Disuguaglianza di reddito: perché il genere è rilevante

10 maggio 2020
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In anteprima per Luiss Open un estratto dal libro “Il fattore D” di Victoria Bateman, di prossima pubblicazione per Luiss University Press. 

 

Fortunatamente presenti nei dibattiti sociologici sulla disuguaglianza, il genere e la razza compaiono assai di rado nella letteratura economica sull’argomento. Come scrive Kathleen Geier a proposito del libro di Piketty, “benché il Capitale abbia senza dubbio molti meriti, l’attenzione per il genere non è purtroppo tra questi” (Geier et al. 2014). Zillah Eisenstein sottolinea l’ipocrisia di molti economisti, politici e leader religiosi di sesso maschile, intervenuti sul tema della disuguaglianza di reddito e ricchezza: “tutti denunciano la disuguaglianza eccessiva, ma senza mai riconoscere che a causare questa ingiustizia economica sono anche il razzismo strutturale e il patriarcato” (citata in Geir et al. 2014): Anche il modo in cui la disuguaglianza e la mobilità sociale sono misurate è d’ostacolo a un’analisi corretta del genere. La mobilità sociale è generalmente studiata mettendo a confronto le occupazioni dei padri con quelle dei figli, una scelta che cancella le differenze tra uomini e donne. Per esempio, il 35 per cento dei maschi nati nel quintile più povero rientrerà in questo quintile anche da adulto. Delle donne lo farà il 47 per cento (Haskins, Isaacs e Sawhill 2008, in particolare cap. 5). La disuguaglianza è misurata di norma mettendo a confronto le famiglie. E tuttavia, date le molte prove dell’iniquità della divisione tra uomini e donne della torta familiare, c’è il rischio che queste misure non restituiscano un quadro attendibile della disuguaglianza esistente (Woolley 1993, 487; Haddad e Kanbur 1990).

Quando comunque si passa ai fatti, si scopre che le donne sono sia sottorappresentate tra i ricchi sia sovrarappresentate tra i poveri. Nel 2014, le donne costituivano il 10,5 per cento di tutti i miliardari del pianeta, ma solo il 2,6 di quelli fatti da sé[1]. Come rivelano i dati di Forbes 400, la ricchezza delle donne è basata sulla trasmissione ereditaria assai più di quella degli uomini (fig. 1), segno che molte meno donne “riescono a farcela”. Quanto all’altro estremo della distribuzione del reddito, come è noto, le Nazioni Unite hanno di recente sostenuto, non senza polemiche (i dati sulla povertà sono difficili in effetti da scomporre per genere), che è costituito da donne il 70 per cento della povertà mondiale (Chant 2008). Anche le madri single sono notevolmente più a rischio di povertà dei padri soli (Kramer et al. 2016). Come è stato di recente osservato nel contesto di una campagna sui media, “la povertà è sessista”.

 

 

Fig. 1 Percentuale degli individui il cui patrimonio è ereditario sui 400 di Forbes, 1982-2003. Fonte:  Edlund e Kopczuk (2009, 164, tab. 4)

Fig. 1 Percentuale degli individui il cui patrimonio è ereditario sui 400 di Forbes, 1982-2003.
Fonte:  Edlund e Kopczuk (2009, 164, tab. 4)

 

A livello globale, le donne guadagnano in un anno solo il 57 per cento di quanto guadagnano gli uomini, un dato che supera quello relativo al divario retributivo di genere perché tiene conto anche delle donne che non percepiscono redditi da lavoro (Harris 2017). La ricerca ha dimostrato che le occupazioni cosiddette femminili sono remunerate in genere con paghe più basse di quelle previste per le occupazioni cosiddette maschili anche se il livello di qualificazione è lo stesso (Strober 1984; Goldin 1990, cap. 3; Hegewisch e Hartmann 2014; Humphries 1995, xxxiii). Alice Kessler-Harris e altri hanno sostenuto che le modeste retribuzioni corrisposte alle donne non sono solo un risultato delle forze di mercato, ma anche della nostra “mentalità sessista”, la quale ci indurrebbe a considerare i lavori “femminili” non meritevoli delle stesse paghe riconosciute agli uomini. Questo varrebbe in particolare per i lavori di cura, i quali, con l’invecchiamento della popolazione e l’ingresso nel mercato del lavoro di un numero crescente di donne, sono in aumento[2].

