Avanti con prudenza sulle riaperture: larghissima maggioranza, anche tra chi è in difficoltà economica

1 maggio 2020
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Avanti con prudenza. Questa la linea di fondo del discorso di ieri del Presidente della Repubblica. In occasione della Festa dei Lavoratori, Sergio Mattarella (ricordando il valore fondamentale del lavoro e la necessità di lavorare per la ripresa “possibile” del paese) ha ricordato i sacrifici dei mesi scorsi per contenere il virus, invitando i cittadini a comportarsi con la dovuta prudenza per evitare passi indietro nella lotta contro la pandemia. In linea con la posizione del governo a favore di una riapertura graduale e condizionata all’andamento della curva epidemica. Questa, per molti versi, è anche la posizione che emerge come nettamente prevalente nell’opinione pubblica, in base ai dati del sondaggio realizzato da Winpoll per il Sole 24 Ore in collaborazione con il CISE[1], di cui vi presentiamo alcuni dati.

Al di là della posizione del governo e del Capo dello Stato, il tema è come sappiamo controverso. La linea cauta e ‘gradualista’ del governo Conte vede infatti contraria anzitutto l’opposizione, con Matteo Salvini e Giorgia Meloni da giorni sulle barricate per una riapertura più rapida (nel timore che un prolungamento del lockdown possa danneggiare in modo irreparabile l’economia), e Forza Italia su posizioni simili (anche se più moderate); ma soprattutto vede contraria Italia Viva, che invece è nella maggioranza, e il cui leader Matteo Renzi potrebbe decidere in futuro di far mancare il suo appoggio al governo. E anche all’interno del Partito Democratico la quota degli insoddisfatti è in crescita.

La questione è controversa non solo per motivi di tattica politica, ma perché sotto c’è il trade-off di queste settimane tra tutela della salute e necessità di far ripartire l’economica. Le misure di distanziamento sociale, senz’altro necessarie, hanno inferto un colpo duro all’economia italiana. In questa prospettiva, il fattore tempo diventa cruciale: quanto graduale dovrà essere la riapertura? La permanenza di misure restrittive piuttosto rigide è compatibile con una ripresa della nostra economia? E, soprattutto, in che misura le famiglie italiane sono in grado di assorbire i costi economici della chiusura?

Il primo dato interessante che emerge dalla nostra rilevazione è relativo alle opinioni degli Italiani sulla fine del lockdown. Contrariamente alla polarizzazione esistente sul tema tra le forze politiche in Parlamento, il dato riportato nella Tabella 1 mostra con chiarezza un’opinione pubblica decisamente compatta. Leggendo i dati della tabella in ordine di radicalismo della posizione, la posizione più restrittiva è una sparuta minoranza: solo 6,6% di intervistati vorrebbe mantenere le restrizioni attuali. La stragrande maggioranza del campione è invece su una posizione non così restrittiva, ma comunque prudente. Ben il 71% ritiene infatti che dopo l’inizio della Fase 2, la riapertura delle attività economiche ed il ritorno alla libera circolazione delle persone debba avvenire in modo graduale, in una posizione che sembra complessivamente in linea con quella del governo. Coloro che invece optano per una soluzione più ‘aperturista’ totalizzano il 22,4% del campione, a sua volta suddiviso tra chi vorrebbe riaprire subito fabbriche e negozi, ponendo però ancora dei limiti alla libera circolazione delle persone, come ad esempio al movimento dei cittadini tra regioni diverse (11,8% del campione), e chi invece auspica addirittura un immediato ritorno alla situazione precedente alla crisi (10,6%).

Tab 01

Almeno in parte, l’atteggiamento ‘gradualista’ dell’opinione pubblica italiana sulle riaperture può essere spiegato dal modo in cui viene valutato il rapporto, reso tristemente conflittuale dalla situazione attuale, tra tutela della salute e dell’attività economica. Abbiamo chiesto ai partecipanti alla nostra indagine quale tra questi due obiettivi dovrebbe essere privilegiato. E l’ago della bilancia pende in modo abbastanza netto a favore della tutela della salute (Tabella 2). È il 59,1% del nostro campione a ritenere che la salute dei cittadini abbia una priorità assoluta rispetto all’economia; contro il 40,9% che ritiene invece che si dovrebbe tutelare l’economia, anche a costo di affrontare dei rischi per la salute.

Tab 02

Il dato aggregato è abbastanza chiaro, ma ovviamente non tiene conto del diverso impatto economico sui diversi settori della nostra società. Volendo essere brutali, si fa presto a dare priorità alla salute quando si è tutelati dal punto di vista lavorativo (e quando le misure restrittive non incidono direttamente sul proprio status economico); diverso potrebbe essere invece il discorso per quelle categorie sociali più duramente colpite -in termini economici- dal lockdown.

E questo ci richiede anzitutto un breve approfondimento sull’impatto dell’epidemia sulla condizione lavorativa ed economica degli intervistati. Va anzitutto premesso che, in termini di condizione lavorativa, più di un quarto degli intervistati (il 26,8%, su un totale di 1643 che rispondono a questa domanda) riferisce di aver dovuto smettere di lavorare; i restanti tre quarti sono distribuiti abbastanza paritariamente tra chi non era parte di una categoria attiva neanche prima dell’epidemia (il 26,7%), chi appartiene a un settore che ha continuato a lavorare (il 21,2%), e chi ha continuato a lavorare da casa (il 25,3%).

