Al di là di questa Europa

20 aprile 2020
Editoriale Europe | Focus Ripresa
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I numeri del contago ci spingono ad una riflessione, sia per ridurre i danni che per trarne uno spunto di miglioramento. Gli imbarazzanti dibattiti sul Mes, sugli aiuti finanziari logorano di sicuro la struttura dell’Ue. Le spinte centrifughe si rafforzano. Tornano d’attualità le parole di J. Zielonka nel 2014 “Is the Eu doomed?” (in italiano “Come salvare l’Europa dall’Ue”). Appare anacronistico – come pur taluno vorrebbe fare – puntare su “più Europa”, antica litania ormai controproducente. La distanza dei cittadini dalle istituzioni Ue c’è, inutile fingere. Se mi è concesso un paragone rurale, che non vuol certo essere irriguardoso, ma solo auto evidente: parlare di +Europa equivale a caricare un asino, barcollante di suo per il peso che porta, con un ulteriore cesto di frutta da trasportare. Equivale a farlo stramazzare definitivamente. O, con altro esempio, come caricare una persona affetta da osteoporosi con uno zaino supplementare.

L’integrazione in certi settori tecnologici (ricerca scientifica e sviluppo) non turba sensibilità culturali ed è auspicata senza remore da tutti. Mentre un’integrazione indifferenziata, imposta da una Ue rigida e assolutizzante, anche per temi culturalmente sensibili, favorisce l’Uefonìa, sinonimo di cacofonìa.  Realistica appare invece un’altra, opposta prospettiva. Rafforzare l’Unione con una cura dimagrante, in vista della grande sfida che la Cina pone da qui al 2040. Un minimalismo strutturale salverà l’Ue e rafforzerà l’Europa.

La ‘Conferenza sul Futuro dell’Europa’ doveva partire formalmente il 9 maggio, ma si sta invece svolgendo, di fatto, in questi giorni. Potrebbe essere l’occasione per abolire le numerose sovrapposizioni. Per esser concreto andrebbero riviste, in primo luogo, le sovrapposizioni in materia bancaria e finanziaria. Come?

  • chiarendo esattamente quali siano i perimetri della competenza regolamentare della Bce; eventualmente anche operando in senso espansivo, abolendo l’l’Autorità bancaria europea (EBA);
  • riordinando vigorosamente il sistema delle fonti secondarie, eliminando l’ingovernabile molteplicità di ‘standards and guidelines’ e di regolamenti delegati: il tutto con il fine di introdurre una griglia unitaria di atti e provvedimenti;
  • frenando il proliferare di competenze ‘informali’ da parte di strutture che non hanno un mandato in tal senso. Mi riferisco agli atti nominalmente non vincolanti, ma dotati nella realtà dei fatti di efficacia molto penetrante, come le ‘policy stances’ della Bce e le ‘communications’ in materi di aiuti di Stato della Commissione.

Il tutto all’insegna della saggezza del buon, vecchio diritto romano, che con precisione forgiò l’actio finium regundorum, una delimitazione ben precisa della legittimazione e della responsabilità di ciascun soggetto:” io son responsabile sin qui; oltre, sei responsabile tu”. Insomma, perimetrando entro confini – sì, confini – ben precisi il raggio d’azione.  E questo metodo potrebbe ben essere applicato anche ad altri ambiti, all’insegna di una semplificazione della legislazione e, quindi, di una semplificazione degli assetti burocratici. E per due motivi: perché funzionale all’Unione e perché avrebbe un impatto entusiasmante sull’immagine (notoriamente appannata) della stessa Unione.

Si sono create una pluralità di sovrastrutture, creando appesantimenti procedimentali e un microcosmo di nuove regole nel tentativo di vicariare alla funzione che nella democrazia rappresentativa è invece svolta dal circuito rappresentativo. L’intervento degli stakeholders non rende più democratico il processo. Si tratta per lo più di position papers scritti da uffici legali in linguaggi ritualizzati ed incomprensibili al cittadino medio.