Per far fronte al problema della disuguaglianza è dunque necessario cercare innanzitutto di colmare il divario di genere. Ciò tuttavia non accadrà se prima non avremo affrontato il problema del lavoro di cura, sia esso svolto in famiglia e perciò non pagato o invece remunerato[3]. Secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, le responsabilità di cura non retribuite sono il principale ostacolo all’”ingresso e alla permanenza delle donne nel mercato del lavoro e al loro avanzamento di carriera”. Se gravano sulle loro spalle più che su quelle dei loro compagni, i carichi di lavoro delle donne interni alla famiglia provocano disuguaglianze nel mercato del lavoro sia in modo diretto, compromettendo la loro possibilità di svolgere un lavoro retribuito, sia in modo indiretto, spingendo la società a sottovalutare i tipi di lavoro prevalentemente femminili. A livello globale, le donne svolgono più di tre quarti del lavoro non pagato totale, un carico di lavoro equivalente a quello prestato da due miliardi di lavoratori impiegati a tempo pieno ma senza retribuzione (OIL 2018). È una disuguaglianza che non si può giustificare con la tesi che anteporre le attività di cura in famiglia al lavoro remunerato è una libera scelta delle donne. Non solo infatti queste ultime sentono il peso delle aspettative dei loro familiari; sembra anche, stando ai dati disponibili, che il 44 per cento delle gravidanze nel mondo sia non voluto (Bearak et al. 2018). Buona parte del lavoro di cura di cui le donne si fanno carico non è dunque stato scelto da loro.

Prima di concludere questa brevissima rassegna delle ricerche esistenti sulla disuguaglianza di genere e la disuguaglianza di reddito [4], dobbiamo affrontare un paradosso messo in evidenza da Stephanie Coontz, e cioè che disuguaglianza di genere e disuguaglianza di reddito si sono mosse in realtà negli ultimi cinquant’anni in due direzioni opposte: il divario di genere si è ridotto, mentre la disuguaglianza economica è aumentata. Da un lato, la maggiore partecipazione delle donne al mercato del lavoro ha aiutato a sostenere i redditi familiari. È stato dimostrato che “[s]e in questi cinquant’anni i redditi da lavoro delle donne non avessero subito variazioni, la disuguaglianza sarebbe aumentata a un tasso maggiore di quello effettiva del 52,6 per cento”[5]. D’altro canto, la crescente tendenza degli uomini percettori di redditi elevati a “sposare proprie simili” sta approfondendo la distanza tra i redditi delle famiglie al vertice della scala sociale e quelle ai gradini più bassi. Stando ai dati proposti in Greenwood e colleghi (2014), se gli statunitensi scegliessero il proprio partner a caso (come estraendolo da un cappello), il coefficiente di Gini (una misura della disuguaglianza compresa tra 0 e 1) sarebbe pari a 0,34 invece che a 0,43. Dal canto loro, i sociologi hanno richiamato l’attenzione anche su un altro divario in via di accentuazione: mentre infatti le coppie al vertice della distribuzione del reddito tendono sempre più spesso a rinviare il matrimonio e la prima gravidanza a dopo l’ingresso in un posto di lavoro stabile e soddisfacente, le donne più povere tendono ad avere bambini relativamente presto e finiscono sempre più spesso con il doversi far carico della cura dei figli da sole come madri single (Sawhill 2014). Poiché molti di questi bambini sono in un certo senso un imprevisto, la situazione economica delle madri, di per sé già precaria, generalmente peggiora, costringendole spesso a interrompere gli studi o il proprio percorso di lavoro. Per esempio, negli Stati Uniti, è frutto di gravidanze non pianificate il 60 per cento dei bambini nati da giovani donne non sposate, un dato niente affatto positivo considerato che il tasso di povertà al lordo delle tasse è per le madri sole vicino al 50 per cento (non sorprendentemente, dopo tutto, dato il divario retributivo di genere e il carico di lavoro di cura non pagato da svolgere) (ibid.). Ciononostante, l’accesso delle donne alla contraccezione e all’aborto è sempre più a rischio (ibidem; Rodgers 2018). Così, mentre al vertice della distribuzione prevalgono le famiglie a due redditi (alti), alla sua base cresce il numero delle famiglie a un solo genitore, la maggior parte delle quali guidate da donne divise tra lavoro fuori casa e cura dei figli, e le cui condizioni sono di gran lunga peggiori delle loro equivalenti guidate da un uomo (Kramer et al. 2016). Con il rischio che la loro povertà pregiudichi il destino di più generazioni (si vedano per esempio Chetty e Hendren 2018a; 2018b; Chetty et al. 2016; Chetti et al. 2014).