Questo tuttavia non significa che la situazione economica sia peggiorata soltanto per chi ha dovuto smettere di lavorare. In realtà una domanda specifica, relativa al cambiamento del proprio reddito, rivela che quasi la metà degli intervistati ha visto peggiorare il suo reddito. Dai dati della Tabella 3 si vede infatti che solo il 52,5% degli intervistati ha visto la sua situazione economica non peggiorare (il 50,4% riporta una situazione invariata, il 2,1% addirittura un aumento); c’è invece un 47,5% di intervistati che riporta un peggioramento della propria situazione. Questa quota (quasi metà del campione) combina un 20,3% che ha visto una leggera diminuzione, un 17,2% con una forte diminuzione, e infine un 10% che ha visto il proprio reddito completamente azzerato.

Tab 03

Ovviamente, per capire l’impatto del distanziamento sociale sulla situazione economica degli intervistati manca un ultimo tassello: la disponibilità di risparmi con cui fronteggiare il calo di reddito. A chi dichiarava di aver subito una diminuzione di reddito abbiamo quindi chiesto se aveva a disposizione dei risparmi per fronteggiare la situazione. I risultati mostrano che solo due terzi (66,7%) dei 765 intervistati in questa situazione aveva a disposizione dei risparmi, mentre un terzo (33,3%) si è trovato in una situazione di calo di reddito senza alcun risparmio per fronteggiarla.

Combinando calo di reddito con disponibilità di risparmi abbiamo quindi classificato i nostri intervistati in tre diverse condizioni economiche (Tabella 4). Il 52,5% vede una situazione reddituale invariata; il 31,7% vede un calo del reddito, tuttavia potendolo (almeno in parte) fronteggiare con qualche risparmio; infine ben il 15,8% del campione (potenzialmente parleremmo di oltre cinque milioni di italiani) deve affrontare un calo del reddito senza avere risparmi disponibili.

Tab 04

Quest’ultimo dato ci permette a questo punto di rispondere a una domanda chiave: gli orientamenti sulla riapertura sono legati alla sofferenza economica? A chiedere una riapertura con maggiore urgenza sono i cittadini più in difficoltà?

In realtà i dati smentiscono questa ipotesi. La Tabella 5 (incrocio tra condizione economica e opinioni sulle modalità della riapertura) mostra infatti che il grado di disagio economico non sembra produrre effetti rilevanti sulle posizioni rispetto alla riapertura delle attività. Anzitutto, la percentuale che preferisce una riapertura graduale è ampiamente maggioritaria (intorno al 70%) in tutte le condizioni economiche (e la posizione aperturista più estrema è altrettanto largamente minoritaria – intorno al 10% –in tutte le condizioni economiche, senza variazioni apprezzabili). Ma soprattutto, a sorpresa, emerge una polarizzazione inattesa che contrappone – tra chi ha subito un danno di reddito – chi Tab 05aveva risparmi e chi no. In particolare, gli intervistati in massima difficoltà economica (quelli senza risparmi) sono di fatto quelli più contrari a una riapertura rapida: optano infatti più di ogni altro gruppo per mantenere le attuali rigide restrizioni, in misura doppia rispetto al totale del campione (13,5% di loro, contro il 6,6% del totale del campione), e desiderano meno degli altri una riapertura immediata di fabbriche e negozi (6,7% di loro, contro l’11,8% del totale del campione). Specularmente, gli intervistati danneggiati ma tuttavia con risparmi a disposizione sono quelli più aperturisti: solo il 3,8% di loro (contro il 6,6% in tutto il campione) sostiene la posizione più restrittiva, ma soprattutto in questa categoria sale al 18,1% la quota di chi vorrebbe riaprire subito fabbriche e negozi, contro l’11,8% del totale del campione. Va in ogni caso ricordato che anche in questa categoria, ancora il 67,4% sostiene la linea più prudente dell’eliminazione graduale delle restrizioni in base all’andamento dei contagi.

Di conseguenza, la gravità della condizione economica non sembra la principale spiegazione dei diversi atteggiamenti verso la riapertura. In generale, è possibile che contino convinzioni valoriali più profonde, ma soprattutto è possibile che le diverse opinioni riflettano i diversi interessi e le diverse necessità delle diverse categorie di occupati. Si tratta di un punto che meriterà ulteriori approfondimenti.

In conclusione, gli effetti economici immediati della pandemia sono del tutto evidenti. Secondo la nostra rilevazione, quasi la metà della popolazione avrebbe subìto perdite in termini di reddito, e questo soltanto in una prima fase della crisi. Si osserva tuttavia che la preferenza per una riapertura rapida di fabbriche e negozi non sembra legata al trovarsi in una condizione economica di grave disagio. In ogni caso, l’aspetto principale che emerge è una notevole coesione. A prescindere dalla propria condizione di disagio, i cittadini italiani mostrano infatti un livello di polarizzazione molto meno accentuato rispetto ai propri rappresentanti in Parlamento: la linea gradualista sulle riaperture sembra infatti quella intorno alla quale si stringe la maggioranza dei cittadini, preferendo ancora – in questa fase di incipiente crisi economica- che venga data priorità alla tutela della salute, anche a costo di mantenere ferma (almeno in parte) l’economia del paese. Vedremo come evolveranno le misure della “Fase 2” nelle prossime settimane.


[1] Il sondaggio è stato realizzato con metodo CAWI tra il 21/04/2020 ed il 23/04/2020 su un campione (N=1643) della popolazione maschile e femminile italiana dai 18 anni in su, stratificato per genere, età e provincia di residenza in proporzione all’universo della popolazione italiana.

Gli autori

Lorenzo De Sio è professore ordinario di Scienza Politica alla Luiss, e direttore del CISE. Politologo e metodologo, ha insegnato e insegna corsi di metodologia della ricerca sociale – a tutti i livelli – alla Luiss, e li ha insegnati precedentemente nelle università di Firenze e Siena.


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Davide Angelucci è studente di dottorato presso l’Università di Siena e assegnista di ricerca presso il CISE, alla LUISS


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