Ormai sul bail in vi è ampia convergenza nell’ammettere che è stata una scelta affrettata, tanto più inserita in un quadro di ordoliberismo allo stato puro (fiscal compact, MES, etc.). Non si può negare il costo pagato in termini di logoramento del tessuto ordinamentale, che è diventato più fragile. Dopo una prima, discutibile applicazione di quegli strumenti si è dovuto creare un nuovo paradigma per l’intervento pubblico nel capitale delle banche, che ricevesse l’avallo delle istituzioni europee, ma ciò non ha potuto prescindere da un alto costo sociale per l’applicazione di severe misure di “condivisione degli oneri” nei confronti di piccoli risparmiatori ed imprenditori.

L’Unione europea rifletta su sé stessa. Il virus potrà – al di là degli aspetti tragici – dare l’impulso a rimeditare le ‘regole del gioco’. Le vicende di queste settimane hanno dimostrato che gli Stati nazionali esistono nelle coscienze dei singoli. Si rispetti tale percezione e l’Unione europea si ritragga dal voler statuire in ambiti di sensibilità culturali diverse. In parole povere, perché un giudice europeo deve statuire sui crocifissi nei singoli Stati membri?

Essere autoreferenziali non è mai pratica sana: concentrarsi su sé stessi, al proprio interno, distoglie l’attenzione verso il mondo esterno. Mentre è questo che l’Europa dovrebbe fare: concentrarsi sul mondo esterno e prendere atto che a Bruxelles manca una visione strategica circa il ruolo dell’Europa nei prossimi 20 anni. Quest’Europa corre il rischio di marginalizzazione. Esiste una potenza cinese, con la quale i singoli Stati europei interagiscono singolarmente: è il caso di proseguire così? È nota a tutti la tradizione decennale, per cui la cancelliera tedesca si incontra ogni sei mesi con i potenti della Cina (alternativamente a Berlino e a Pechino) per sottoscrivere contratti in favore dell’industria tedesca. Allora, invece di indulgere sul crocifisso in Polonia, non sarebbe forse il caso di intessere una risposta unitaria alla sfida cinese (sul punto, utile M. Winter, China 2049-Wie Europa Versagt, 2019). Il finire del 2019 ha visto segnali, ovviamente cauti, della Commissione per una linea più rigorosa verso la Cina (id est di maggiore attenzione verso i propri interessi), ma è un flebile segnale. Comunque, nulla di concreto per ora. La “via della seta” non risponde solo ad una progettualità di espansione economica, ma ha una valenza epocale sulla quale si deve riflettere a Bruxelles.

Che senso ha investire su +Europa, quando la vicenda virus ha dimostrato che l’entità-Stato nazionale ha – volenti o nolenti – ancora una sua valenza? La ricchezza, in primo luogo storica, dell’Europa va considerata e rispettata: la densità culturale al di qua e al di là dei confini fra Francia e Spagna non sono paragonabili a quelli fra North e South Dakota. Allora, potrebbe essere un bene allentare la morsa iper-regolamentatrice all’interno, lasciare spazi alle singole realtà geografiche che formano l’Europa, e concentrarsi su una politica estera impostata veramente con visione globale. Un’alleanza con gli Stati Uniti, il Canada, l’Australia, il Giappone permetterebbe di intessere in una visione paneuropea una politica estera, che vada oltre la leggerezza del “non abbiamo più frontiere all’interno”.

Invece di pensare in piccolo, bisognerebbe pensare in grande con un alleato storico, come la ‘cugina’ Russia e non indulgere in una doppia iper-morale, che vale per Mosca, ma non per Pechino. Inoltre, recuperare i rapporti storici – superando vetusti sensi di colpa- con i Paesi africani.

Mi si obietterà che troppe voci in Europa son timorose, son pensose di vantaggi immediati e soprattutto son arresi all’“ineluttabile”. Come al solito, è la Storia a trovare risposte: a Bruxelles nel 1958, inaugurando l’Expo, si costruì l’Atomium, un monumento all’energia atomica. A quei tempi anche l’energia atomica sembrava ineluttabile.

 

L'autore

Romano Ferrari Zumbini è titolare di Storia del diritto presso la Luiss, dove ha insegnato Storia delle codificazioni moderne e Storia delle costituzioni, e dove è anche docente presso la School of Government


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