Per far fronte alla disuguaglianza economica sarà dunque necessario qualcosa di più del consueto pacchetto redistributivo proposto dalle sinistre e basato su una lettura del fenomeno in termini soltanto di classe; occorrerà puntare assai più di quanto si sia fatto fin qui sull’uguaglianza di genere, un’uguaglianza che non preveda sola paga uguale per uguale lavoro, ma anche la possibilità per le donne di controllare il proprio corpo e opportunità di istruzione e formazione per tutta la vita, cose che né la politica né il mercato del lavoro di oggi, basati come sono sul modello del male breadwinner, sono preparati a offrire. L’agenda della “predistribuzione” in cui ci imbatteremo nel capitolo 6 può aiutare a evitare che il mercato conduca a risultati a svantaggio delle donne, per esempio garantendo condizioni uguali alle famiglie con a capo una donna e quelle con a capo un uomo. Ma occorrerà intervenire in modo molto più coraggioso anche sulla divisione delle responsabilità di cura[6], la cui attuale iniquità ha origine, come abbiamo visto, nel “culto della vita domestica” del Diciannovesimo secolo (Wiesner-Hanks 2015, trad. it. 2017; Folbre 1991; Kessler-Harris 2001, 7-11). Dopo tutto, è impossibile realizzare l’uguaglianza nel mercato se non c’è uguaglianza in casa; ma non vi sarà uguaglianza in famiglia se non la si sarà raggiunta nel mercato. Sono due tipi di disuguaglianza che si rafforzano reciprocamente. Assicurarsi che le donne abbiano un maggiore controllo sul proprio corpo (invece che minore) è comunque un buon punto di partenza.

 

1    Freund e Oliver (2014). Per le tendenze storiche relative agli Stati Uniti, si vedano Edlund e Kopczuk (2009) e Boushey, de Long e Steinbaum (2017, 381-3, tabb. 4 e 5).

2    Kessler-Harris (2001, 6; 2015). Sullo svantaggio in termini di retribuzione dei lavori di cura, si veda Budig e Misra (2010). Più in generale, Sen (1987); Folbre (2004); Gammage, Kabeer e van der Meulen Rodgers (2016).

3    Per una sintesi della letteratura su “cura e capitalismo”, si vedano Ferrant, Pesando e Nowacka (2014) e Bryson (2016, 264-7).

4    Chi voglia approfondire l’argomento può iniziare con il numero speciale che la rivista Gender and Development ha dedicato all’uguaglianza nel 2015. Si veda per esempio Kabeer (2015).

5    Se però tenessimo conto della crescente tendenza degli uomini ricchi a sposare donne ricche, seppure ignorando come prima l’effetto perequativo delle variazioni nei redditi da lavoro delle donne, l’aumento della disuguaglianza sarebbe più veloce del 37,8 per cento (Duke 2015). Coontz (2014).

6   Lewis (2009); O’Connor, Orloff e Shaver (2009); Elson e Cagatay (2000); Daly (2005); Balakrishnan, Heintz e Elson (2016).

 

L'autore

Victoria Bateman insegna economia all’Università di Cambridge. Sostenitrice della necessità di una rivoluzione sessuale nel pensiero economico e del ruolo dell’arte nella lotta politica, nota in patria per aver guidato le proteste contro la Brexit.


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