Se in realtà sono i cittadini a guidare i partiti e non viceversa?

13 maggio 2020
Editoriale Open Society
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  •  Rispetto alla riconosciuta capacità dei partiti politici di influenzare e, in un certo senso, modellare le preferenze dei cittadini su determinate questioni, cosa emerge dall’analisi effettuata nella vostra ricerca sul caso delle elezioni politiche del 2013 in Italia?

Nel modello classico della rappresentanza in effetti si presuppone il processo inverso: si assume che siano i cittadini ad avere diverse opinioni, e i partiti che competono per rappresentarle. Tuttavia, c’è un filone di ricerca recente che ha messo in evidenza come a volte accada il contrario: su molti temi, soprattutto quelli più complessi, i cittadini spesso non hanno un’opinione definita e ricorrono ai partiti politici come a delle euristiche, delle “scorciatoie cognitive”, ovvero delle guide per capire come bisognerebbe pensarla su un determinato tema. Varie ricerche hanno infatti mostrato che non solo i partiti rappresentano le opinioni dei cittadini come nel modello classico, ma spesso in realtà accade il contrario: i cittadini, se hanno un partito a cui si sentono particolarmente vicini, si fanno guidare da quel partito su alcuni temi. La nostra ricerca ha dimostrato che questo effetto può essere anche molto potente e può essere presente addirittura anche con partiti nuovi, ovvero che sono nati da poco tempo. In particolare, la nostra ricerca si è svolta sulle elezioni del 2013 in Italia e abbiamo scoperto che anche nel caso di partiti relativamente nuovi, come Scelta Civica (il partito di Mario Monti) e il Movimento 5 Stelle, si riusciva a osservare che comunque anche gli elettori di questi partiti si facevano guidare in maniera significativa per le opinioni su alcuni temi. Nel nostro caso abbiamo analizzato tre temi: l’opinione sulla tassa sulla casa (IMU), come secondo tema avevamo analizzato la posizione sui diritti delle coppie gay e infine come terzo tema avevamo analizzato la posizione sulla riforma elettorale.

  • Quale è stato il metodo utilizzato nella vostra ricerca per rilevare l’impatto di cui parla?

L’esperimento, cui abbiamo lavorato io, Aldo Paparo, Ted Brader e Joshua Tucker, si è svolto mediante un sondaggio telefonico in cui abbiamo somministrato un questionario ad un campione rappresentativo della popolazione italiana. Nella prima parte del questionario abbiamo anzitutto posto una serie di domande per capire gli orientamenti politici dell’intervistato e in particolare per individuare, indirettamente, il partito che preferiva rispetto agli altri. Nella seconda parte del questionario abbiamo invece implementato un disegno sperimentale, come nelle scienze naturali: in metà del campione (cosiddetto “gruppo di controllo”) abbiamo semplicemente chiesto all’intervistato la sua posizione preferita (tra quattro posizioni possibili) sui tre temi visti prima. In base alle posizioni scelte, abbiamo poi calcolato ex post il “tasso di coerenza col partito”, ovvero su quanti temi l’intervistato andava di fatto a scegliere (senza che il partito fosse menzionato) la posizione preferita dal proprio partito. Agli intervistati del gruppo invece soggetto al trattamento sperimentale si chiedeva analogamente quale fosse la loro posizione preferita, ma stavolta menzionando esplicitamente quale partito sostenesse ciascuna posizione, ovvero fornendo quello che si chiama un partisan cue. In questo caso l’intervistato, se ha un partito a cui è affezionato, lo riconoscerà, e c’è la possibilità che tenda a uniformarsi alla posizione preferita dal suo partito, scegliendo una posizione che non avrebbe scelto altrimenti. Di conseguenza, confrontando il “tasso di coerenza col partito preferito” nel gruppo di controllo e nel gruppo di trattamento siamo in grado di vedere se, a parità di condizioni, la menzione esplicita del partito tende a spingere l’intervistato a uniformarsi alla posizione del suo partito, quantificando perciò l’effetto del partisan cue. I risultati sono veramente potenti: in media (tra tutti i partiti e tutti i temi) abbiamo osservato un aumento del tasso di coerenza di 18 punti percentuali nel gruppo di trattamento rispetto al gruppo di controllo. La menzione del partito spinge quindi quasi un intervistato su cinque a scegliere una posizione che non avrebbe scelto altrimenti. L’effetto è poi diverso tra i vari temi, ma sempre notevole: è di 13 punti sulle coppie gay, di 17 punti sull’IMU, e addirittura di 25 punti percentuali sulla riforma elettorale. Quest’ultimo dato è per certi versi comprensibile: su un tema complesso e tecnico come la riforma elettorale, non è così sorprendente che l’intervistato si affidi di più al partito preferito; ma il fatto che si mantenga un effetto importante (13 punti) anche su un tema di coscienza come le coppie gay (su cui si presuppone i cittadini abbiano un’opinione autonoma) fa capire che le persone usano molto i partiti come scorciatoie cognitive: più di quanto ci saremmo aspettati.

