Servono nuovi progetti e lungimiranza: l’opportunità del Next Generation EU

13 giugno 2020
Editoriale Focus Ripresa
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L’Italia ha estremo bisogno di una robusta iniezione di investimenti (pubblici e privati) per ricostituire le basi strutturali della crescita e diffondere in tutto il tessuto produttivo processi innovativi che riaccendano la dinamica della produttività. L’iniziativa, lanciata dalla Commissione con il Next Generation EU, rappresenta perciò un’opportunità decisiva. Il suo principale pilastro, il Recovery and Resilience Facility (RRF), mette a disposizione risorse senza precedenti per finanziare piani nazionali di investimento che rispondano agli obiettivi di ripresa di ogni Stato membro, nel quadro della nuova strategia europea di sviluppo basata su Green Deal ed economia digitale.

I critici obiettano che le risorse arriveranno solo nel 2021, ossia con troppo ritardo. L’obiezione dimostra un’incomprensione della strategia e della funzione del RRF. Quest’ultimo non serve né per arginare il drammatico impatto economico-sociale del Covid-19, né per sostenere famiglie e imprese aiutandole a riavviare le loro attività (produzione e consumi). Come mostrano (pur se in forme non sempre ottimali) i tre decreti emanati dal Governo italiano fra marzo e maggio, il primo obiettivo va affrontato con iniziative nazionali rese possibili dalla sospensione dei vincoli fiscali europei e, nel breve termine, dai massicci interventi di acquisto di titoli pubblici sui mercati finanziari da parte della BCE. Per il secondo obiettivo, l’UE ha attivato tre strumenti: il fondo SURE a sostegno dei lavoratori colpiti dalla crisi, gli interventi della BEI per fronteggiare i fabbisogni di liquidità delle imprese nella fase di ripartenza, i prestiti MES per finanziare spese direttamente o indirettamente connesse alla sanità. Per l’Italia, si tratta di circa 100 miliardi di euro disponibili a breve.

Le risorse di Next Generation EU devono servire, invece, per sostenere la ripresa delle economie europee e per promuovere la convergenza verso i paesi ‘forti’ dell’Unione. Esse vanno quindi utilizzate per progetti e strumenti in grado di incidere sulle determinanti di fondo della capacità di crescita di ognuna delle economie europee, rafforzando in modo strutturale la qualità e la quantità del capitale produttivo e le risorse umane del Paese e incentivando il concorso di capitali e risparmi privati. Next Generation EU impegnerà, per molti decenni, la capacità fiscale di tutti gli Stati membri in proporzione alla loro dimensione; viceversa, distribuirà una quota più che proporzionale delle risorse ai Paesi che ne hanno più bisogno. È quindi giusto che l’accesso nazionale a queste risorse sia subordinato a piani credibili ed efficaci, rigorosamente finalizzati a una crescita strutturale e sostenibile. Il fatto che le procedure di approvazione richiedano qualche mese servirà a predisporre piani e progetti adeguati.

È un intervallo di tempo utile anche al nostro Paese, per definire i progetti specifici e gli strumenti attuativi necessari per ottenere e poi utilizzare al meglio la quota di risorse – oltre 150 miliardi di euro – che Next Generation EU metterà a nostra disposizione. La sfida è semmai di essere pronti a impegnare il 60% delle risorse entro il 2022 e il 40% residuo entro il 2024, pena la perdita delle relative tranche. Pertanto, invece di lamentarsi per la tempistica europea, sarebbe bene rimboccarsi le maniche e, consapevoli dei tanti ritardi del passato, accelerare la definizione dei programmi operativi da presentare a Bruxelles e varare le riforme necessarie a rendere possibile una rapida “messa a terra” dei conseguenti investimenti pubblici e privati, dalla P.A. alla giustizia, dagli appalti pubblici al fisco.

Nel frattempo, è essenziale utilizzare tutti e bene gli altri fondi che le istituzioni europee hanno messo già a disposizione dell’Italia. Compreso il varo in tempi rapidi di un piano di rafforzamento delle strutture sanitarie e di aiuto concreto alle imprese (da non vanificare con procedure discutibili come il “click day”) per sostenere i costi necessari a ristrutturare gli ambienti di lavoro a fini di sicurezza sanitaria. Al riguardo, il MES fornisce finanziamenti senza altra condizionalità se non quella di destinazione, consentendo così di “liberare” risorse nazionali oggi destinate o da destinare alle strutture sanitarie.

Non ha fondamento l’obiezione che l’Italia subirebbe lo stigma dei mercati finanziari, se ricorresse al MES a prescindere dalle scelte degli altri grandi Stati membri dell’euro area. Gli investitori internazionali capiscono bene che Paesi come la Germania e la Francia non hanno convenienza a indebitarsi allo 0,1% – il tasso dei prestiti MES – se possono finanziarsi direttamente sul mercato primario a tassi negativi o nulli; e che altri Paesi come la Spagna sono in posizione di sostanziale indifferenza, in quanto il divario (pure positivo) fra i tassi pagati sul mercato e quelli da corrispondere al MES è compensato dalle spese amministrative richieste dall’utilizzo di una nuova fonte di finanziamento. Ciò non vale però per l’Italia: anche se approssimativo, basti il confronto fra i tassi corrisposti sulle ultime emissioni di BTP, compreso il BTP Italia, e le condizioni del MES. Agli occhi degli investitori lo stigma non consisterebbe nell’utilizzare la fonte di finanziamento più conveniente, ma nel non farlo per confuse ragioni ‘politiche’.

Questo articolo è precedentemente apparso sul Sole 24 Ore il 5 giugno 2020. Riprodotto per gentile concessione.

 

Gli autori

Franco Bassanini è Presidente CdA di Open Fiber


Claudio De Vincenti è Professore di Economia Politica all’Università di Roma La Sapienza


Marcello Messori è il Direttore della Luiss School of European Political Economy ed è professore di Economia al Dipartimento di Scienze Politiche della Luiss.


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