto (o almeno dovremmo, visti i tanti che muoiono in mare senza aiuti). La risposta kantiana è quindi “certamente sì”, l’assistenza di fronte al bisogno immediato vale per chiunque, anche per lo straniero. Quindi gli aiuti immediati agli ospedali e ai pazienti di un paese europeo da parte di un altro paese europeo non sono in discussione.

Ma che cosa dire invece del bisogno futuro? Cioè dell’aiuto che sarà necessario per superare la crisi economica, conseguenza dell’epidemia? Qui si introduce un fattore di tempo – l’aiuto non immediato deve infatti essere per definizione protratto nel tempo. Questo presuppone una riflessione comune sull’obiettivo dell’aiuto e in ultima istanza anche sull’ipotesi dello scambio tra chi presta aiuto e colui che lo riceve. Quest’ultimo un giorno potrà egli stesso esser chiamato a prestare aiuto. Ecco dunque che la solidarietà che va oltre la necessità istantanea richiede chiarimenti, promesse, impegni che a loro volta presuppongono “contratti aperti” e le istituzioni che ad essi presiedono. Ed ecco infatti la difficoltà europea nel mettersi d’accordo sugli eurobonds quando si chiede che siano senza regole attaccate e senza condizionalità.

Il contrasto che si è sviluppato tra Germania e Italia nelle ultime settimane andrebbe compreso dunque tenendo in considerazione sia le necessità di breve termine sia quelle di lungo termine e tenendole distinte. L’assistenza immediata per ragioni sanitarie non doveva essere negata, mentre gli aiuti finanziari per il futuro richiedono precisi accordi istituzionali, programmi politici e regole di verifica.

Le diverse scansioni temporali sono determinanti anche in un altro aspetto. Dietro l’ostilità tra gli Stati dell’Unione europea, che sta superando i livelli toccati dieci anni fa durante la crisi dell’euro, c’è una logica determinata proprio da un fattore preliminare: una valutazione diversa della durata delle conseguenze economiche della crisi sanitaria. Se infatti la crisi fosse più breve di quanti molti di noi temono e si tornasse al lavoro prima dell’estate, le misure già adottate dall’Ue sarebbero sufficienti. Se invece si prevede che l’economia europea cada in una lunga depressione, allora sarebbero necessari strumenti molto più potenti.

Mentre alcuni Stati, tra cui la Germania, possono aspettare l’estate prima di decidere se le risorse stanziate sono sufficienti, altri – tra cui Francia, Italia, Spagna e Irlanda, il cui debito pubblico è vicino o superiore al 100% del loro pil – non possono correre il rischio di arrivare in ritardo e sopportarne i costi finanziari. Una recessione protratta va evitata subito perché renderebbe la loro posizione finanziaria insostenibile. Sono proprio questi paesi che hanno firmato la lettera di fine marzo con cui hanno chiesto l’emissione di bond comuni.

Una prova dei differenti spazi di manovra è la dimensione delle risposte fiscali date inizialmente alla crisi in Germania (4% del pil), in Francia e Spagna (circa il 2%) e in Italia (1%). Gli effetti della crisi saranno dunque asimmetrici e questo spiega la diversità nelle preferenze politiche dei diversi paesi. A dettarle non sono le “diversità morali”, che Germania e Italia si imputano reciprocamente, ma banalmente diversi “margini di bilancio”.

Tuttavia, un altro fattore fa parte della valutazione che tutti i paesi devono condividere. Gli strumenti impiegati dalla Ue finora sono ampiamente sufficienti a contrastare una recessione breve, ma del tutto inadeguati a superare una lunga depressione. In caso di depressione né l’euro, né l’Unione europea sopravvivrebbero ai contraccolpi sociali e politici. Il rischio per l’Europa giustifica che si eviti di fare troppo poco, troppo tardi. Tuttavia, per paradosso, serve fare poco per l’emergenza di oggi e molto per la prospettiva di domani: difesa e sicurezza, automazione dell’economia, uniformazione dei sistemi di sicurezza sociale e di istruzione, rilancio dei sistemi sanitari e delle pratiche ambientali. Non c’è dubbio che tutto ciò richieda di usare Eurobonds come strumenti finanziari, ma più per il domani che non per l’oggi. Mettere sullo stesso piano morale la solidarietà dell’aiuto immediato e la progettazione del futuro non è corretto.

 

L'autore

Carlo Bastasin, Senior fellow della Luiss School of European Political Economy (Roma) e di Brookings Institution (Washington), autore di “Viaggio al termine dell’Occidente” (Luiss University Press)


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