La pandemia e l’opportunità di ripensare un nuovo modello di organizzazione sociale

24 aprile 2020
Editoriale Focus Ripresa
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Non è provato che la diffusione del Covid-19 sia connessa con l’inquinamento ambientale o con fattori climatici, né quanto lo sia. Un dato, però, è certo: anche la sola ragionevole ipotesi è un campanello di allarme circa il livello di polveri sottili sotto la cui cappa vive la maggioranza della popolazione italiana, ammassata in centri urbani (oltre 10 milioni nelle sole prime 25 città) e in una zona del Paese, la Pianura Padana, corrispondente a poco meno di un settimo  della superficie globale che dà dimora a  20 milioni di persone, pari a un terzo del totale.

Non è solo una questione di rischio che la diffusione virale dipenda dall’inquinamento. Il virus ha avuto il merito di accendere il faro su un tema fondamentale, di cui l’epidemia potrebbe essere una conseguenza, non la causa: la tenuta, in termini sociali, sanitari ed economici, di sistemi imperniati sulla promiscuità territoriale tra siti produttivi e luoghi del vivere.

Questa promiscuità viene da lontano. È frutto della massiccia evoluzione sociale dipendente dalla grande rivoluzione industriale. Dalle fonti di energia vegetali (legno, carbon fossile, coke) che, per l’assenza di strumenti di trasporto veloce e seriale, imponevano la collocazione della fabbrica in aree limitrofe alle foreste, si passò al vapore racchiuso e controllato in apposite macchine (la cui prima invenzione risale al 1763). Ciò rese possibile lo spostamento dei luoghi produttivi a valle, in prossimità dei corsi d’acqua. E questo consentiva di ingrandirli sempre di più e di attrarre manodopera con esodi di dimensioni bibliche, svuotando le aree rurali e ammassando porzioni sempre più ampie di popolazione nelle città-conglomerati di fabbriche.

La città contemporanea (e il distretto concentrato di insediamenti produttivi distribuiti su aree geografiche ravvicinate costellate di centri urbani di dimensioni singolarmente più contenute) nasce come luogo produttivo di massa. Produce per masse sempre maggiori di consumatori, utilizza i suoi abitanti per produrre. I servizi, anch’essi necessariamente limitrofi, si sviluppano a loro volta in prossimità del conglomerato di fabbriche. La fabbrica li vuole vicini, compresi i servizi pubblici (amministrazioni, servizi di polizia, uffici giudiziari), per risparmiare tempi e costi e per sviluppare un senso di vicinanza e amichevolezza che protegge i suoi interessi.

Anche dove non dà luogo a insediamenti di dimensioni eccezionalmente elevate, l’avvicinamento del luogo del vivere al luogo del produrre è una tendenza spontanea del sistema socioeconomico consegnatoci dalla rivoluzione industriale sette-ottocentesca (in Italia, per larghi versi novecentesca). Si vive non più all’ombra del campanile o della torre civica ma della ciminiera.

Da allora nulla è cambiato, nonostante l’osservazione e la misurazione impietosa della correlazione diretta tra grado delle emissioni, talora accompagnato da condizioni climatiche sfavorevoli, e gravità (sia per intensità che per tipologia che per originalità) delle patologie che affliggono la popolazione residente a partire dall’infanzia e dalle età giovanili.

La diffusione dell’epidemia mondiale di coronavirus offre a tutti (cittadini, imprenditori, scienze e politica) un’opportunità irripetibile: ripensare il modello di organizzazione sociale centripeto, dove l’addetto e la sua famiglia collocano il luogo del vivere quanto più vicino alla fabbrica, spesso incentivati a ciò dallo stesso imprenditore, esponendo la loro intera esistenza alle emissioni nocive. La tecnologia avrebbe già consentito di sollevare questo tema ben prima. Ma non ne ha avuto la forza politica. Oggi la ha il Covid-19.

Vi sono diverse ragioni per rispondere affermativamente. La prima. Con l’eccezione delle attività strettamente connesse alla trasformazione della materia prima e alla distribuzione del prodotto, che richiedono di essere svolte in fabbrica o di convergere quotidianamente alla fabbrica da cui irradiare il flusso distributivo, tutte le attività a servizio del momento caratteristico non hanno bisogno della fabbrica per essere esercitate. Che ci si organizzi capillarmente nell’abitazione di ciascuna unità attraverso il lavoro a domicilio o mediante il raggruppamento di servizi in luoghi decentrati rispetto a quello produttivo, nulla rende tecnicamente necessaria la persistenza di città-di-fabbriche o di fabbriche-città.