  • Può farci un esempio comparato tra l’Italia ed una altra realtà, a suo parere, significativa sulla base dell’analisi sperimentale condotta?

La ricerca è dedicata al caso italiano, ma si inserisce in un contesto che ha utilizzato questo tipo di studi in vari altri contesti internazionali. In generale, l’aspetto innovativo della nostra ricerca è che si tratta della prima ricerca svolta in un sistema multipartitico (e non in un sistema bipartitico, come ad es. gli Stati Uniti), e che ha utilizzato temi veri, temi tratti cioè da una vera campagna elettorale. In questo senso noi siamo stati i primi: finora ricerche con temi reali di campagna elettorale sono state svolte solo negli Stati Uniti. E quello americano è un contesto particolare, dove non è sorprendente trovare effetti importanti, visto che i due grandi partiti sono antichi e producono identità radicate da decenni nei cittadini. Gli studi svolti su sistemi multipartitici più fluidi e volatili sono stati invece finora condotti solo utilizzando temi immaginari, inventati appositamente per l’esperimento, con risultati quindi meno generalizzabili a un contesto reale. In questo senso il nostro studio, basato su temi reali in un sistema multipartitico, è un unicum, e non è un caso che poi sia stato pubblicato da una rivista importante come Political Psychology. Questo anche perché – oltre a queste due caratteristiche – abbiamo anche avuto la peculiarità di cogliere un momento in cui si presentavano due partiti quasi interamente nuovi: un contesto quindi molto sfavorevole alla presenza di effetti importanti di influenza partitica. L’aspettativa, condivisa dai nostri colleghi americani, era quindi che non avremmo trovato effetti particolarmente ampi: a maggior ragione i risultati sono stati sorprendenti. Di conseguenza il nostro studio ha acquisito ulteriore importanza anche in prospettiva comparata, riuscendo a documentare effetti rilevanti usando temi reali in un sistema multipartitico fluido com’è quello dell’Italia del 2013 (dove un nuovo partito è arrivato primo alla sua prima prova elettorale).

  • Cosa ci insegna questa ricerca sul funzionamento della democrazia?

