Valutazione indipendente, istruzione superiore e orientamento

30 maggio 2020
Editoriale Open Society
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In Italia è sempre più chiaramente avvertita l’esigenza di un rilancio dell’istruzione superiore. L’emergenza Covid-19 l’ha acutizzata. Sono certamente indispensabili congrue risorse economiche per borse di studio, posti, investimenti strutturali, ricerca. C’è però anche un’altra necessità, che riguarda l’affidabilità e la leggibilità del sistema. Non sempre il modo in cui è rappresentata l’offerta formativa corrisponde alla qualità effettiva. Non sempre gli utenti accedono a tutte le informazioni che servirebbero per orientare correttamente le loro scelte. Una possibile risposta a questi problemi è la creazione di un organismo indipendente che mitighi l’asimmetria informativa.

La scelta di un percorso di istruzione superiore è una delle più importanti per un adolescente, per la sua famiglia e per la collettività. Non tutti i potenziali studenti la compiono. In alcune nazioni le percentuali sono andate aumentando. In altri – tra cui l’Italia – invece sono relativamente basse, e potrebbero ulteriormente diminuire dopo la pandemia. Un’istruzione impartita da università, accademie etc. sempre più diffusa è in effetti vantaggiosa sia per gli individui che la conseguono, sia per un paese, per ragioni note su cui qui non mi soffermo. Attenzione, però: di per sé il mero incremento del numero di coloro che ottengono il titolo non è un buon indicatore. Una laurea o altra certificazione cui non corrisponda una reale preparazione potrebbe essere utile per chi la rilascia e per chi la ottiene, ma per un verso non fa crescere l’istruzione reale e per altro verso produce danni a largo raggio, consentendo a soggetti impreparati di aspirare a posizioni per cui non sono adatti e compromettendo la credibilità del sistema. Vi è inoltre il problema della congruenza tra offerta formativa ed esigenze del mondo del lavoro, che comprende non solo il privato for profit, quanto anche il settore pubblico, il terzo settore, la produzione culturale, che assorbiranno in futuro sempre più risorse umane qualificate. La congruenza manca, ad esempio, quando vi sono aziende che cercano senza successo lavoratori con un dato profilo elevato, oppure quando un bravo laureato non trova opportunità coerenti con gli studi che ha fatto, o le trova a condizioni contrattuali molto inferiori a quelle praticate in altri paesi.

Uno studente può ben scegliere un corso di studio solo per un arricchimento culturale, senza curarsi della ricaduta lavorativa. In ogni caso, però, deve essere chiaro a chi si iscrive, ai suoi familiari, al sistema dell’istruzione superiore e al sistema-paese sia quanto “pesa” veramente il titolo X rilasciato dall’istituzione Y in termini di apprendimento reale degli insegnamenti impartiti, sia a quali sbocchi occupazionali esso può condurre. A maggior ragione lì dove vige il valore legale del titolo di studio. Quando c’è confusione molti rinunciano all’istruzione superiore, mentre qualche furbo ne approfitta. Se la si vuole veramente potenziare la questione di cui parlo è ineludibile, e va affrontata con gli strumenti adatti. Inoltre, l’opacità è socialmente regressiva, perché penalizza gli studenti e le famiglie che hanno meno risorse economiche, educative, cognitive, relazionali.

La scelta di cui parliamo è un caso di asimmetria informativa, uno dei difetti – anche detti fallimenti – del mercato. Un “consumatore” che si orienta a un dato prodotto dovrebbe saperne abbastanza da poter giudicare se ciò che gli stanno offrendo è una fregatura, o se vi sono alternative migliori, ovvero se a parità di qualità vi sono prodotti più convenienti. Il problema non si pone se è già informato a sufficienza di suo. È più facile se il prodotto è intrinsecamente semplice, agevole da decodificare nelle sue componenti, e il mercato ha certe caratteristiche. Se no, il “consumatore” deve informarsi, il che ha un costo. Vi sono peraltro prodotti e mercati per i quali è praticamente da escludere che il cliente medio possa con le sue sole forze superare il gap informativo. Si pensi alla sanità, alle professioni, o appunto all’istruzione superiore, ove per definizione chi la offre ne sa assai di più sul suo “prodotto” rispetto a chi lo potrebbe domandare. Ecco allora che in casi del genere il “mercato” è difettoso e si giustifica un intervento tramite organismi indipendenti. Ci vogliono regolatori particolarmente qualificati, capaci di comprendere le sottigliezze di quella difettosità, i quali devono godere appunto di indipendenza, per tutelare gli interessi diffusi e non adottare decisioni a vantaggio di certi produttori o comunque di interessi particolaristici. È richiesta anche una distanza di sicurezza dalle dinamiche politico-elettorali. Per ragioni di spazio devo essere sbrigativo. In molti paesi, incluso il nostro, per alcuni ambiti economici e sociali sono state in effetti create istituzioni definite come indipendenti.

I risparmiatori, le famiglie, i comuni cittadini possono compiere investimenti più o meno congrui in ambiti quali prodotti finanziari, credito, assicurazioni o previdenza, per i quali in Italia si hanno molteplici entità dedicate (Consob, Banca d’Italia, Ivass, Covip), le quali tra l’altro richiedono ai soggetti regolati di dischiudere informazioni che diversamente potrebbero non essere fornite. Anche un figlio all’università, all’accademia etc. è un investimento, peraltro spesso assai più importante dei suddetti in termini sia quantitativi che esistenziali, e ben al di là delle rette annuali. Un regolatore indipendente può ridurre l’asimmetria informativa su aspetti quali la validità della preparazione fornita dalle varie istituzioni formative, l’attendibilità della sua verifica, gli sbocchi lavorativi, chiedendo di generare, conformare e rendere fruibili le informazioni cruciali. Ciò vale per tutti i corsi di studio, dalle scienze naturali alle scienze umane. Vi sono stati periodi in cui certi percorsi formativi attraevano matricole a centinaia di migliaia. Poi per alcuni vi è stato un crollo delle iscrizioni. C’è il rischio che certi settori si riducano ai minimi termini, lasciando magari sopravvivere i “produttori” più spigliati. Invece è necessario che le strutture serie restino in piedi e crescano, eventualmente stimolate a ripensare qualcosa di ciò che fanno dal confronto con l’entità indipendente.

Affinché gli organismi come quello che propongo siano utili occorrono poteri di intervento ben calibrati e incisivi, competenze specialistiche, un’architettura istituzionale che garantisca l’indipendenza, vertici e personale effettivamente prescelti secondo tali criteri. Se no, non ne vale la pena. In Italia con l’Anvur si è mosso un primissimo passo in questa direzione, ma molti altri ne andrebbero compiuti. Peraltro, esistono già fonti utili, quali Excelsior, le varie classifiche delle università, AlmaLaurea. Così come già avviene in altri ambiti, la presenza di un organismo autenticamente indipendente non esclude, ma piuttosto valorizza il pluralismo informativo, dando al contempo il senso dell’importanza che lo Stato attribuisce a quel che intende tutelare: qui il diritto allo studio, la crescita culturale, l’insegnamento, la ricerca, i capaci e i meritevoli, l’attività economica di cui parla la Costituzione.

 

Il tema qui discusso è stato svolto in modo più esteso in “Occupabilità, orientamento, università, futuro del lavoro”, Il nodo. Per una pedagogia della persona, XXIII, 49 nuova serie, dicembre 2019.

 

 

 

 

 

L'autore

Antonio La Spina è professore di Analisi e valutazione delle politiche pubbliche e Politiche sociali e del lavoro al Dipartimento di Scienze Politiche della Luiss


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