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La sfida di restare uniti: la presidenza tedesca e il futuro dell’Europa

La presidenza semestrale tedesca dell’Unione europea

Oggi 1° luglio inizia la presidenza semestrale tedesca dell’Unione europea (Ue). Una grande aspettativa si è creata su questa presidenza. Vale la pena di capire perché. Cominciamo dall’inizio. La presidenza semestrale dell’Ue, a rotazione tra i suoi stati membri, è una pratica prevista sin dai Trattati di Roma del 1957. Con tale pratica si volle affermare il principio che l’Ue è un’organizzazione internazionale o interstatale. Essa è rimasta, nonostante gli allargamenti successivi. Tuttavia, tale pratica ha creato non pochi problemi, con l’evoluzione sovra-nazionale dell’Ue. Ad esempio, non ha potuto garantire la continuità dell’agenda strategica dell’Ue, nonostante i correttivi introdotti con il cosiddetto Trio (il coordinamento tra i tre Paesi che la esercitano in sequenza). Di qui, la progressiva istituzionalizzazione del Consiglio europeo dei capi di governo nazionali (divenuto un’istituzione formale dell’Ue a partire dal Trattato di Lisbona del 2009), con un presidente eletto per 5 anni dai membri di quel Consiglio. Con l’ascesa del Consiglio europeo, la presidenza semestrale si è limitata a coordinare le attività dei consigli dei ministri nazionali (che si riuniscono su base funzionale), lasciando al Consiglio europeo (e al suo presidente) la gestione dell’agenda strategica europea. Tuttavia, con la presidenza tedesca, tale divisione del lavoro appare improbabile. A fronte di una crisi senza precedenti dell’economia europea (si prevede un calo superiore al 7,5 per cento del Pil dell’Eurozona nel 2020) e ad un deterioramento inarrestabile del contesto internazionale, l’Ue abbisogna di una leadership che Charles Michel (l’attuale presidente permanente del Consiglio europeo) non può fornirle.

Il programma di Angela Merkel

Ed è qui che arriva Angela Merkel. Nel programma di presidenza semestrale, la cancelliera ha messo in gioco il peso del suo governo per promuovere alcune priorità dell’agenda strategica europea. Innanzitutto, la costruzione di una sovranità sanitaria dell’Ue. La pandemia ha dimostrato la dipendenza dei Paesi europei da “strumenti e medicine” prodotti in Paesi terzi. Questa situazione va rovesciata, rendendo l’Ue autosufficiente nell’organizzazione dei suoi sistemi di salute pubblica. In secondo luogo, l’approvazione del progetto di “Next Generation EU” (avanzato dalla Commissione) prima del prossimo agosto, così da inserirlo all’interno del Quadro finanziario pluriennale 2021-2027 che dovrà essere approvato subito dopo. Per venire incontro alle richieste dei piccoli Paesi del nord, il ministro tedesco delle Finanze Olaf Scholz si è detto disposto a negoziare la riduzione a 500 miliardi (dai 750 proposti dalla Commissione) del Recovery and Resilience Fund, ma l’eventuale taglio dovrà concernere la parte dei prestiti e non delle sovvenzioni del Fondo. Dopo la sentenza della Corte costituzionale tedesca del maggio scorso, la leadership tedesca si è convinta che occorre promuovere una capacità fiscale europea, così da alleggerire le pressioni sulla politica monetaria ai fini della ricostruzione dell’economia europea post-pandemia. Per il governo tedesco, il Fondo dovrà essere garantito da nuove tasse europee (come la tassa sulle transizioni finanziarie e la digital tax, quest’ultima da concordare all’interno dell’OCSE, sperando in un cambiamento alla Casa Bianca il prossimo novembre). In terzo luogo, l’avvio di una sovranità digitale europea (a partire dal progetto franco-tedesco “Gaia X”), rendendo l’Ue indipendente dai “cloud providers” americani.

Gli obiettivi di Germania e Francia 

Non è tutto. Il governo di Angela Merkel vuole anche far partire, nel suo semestre, la Conferenza sul futuro dell’Europa. Come ha detto il ministro degli Esteri Heiko Maas, la Germania intende essere “il motore e il moderatore” della riforma dell’Ue. Un ruolo che dovrà necessariamente condividere con la Francia, dal cui presidente sono provenuti (negli ultimi anni) i principali impulsi a dotare l’Ue di una “sua sovranità”. Non casualmente, Angela Merkel ed Emmanuel Macron si sono riuniti nello Schloss Meseberg (residenza ufficiale del governo tedesco in Brandeburgo), dove i due leader si incontrarono il 19 giugno 2018. Da quell’incontro scaturì la Dichiarazione di Meseberg, in cui i due Paesi si impegnavano a rendere l’Ue “più democratica, sovrana e unita” (come recitava il suo incipit). Ritornando a Meseberg, la Germania e la Francia intendono riproporre gli obiettivi riformisti di quella Dichiarazione (come dotare l’Ue di una capacità fiscale autonoma e di un’autonoma strategia di difesa) come priorità della Conferenza sul futuro dell’Europa (su cui i due governi stanno già lavorando intensamente). Al Bundestag, qualche giorno fa, Angela Merkel ha sostenuto che La Conferenza potrebbe addirittura rivedere il Trattato di Lisbona.

Alte aspettative

Insomma, ecco perché vi è una grande aspettativa sul prossimo semestre tedesco. L’aspettativa che, attraverso la leadership tedesca, l’Ue possa finalmente prendere decisioni cruciali sul suo presente e futuro. La crisi pandemica ha ulteriormente messo in evidenza l’assenza di una leadership governativa dell’Ue. Le ambiguità e le confusioni nella costruzione dell’Ue hanno creato un’organizzazione “senza testa ovvero con troppe teste” (come disse l’ex presidente francese Valery Giscard d’Estaing). La Commissione europea ha un ruolo importante in politiche regolative, mentre nelle politiche che mobilitano risorse finanziarie e militari sono i capi di governo del Consiglio europeo a pretendere l’ultima parola. Una pretesa però impraticabile, quando le crisi fanno emergere divisioni all’interno di quel Consiglio. Giunta a metà strada tra l’originaria organizzazione internazionale e l’organizzazione sovranazionale con tratti federali, l’Ue deve dotarsi di un potere esecutivo, unificato e responsabile (oltre che comprensibile dai cittadini), se vuole affrontare le sfide esistenziali che la minacciano. L’assenza di tale potere può essere surrogata dalla leadership dell’uno o dell’altro grande Paese, ma ciò è destinato a generare risentimenti, oltre che a mettere in discussione l’eguaglianza tra gli stati. Ben venga, per ora, la leadership tedesca, anche se l’Ue avrebbe bisogno di una leadership istituzionale in cui tutti possano riconoscersi.

Questo articolo è precedentemente apparso sul Sole 24 Ore il 27 giugno 2020. Riprodotto per gentile concessione.