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No alla controriforma della legge elettorale. L’analisi di Roberto D’Alimonte

Il ritorno al proporzionale 

Il mese di giugno si è concluso in Commissione Affari Costituzionali della Camera con la discussione sulla controriforma elettorale. Si tratta del progetto di ritorno al proporzionale concordato tra Pd e M5s e firmato da Giuseppe Brescia, esponente del M5s e presidente della suddetta Commissione. Il sistema che si vorrebbe introdurre in sostituzione dell’attuale Rosatellum è un sistema proporzionale con una soglia di sbarramento del 5%. Per i partiti che non arrivano alla soglia, ma che soddisfano determinate condizioni, è prevista la possibilità di ottenere seggi sotto forma di un diritto di tribuna. Non c’è il voto di preferenza. Per garantire la parità tra uomini e donne i candidati sono collocati in lista secondo un ordine alternato di genere.  Ma questi ultimi sono dettagli. La sostanza è che siamo davanti al tentativo di tornare al passato.

Naturalmente i sostenitori di questa controriforma rifiutano l’etichetta di nostalgici della Prima Repubblica. Sono pronti a sottolineare che a differenza del sistema elettorale allora in vigore il nuovo sistema prevede una soglia elevata. In effetti il 5% è una soglia alta. E questo è un aspetto positivo del progetto. Ma chi conosce la storia delle soglie elettorali nel nostro paese e chi sa contare i voti dentro Camera e Senato di oggi sa bene che questa soglia è uno specchio per le allodole. Non verrà mai approvata. Ci sarà un compromesso al ribasso. Forse il 4 %,  ma non è detto che non sia il 3%. E allora si dirà che in fondo è cosa buona e giusta favorire la rappresentatività delle minoranze , anche se questo va a scapito della funzionalità del sistema. La rappresentatività prima di tutto.

 Sette elezioni tre sistemi elettorali diversi

Dopo la destrutturazione del sistema partitico della Prima Repubblica il Parlamento italiano è stato eletto fino ad oggi con sistemi elettorali misti. Per la precisione sono stati tre. Il primo -la legge Mattarella- era un sistema prevalentemente maggioritario con una quota del 75% di collegi uninominali. È stato utilizzato nelle elezioni del  1994, 1996 e 2001. Il secondo -la legge Calderoli- era un sistema proporzionale con premio di maggioranza.  È stato utilizzato nelle elezioni del  2006, 2008, e 2013. Il terzo -la legge Rosato- è un sistema prevalentemente proporzionale con una quota di circa un terzo di collegi uninominali. È stato utilizzato nella elezione del 2018.  Sette elezioni tre sistemi elettorali diversi. Senza contare l’Italicum e quelli introdotti dalla Corte Costituzionale, visto che con questi non si è votato.

Tre sistemi diversi ma accomunati da una caratteristica cruciale. Sono tre sistemi che hanno incentivato le forze politiche a decidere prima del voto con chi allearsi per governare il paese. Con questi sistemi si è passati da un modello di competizione fondato sulle coalizioni post-elettorali della Prima Repubblica a un modello basato sulle coalizioni pre-elettorali della Seconda.  Non solo. Fino al 2013 il sistema elettorale ha prodotto maggioranze di governo come espressione del voto popolare. Sono stati gli elettori a decidere ‘direttamente’ il governo del paese e non i partiti dopo il voto. In altre parole il sistema elettorale è stato decisivo perché ha assegnato una maggioranza assoluta di seggi  alla coalizione con più voti. Certo, nel 2013 questo esito non c’è stato perché il successo del M5s e della coalizione di Monti ha messo in evidenza un grave difetto della riforma elettorale del 2005 legato al meccanismo di assegnazione dei premi al Senato. La riforma Rosato non ha reintrodotto un sistema elettorale decisivo, come si è visto nelle elezioni del 2018, perché la quota di collegi uninominali è troppo esigua. Ma quella riforma aveva comunque conservato l’incentivo per i partiti a dichiarare le alleanze prima del voto.

Coalizioni pre-elettorali, ruolo decisivo degli elettori, maggioranze di governo uscite dalle urne e alternanza sono le caratteristiche del modello di democrazia italiana degli ultimi 26 anni. È un modello che ha trovato applicazione anche ai livelli sub-nazionali, nei comuni e nelle regioni, dove è rafforzato dalla elezione diretta del capo dell’esecutivo.  È quello che ci piace chiamare ‘modello italiano di governo’ per sottolinearne la originalità.

Rompere con ‘il modello italiano di governo’ 

Il progetto di riforma elettorale in discussione rappresenta la rottura di questo modello e l’abbandono del tentativo di costruire una democrazia fondata su un equilibrio più efficiente tra rappresentatività e governabilità. L’approvazione del sistema elettorale in discussione significherebbe il ritorno alla democrazia della delega. Una delega in bianco ai partiti a fare dopo il voto gli accordi che preferiscono, senza una approvazione preventiva da parte degli elettori. Il paradosso è che questo cambiamento è voluto principalmente dal M5s, il partito che ha fatto della democrazia diretta il suo obiettivo ideale.

I sistemi elettorali sono uno strumento che può favorire o meno la creazione di governi stabili. Non sono certo il solo meccanismo. Ma in questa fase della politica italiana per trovare un giusto equilibrio tra rappresentatività e governabilità abbiamo bisogno o dei collegi uninominali o del premio di maggioranza. Senza uno di questi due meccanismi il rischio, per non dire la certezza, è quello del ritorno a governi ancora più instabili degli attuali e a elettori sempre più delusi e disorientati. Ce lo possiamo permettere per soddisfare il desiderio del M5s di avere le mani libere e correre da solo alle prossime elezioni?

Questo articolo è precedentemente apparso sul Sole 24 Ore il 27 giugno 2020. Riprodotto per gentile concessione.