Questa ricerca è di attualità rispetto al funzionamento delle democrazie contemporanee, e per certi versi ci dà anche dei risultati rassicuranti sulla nostra capacità di avere una democrazia efficace e gestibile. In tempi recenti spesso si è letto, da parte dei commentatori politici, di un rischio di sovraccarico delle nostre democrazie: i cittadini esprimono domande sempre più impegnative, problemi sempre più complessi devono essere affrontati, ma al tempo stesso c’è meno fiducia nei partiti politici quindi meno capacità di affidarsi ai partiti per delle soluzioni efficaci. Questo pone un problema di efficacia della democrazia perché di fronte alla complessità dei problemi di oggi e alla necessità di trovare delle soluzioni c’è sempre il rischio che i cittadini non accettino le soluzioni proposte, e siano tentati da scorciatoie populiste. In realtà la nostra ricerca ci dice che questo rischio è reale solo fino a un certo punto. Da un lato, infatti, è vero che su temi molto salienti i cittadini hanno spesso opinioni nette, sono esigenti e pretendono delle risposte dai partiti politici: ad esempio, oggi, temi particolarmente sentiti sono quelli relativi alla protezione economica, all’immigrazione, e di recente ovviamente quelli legati alla gestione del sistema sanitario. Tuttavia, ricerche come la nostra hanno chiaramente mostrato che una volta che i partiti riescono a costruirsi dei rapporti di fiducia con il loro elettorato – basati sulla capacità di rispondere a queste questioni molto importanti – sulle altre questioni poi hanno un capitale di fiducia per guidare gli elettori, veicolando opinioni e proposte politiche che poi vengono nei fatti raccolte dagli elettori. Questo probabilmente avviene meno sui temi chiave più controversi, ma tuttavia offre importanti margini di manovra su tutti gli altri temi che la politica deve affrontare ogni giorno. Di conseguenza – a patto di rispondere su alcuni temi chiave – la politica conserva una capacità di guidare i cittadini, che su molti temi sono ancora disponibili ad affidarsi. Ovviamente questo comporta per i partiti innanzitutto di costruire dei rapporti di fiducia con il loro elettorato. Ma, una volta fatto questo, la nostra ricerca mostra che gli elettori di un certo partito lo usano spesso come guida per formarsi delle opinioni sui tanti temi che non conoscono.

  • Rispetto all’ultima domanda e, in particolare, all’incapacità che spesso caratterizza i partiti politici di comunicare con gli elettori, qual è il ruolo del movimento delle Sardine formatosi negli ultimi mesi del 2019?

Il movimento delle Sardine è a mio parere la testimonianza chiarissima di un bisogno che non viene rappresentato. Nel caso specifico, il bisogno di una politica che non esprima soltanto proposte pragmatiche e razionali di policy, ma anche una testimonianza di valori. I valori hanno una capacità comunicativa inimmaginabile, perché – nella loro stretta relazione con le emozioni – arrivano in modo potentissimo e universale anche a cittadini con scarsi livelli di istruzione e interesse per la politica. Nel campo del centro-destra la domanda di una rappresentanza valoriale è oggi abbastanza soddisfatta perché leader come Salvini e Meloni hanno una comunicazione che è pragmatica e razionale ma è anche molto emotiva, e i leader non perdono occasione per sottolineare i valori fondamentali che il loro elettorato vuole vedere rappresentati e che sicuramente apprezza. Nel campo del centro-sinistra invece negli ultimi anni abbiamo assistito a una proposta politica sempre più basata su proposte politiche pragmatiche e razionali, quindi per certi versi “fredde” (e in grado di arrivare solo a cittadini interessati e istruiti), dimenticando che invece la politica è fatta anche di testimonianza di valori, di sentimenti, di emozioni. La mia impressione è quindi che le Sardine abbiano fatto emergere una grande domanda – per adesso inevasa – di rappresentanza di valori nel campo del centro-sinistra, quindi valori di partecipazione, eguaglianza, accoglienza e inclusione. Il problema è che le Sardine non sono un partito, e la risposta vera può arrivare solo dai partiti. E paradossalmente, per ricollegare il fenomeno delle Sardine ai risultati della nostra ricerca, ricostruire un legame di fiducia col proprio elettorato attraverso i valori potrebbe addirittura restituire ai partiti una maggiore libertà di manovra su molti temi di policy. Vedremo se quei partiti riusciranno a cogliere questa sfida, che è come sempre anche un’opportunità.

“Where You Lead, I Will Follow”: Partisan Cueing on High‐Salience Issues in a Turbulent Multiparty System

L'autore

Lorenzo De Sio è professore ordinario di Scienza Politica alla Luiss, e direttore del CISE. Politologo e metodologo, ha insegnato e insegna corsi di metodologia della ricerca sociale – a tutti i livelli – alla Luiss, e li ha insegnati precedentemente nelle università di Firenze e Siena.


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