Una valutazione del provvedimento liquidità

15 aprile 2020
Editoriale Focus Ripresa
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Il decreto n. 23 dell’8 aprile fornisce un bazooka di liquidità con un’enorme massa di fuoco, più che sufficiente per le esigenze del sistema delle imprese. Ma è necessario che il bazooka inizi a “sparare” liquidità da subito per salvare molte imprese che altrimenti rischiano di entrare in crisi già in questi giorni. Con un utilizzo chirurgico di dati e tecnologia, si potrebbe garantire liquidità in tempo reale alle aziende meno rischiose, con un’istruttoria più approfondita per le sole imprese più fragili. 

In un precedente articolo abbiamo proposto un metodo per calcolare i bisogni di liquidità per ogni singola impresa, applicandolo ai i bilanci di 720 mila le società di capitali italiane per il 2018 (gli ultimi disponibili), che con quasi 10 milioni di dipendenti. A questa base si applicano le previsioni di variazione dei ricavi che Cerved ha elaborato per oltre 200 settori economici sulla base di due scenari, uno ottimistico, che prevede che l’emergenza sanitaria si attenui dalla fine di giugno, e uno pessimistico, che assume che il calo di fatturato dei primi tre mesi si protragga fino a fine anno. I risultati mostravano che un numero consistente di imprese va in crisi molto velocemente, già tra marzo ed aprile. Inoltre, la liquidità massima (cioè calcolata sotto lo scenario più sfavorevole) per le imprese che vanno in crisi è di circa 140 miliardi. L’auspicio era quindi che si agisse velocemente e che si mettesse sul piatto liquidità abbondante. Con questa strumentazione possiamo ora valutare il decreto n. 23 dell’ 8 aprile 2020 (decreto liquidità) rispetto a questi parametri.

Per farlo, abbiamo calcolato la liquidità a cui le imprese hanno accesso a seconda della condizioni definite nel decreto. In particolare, per le PMI (imprese con meno di 500 addetti) sono previsti (in ordine crescente di liquidità erogabile e di complessità della procedura):

  1. Misura 1: 25.000 euro a garanzia piena ed elargibili senza istruttoria (Fondo Centrale di Garanzia);
  2. Misura 2: Per le imprese con meno di 3,2 milioni di fatturato, fino a un quarto del fatturato del 2019, garantito al 90% dallo stato e al 10% dai confidi (Fondo Centrale di Garanzia);
  3. Misura 3: Fino a 5 milioni, con garanzia statale al 90% (Fondo Centrale di Garanzia);
  4. Misura 4: Fino al massimo fra il 25% del fatturato e il doppio del costo del lavoro, con garanzia statale al 90% (Sace).

Per le grandi, si applica unicamente l’opzione 4, con garanzia pubblica dal 70% al 90% a seconda della dimensione d’impresa. Con questi limiti, è possibile calcolare l’importo massimo che ogni impresa può ottenere a seconda delle sue caratteristiche e dello strumento attivato.[1] Possiamo quindi verificare se la liquidità fornita dal provvedimento copre i bisogni di liquidità di ogni singola impresa calcolata con il metodo riassunto brevemente sopra.

La prima domanda riguarda la copertura. Le garanzie attivate dal Governo dovrebbero generare finanziamenti per 400 miliardi. Secondo i nostri calcoli nel precedente articolo, questa cifra dovrebbe essere ampiamente sufficiente: e così è. La Figura 1 riporta il numero di imprese che va in crisi di liquidità mese per mese nello scenario pessimistico, senza il provvedimento e con il provvedimento, assumendo il tiraggio massimo possibile. In pratica, il provvedimento copre la totalità delle imprese: a dicembre sarebbero in crisi di liquidità 266 mila imprese, che occupano 4,5 milioni di addetti. Di queste, meno di mille (45.000 addetti) non sarebbero in grado di coprire gli ammanchi con la liquidità prevista
dalle norme. La copertura teorica è quindi totale.

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Figura 1

 

Dato che la copertura c’è, l’efficacia del provvedimento dipenderà dalla sua implementazione. Un primo aspetto riguarda la velocità d’intervento:  dato che molte imprese potrebbero entrare in crisi entro i primi due mesi, è cruciale agire velocemente. Mentre i 25.000 euro per le PMI sono completamente garantiti dallo Stato e dovrebbero essere erogati in tempi brevissimi, gli altri schemi di finanziamento prevedono un’istruttoria, con grado crescente di complessità.
È quindi utile verificare quante imprese possono coprire i propri bisogni solo con i 25.000 euro e quante hanno invece bisogno di ricorrere a un’istruttoria.