La seconda. Lo sviluppo della tecnologia di trasporto su rotaia rende possibile lo spostamento in alta velocità di persone e cose. L’applicazione dell’alta velocità anche ai servizi di trasporto di prossimità consente di realizzare l’allontanamento dei luoghi del vivere da quelli del lavoro. A tempi medi di spostamento di 30-40 minuti (lasso ampiamente accettabile e inferiore alle medie attuali) possono corrispondere distanze comprese tra 120 e 150 chilometri, che si allungano fino a 200 se l’alta velocità di prossimità fosse portata agli attuali livelli di quella ferroviaria della tratta Milano-Bologna. Il futuro aumenterà sicuramente questi limiti. Vivere lontano dai siti di emissione nocivi alla salute umana si può.

La terza. Per le stesse ragioni, la maggior parte dei servizi può essere assolta senza necessità di confluenza fisica in uno stesso luogo. Imprese e famiglie non hanno bisogno di concentrazione geografica. I luoghi di produzione dei servizi possono essere decentrati e le stesse circoscrizioni amministrative e giudiziarie possono essere opportunamente ridisegnate

La quarta. L’eccessiva aggregazione delle persone, finora considerata solo sotto il profilo dell’efficienza in termini di costi, è un pericolo sul piano socio-sanitario. Lavorare gomito a gomito crea fragilità nel tessuto e lo rende vulnerabile a fattori di trasmissione di patologie legate al contatto. Il decentramento è sano. Il decongestionamento dei luoghi del vivere di massa offre protezione. L’esatto contrario di quanto avvenuto in oltre duemila anni di storia, dove unirsi è stato associato all’idea di ricevere maggiore protezione.

La quinta. L’isolamento della persona fisica dal contagio richiede tecnologia dell’abbigliamento, procedure di sanificazione, protocolli di controllo sanitario periodico personale e ambientale, comportamenti programmati di autoprotezione, tutte cose che il coronavirus ha dimostrato essere ben possibili. Alle politiche di riduzione delle emissioni e alle azioni di contenimento delle attitudini inquinanti degli impianti, che dovranno entrare senza equivoci nel tessuto della responsabilità sociale dell’impresa, può dunque aggiungersi molto di più, affinché gli stessi siti produttivi, ospitando per otto ore al giorno le maestranze, non le espongano a rischi nocivi per la loro salute

Ma allora perché non dovremmo sognare un futuro più o meno vicino nel quale si sviluppino o rifioriscano luoghi del vivere lontani abbastanza da quelli del produrre da garantire alle famiglie di condurre la loro esistenza in contesti più salubri e di circoscrivere le aree produttive, investendo in sicurezza per chi quotidianamente vi presta l’attività?

Non solo nulla lo impedisce, ma l’esperienza condivisa del Covid-19 lo richiede urgentemente, avendo dimostrato che una porzione di popolazione sovraesposta e vulnerabile è in grado di coinvolegere porzioni anche amplissime di popolazione nei propri malanni. Che non sia questo il caso del coronavirus poco importa. Altri potranno esservene. L’esperienza di oggi è un avvertimento che non può non essere colto.

Un’evoluzione di questo genere, ovviamente, ha bisogno di maturazione del problema, di analisi delle cause e di progettazione delle soluzioni. Anche in questo l’epidemia ci insegna. Non è una mente sola a poterlo concepire, né una semplice volontà politica, per quanto autorevole e profetica, a poterlo attuare. Occorre un concorso di menti e di scienze a supporto di un’azione di maturazione della coscienza sociale e della conseguente azione amministrativa, politica ed economica.

Multidisciplinarietà di tutte le scienze, anche sociali, che condividano un’azione convergente di ricerca e progettazione fino ad oggi non sperimentata su così larga scala. È questo uno dei legati principali di questa epidemia. Mettiamoci all’opera subito. Non rimandiamo tutto alla prossima catastrofe.

 

L'autore

Giorgio Meo è professore ordinaro di Diritto Commerciale alla Luiss


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