Gli ecosistemi comunicativi tra piattaforme e trasformazione della sfera pubblica

3 giugno 2020
Editoriale Open Society
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Il secondo decennio del XXI secolo ha visto l’affermazione globale dei social media e della logica delle piattaforme, al punto che alcuni studiosi hanno parlato di nascita della platform society. Non solo, ovviamente, le piattaforme “social” ma anche quelle per la consultazione dei cittadini, quelle dei partiti (al punto che è stata coniata l’espressione partito piattaforma) quelle per l’organizzazione del lavoro (sempre più precario e sempre meno garantito da diritti) e quelle per l’organizzazione sociale. Gli algoritmi sono diventati il nuovo feticcio, al punto che al feticismo delle merci si è di fatto sostituito il feticismo degli algoritmi. Questo processo ha però messo in luce angoli bui: dalle forme di concentrazione e conglomerazione alla consapevolezza dell’incremento del controllo, dalla nascita di strumenti automatici (i bot) per la costruzione dell’agenda sociale fino alla presa di coscienza che – prima di essere “istruzioni informatiche” – gli algoritmi sono il frutto di scelte aziendali e politiche (e quindi non sono neutri).

Da qui lo sviluppo di nuovi filoni di studio e la – solo apparentemente paradossale – ripresa di alcune delle teorie “classiche” della comunicazione che, nella loro rivisitazione, hanno evidenziato la loro vitalità e soprattutto la loro applicabilità scientifica. L’emersione di fenomeni come quelli dei troll e dei bot, di pratiche come quelle dell’hate speech e della disinformazione, hanno costretto le autorità pubbliche a un ripensamento ma – soprattutto – hanno spinto la ricerca accademica verso nuove forme di innovazione scientifica. Lo scandalo Cambridge Analytica, infine, ha costretto tutti gli attori in gioco (la politica, le istituzioni, i proprietari delle piattaforme, le cittadine e i cittadini, gli studiosi) a un ripensamento complessivo. Se le ricerche sul sentiment di Twitter erano la moda dominante solo all’inizio del secondo decennio del XXI secolo, nuove espressioni sono emerse sia nella ricerca sia nel dibattito pubblico: filter bubbles, echo chambers, information disorder, post-truth solo per indicarne alcune. La riscoperta dell’approccio critico agli studi sui media e sulla comunicazione ha infine contribuito a un sostanziale cambiamento di paradigma.

In questo paradigma si collocano anche i nuovi approcci al broadcasting. Un esempio emblematico è rappresentato dalla ricerca sul servizio pubblico, sempre più declinato come public service media e indagato nella sua capacità di diventare attore e acceleratore della coesione sociale. Non è un caso che proprio l’espressione coesione sociale costituisca il fondamento del contratto di servizio della Rai. Sono state così riscoperte le teorizzazioni di Raymond Williams (Communications, 1976) che distingueva quattro diversi sistemi di comunicazione: autoritari, paternalistici, commerciali e democratici. La necessità di una “comunicazione democratica” è così tornata nell’orizzonte della ricerca scientifica, insieme agli studi sulle piattaforme, alla ricerca sui social media e all’analisi delle interazioni fra sfera pubblica e capitalismo digitale. Non è un caso che, in questo nuovo scenario (peraltro reso più drammatico dall’esperienza globale della pandemia), sia riemersa la necessità di studiare le dinamiche di “manipolazione”, parola che sembrava scomparsa e che è tornata nel dibattito scientifico in maniera “disrusptive”.

Il nuovo paradigma rende evidente quanto fossero profetici i media studies quando – un decennio fa – superata la fase della convergenza – iniziavano a ragionare in termini di ecosistemi comunicativi. Proprio in questo paradigma si collocano quattro delle diverse ricerche su cui il Centre for Conflict and Participation Studies è impegnato da alcuni mesi: la prima in collaborazione con l’ICEDD (e diretta da Leonardo Morlino) studia le complesse relazioni fra media e costruzione del consenso, nella zona oscura fra nudging e manipolazione; la seconda (realizzata con il Centro Studi Rai e con altri enti) si occupa di analizzare le relazioni fra comunicazione e coesione sociale; la terza studia le logiche comunicative e organizzative dei partiti piattaforma e le loro intersezioni con lo sviluppo della platform society; la quarta, infine, si concentra sul rapporto fra intelligenza artificiale e capitalismo digitale.

Le quattro ricerche – che in passato sarebbero state considerate distanti – si collocano proprio nel nuovo paradigma di cui dicevamo sopra e, in particolare, si muovono dalla considerazione della centralità del ruolo sociale della comunicazione. Domande di ricerca come, per esempio, quelle riguardanti le dinamiche della manipolazione e la capacità degli ecosistemi comunicativi di generare o almeno accelerare lo sviluppo di filter bubbles sono comuni alle quattro ricerche; al tempo stesso l’analisi delle relazioni sistemiche fra media e trasformazioni della sfera pubblica ne costituiscono la cornice generale.  In tale quadro, non stupisce l’adozione di una metodologia di ricerca ibrida e multidimensionale, in un approccio prevalentemente mixed-methods.

 

 

 

 

L'autore

Michele Sorice è ordinario di Sociologia della comunicazione al Dipartimento di Scienze Politiche della Luiss, dove dirige il Centre for Conflict and Participation Studies (CCPS).


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