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Figura 2

 

La Figura 2 riporta il numero di imprese che eviterebbero la crisi di liquidità a seconda della misura utilizzata (sinistra) e gli addetti di queste imprese (destra). Consideriamo solo le PMI in quanto per le grandi praticamente tutte sono coperte dall’unica misura prevista.  Ci concentriamo sullo scenario base, che prevede un allentamento della crisi a partire da giugno, in questo momento sembra l’esito più probabile.

Già ad aprile 131 mila PMI andrebbero in crisi di liquidità. Di queste, circa 90.000 coprirebbero i lori ammanchi con l’intervento base di 25.000 euro (misura 1). Al picco del bisogno di liquidità, toccato ad agosto, circa 200.000 imprese avrebbero bisogno di liquidità, la metà delle quali coperte dalla misura 1, senza istruttoria; altre 57 mila PMI potrebbero soddisfare la loro esigenza di liquidità con la misura 2. Si tratta di imprese di dimensione molto ridotta, per cui un’iniezione anche modesta sarebbe sufficiente per soddisfare le loro esigenze. Ma ciò non deve far pensare che le due misure più semplici siano sufficienti: proprio perché queste imprese sono piccole, occupano pochi lavoratori. Con queste due misure, non sarebbero coperte 43 mila società, che impiegano 1,35 milioni di addetti. Solo con la misura 3, che prevede una garanzia al 90%, il numero di addetti non coperti si ridurrebbe in modo significativo (a 136 mila). È chiaro quindi che è necessario che anche le misure più complesse vengano attivate velocemente.

I numeri diventano più grandi nello scenario pessimistico ma i messaggi non cambiano: il provvedimento in linea teorica è adeguato, ma la sua implementazione dev’essere veloce e con più di 100 mila istruttorie da completare nelle prossime settimane il rischio di rallentamenti è molto concreto. Una possibilità per accelerare il processo è di prevedere una procedura a due stadi, impiegando algoritmi che misurano in modo puntuale e tempestivo il rischio di credito sulla base di modelli di score in un primo stadio. Nel caso un’impresa abbia uno score positivo, il credito dovrebbe essere erogato con istruttoria snella e veloce. Le competenze specifiche delle banche nella valutazione del credito dovrebbero essere dedicate alle imprese con score negativi, per distinguere fra imprese che hanno comunque prospettive di sviluppo, nonostante gli indicatori quantitativi negativi, da quelle che non ne hanno. Per loro natura, gli score non incorporano la soft information, cioè il patrimonio informativo che le banche sviluppano attraverso il rapporto diretto con i loro clienti e che devono integrale le indicazioni provenienti dagli indicatori quantitativi.

Per valutare quanto questo approccio ridurrebbe l’attività istruttoria, abbiamo utilizzato il Cerved Credit Score, che assegna alle imprese a una classe di rischio da 1 (molto sicura) a 10 (molto rischiosa). Delle 100 mila imprese che avranno bisogno di liquidità nelle prossime settimane, circa 80 mila rientrano nelle prime sette classi, ritenute solvibili. Queste imprese dovrebbero ricevere credito velocemente con istruttorie semplificate. La riduzione del numero di istruttorie approfondite permetterebbe alle banche di dedicare più tempo e risorse per valutare attentamente ma celermente le 20 mila imprese in area di rischio.

L’ammontare di credito che fa fatto fluire nel sistema produttivo in breve tempo è senza precedenti e non può essere fatta con i tempi e le procedure standard. È necessario utilizzare tutti gli strumenti disponibili per canalizzarlo velocemente ed in modo efficace verso le imprese che ne hanno bisogno.

 

[1] Assumiamo che i provvedimenti non siano additivi, ma cumulativi, cioè se una PMI accede allo strumento 2 dopo aver ottenuto i 25.000 euro previsti dallo strumento uno, ottiene credito fino a un quarto del fatturato meno i 25.000 euro già ottenuti. Inoltre, non consideriamo eventuali finanziamenti garantiti già in essere.

Gli autori

Fabiano Schivardi è professore di Economia e Prorettore alla Ricerca alla Luiss oltre che Research Fellow all’EIEF. È esperto di economia industriale, lavoro, produttività e dinamiche aziendali.


Public & Economic Affairs Manager presso Cerved Group SpA


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