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Le linee rosse da difendere a Bruxelles. Divisioni interne e difficili compromessi

La battaglia a Bruxelles

A Bruxelles è in corso una vera e propria battaglia. Il prossimo 17-18 luglio si terrà una riunione del Consiglio europeo per decidere (se ci riuscirà) la direzione che l’Ue dovrà prendere per la ricostruzione post-pandemica. Quella decisione dovrà essere presa all’unanimità, ma gli stati hanno interessi e visioni nazionali divergenti. La Commissione ha presentato il 28 maggio un suo progetto per la ricostruzione (“Next Generation EU”) di 750 miliardi (costituito per 2/3 di sovvenzioni o grants e per 1/3 di prestiti o loans), meno ambizioso ma coerente con quello proposto dal Parlamento europeo. Nel frattempo, un gruppo di Paesi autodefinitisi “frugali” (chissà perché, visto che alcuni di loro hanno il welfare più generoso al mondo) ha preso una posizione nettamente contraria al progetto della Commissione. I paesi dell’Est (che andrebbero sanzionati per la loro degenerazione illiberale) hanno invece criticato “Next Generation EU” in quanto non sufficientemente generoso nei loro confronti. La Germania, che esercita la presidenza semestrale del Consiglio dell’Ue, ha avanzato una mediazione tra i Paesi del sud, del nord e dell’est d’Europa consistente nell’eliminazione, dal progetto della Commissione, della componente-prestiti e la preservazione della componente-sovvenzioni. Infine, il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, ha avanzato l’altro ieri una sua proposta di mediazione, che fa propria il piano della Commissione per quanto riguarda il budget per la ricostruzione (750 miliardi), ma fa concessioni ai Paesi frugali per quanto riguarda la governance di quel budget. Per dirla con Marco Buti, siamo di fronte ad una grande frammentazione, da cui emergono due basilari divisioni.

La dimensione del budget per la ricostruzione

La prima riguarda la dimensione del budget per la ricostruzione, la sua composizione e il suo collegamento con il Quadro finanziario pluriennale (che dovrà essere approvato entro la fine dell’anno). I 750 miliardi proposti dalla Commissione europea sono contestati dai Paesi del nord perché considerati eccessivi rispetto alle esigenze economiche create dalla pandemia nei Paesi del sud. Per il premier olandese Mark Rutte, leader dei Paesi “frugali”, occorre ridurre drasticamente la magnitudine finanziaria del progetto della Commissione, occorre eliminare le sovvenzioni e occorre che i Paesi bisognosi si rivolgano primariamente agli organismi finanziari intergovernativi esistenti (il Meccanismo europeo di stabilità e la Banca europea degli investimenti) per ottenere i prestiti necessari. Tanto meno, per Rutte, la Commissione dovrebbe ricorrere alla creazione di debito europeo, garantito da nuove tasse europee (minacciose per il suo Paese, notorio paradiso fiscale). Lo stesso Quadro finanziario pluriennale non dovrebbe discostarsi dall’1 per cento del Pil europeo, anche se esso dovrà preservare i “rebates”, ovvero gli sconti che alcuni Paesi (i Paesi Bassi e gli altri Paesi “frugali”, oltre alla Germania) beneficiano da anni nei loro trasferimenti finanziari a Bruxelles. Peraltro, all’interno dei Paesi Bassi non mancano visioni favorevoli ad un maggiore intervento dell’Ue a sostegno del mercato interno, come testimonia il documento appena firmato dall’associazione imprenditoriale di quel Paese e da quella italiana.  Èevidente, comunque, che un compromesso finanziario dovrà essere trovato con i “frugali”, se si vuole rispondere agli effetti della pandemia, oltre che alle esigenze budgetarie dell’Ue. Tuttavia, il budget proposto dalla Commissione è già il risultato di una mediazione, oltre ad essere molto al di sotto di ciò che sarebbe necessario. Qui, la linea rossa è costituita dai 500 miliardi di sovvenzioni (grants), senza i quali non si potrà ricreare (dopo la pandemia) un “campo da gioco equilibrato” tra i Paesi del nord e del sud dell’Europa.

La governance della politica di ricostruzione 

La seconda divisione riguarda la governance della politica di ricostruzione. La proposta avanzata dalla Commissione il 28 maggio prevede di istituire una “Recovery and Resilience Facility” attraverso un regolamento comunitario. Il regolamento è un atto legislativo europeo, proposto dalla Commissione (che ha il monopolio dell’iniziativa legislativa) e da approvarsi sia dal Consiglio dei ministri (dei governi nazionali) che dal Parlamento europeo. Nel contesto del regolamento, la Commissione avrebbe il potere di valutare la congruenza dei progetti nazionali di ricostruzione con le priorità programmatiche da essa stabilite, con l’impegno di relazionare (dopo tre anni) sia al Consiglio che al Parlamento sui risultati conseguiti. Attraverso i fondi della Facility, la Commissione potrà condizionare gli stati membri a perseguire politiche post-pandemiche coerenti con i suoi obiettivi di modernizzazione ecologica e digitale. Potrà farlo perché i fondi della Facility non deriveranno dai trasferimenti nazionali, ma da debito europeo finanziato attraverso tasse europee. Fino a quando i finanziamenti dell’Ue dipendono dai governi nazionali, questi ultimi avranno sempre il coltello dalla parte del manico, anche se ciò appesantisce i loro bilanci (nei sistemi federali, invece, la capacità fiscale del centro aiuta a contenere la fiscalità degli stati). Anche se i fondi della Facility non derivano dai bilanci nazionali, la coalizione confederale guidata dai Paesi Bassi rivendica che il controllo sul loro utilizzo venga comunque esercitato dal Consiglio dei ministri finanziari (ECOFIN), con la Commissione che fornisce una valutazione tecnica preliminare e senza che il Parlamento europeo venga coinvolto. Non si può accettare una gestione intergovernativa di fondi che non provengono dai bilanci nazionali. Attraverso accordi interistituzionali e (appena possibile) una revisione dei Trattati, occorre prendere un’altra strada, riconoscendo il Parlamento europeo come organo paritario del processo di bilancio e identificando un chiaro e responsabile potere esecutivo sul bilancio. Per ora, qui, la linea rossa è costituita dalla difesa della governance sovranazionale della Facility, neutralizzando le spinte per sottoporla alla (divisiva) governance intergovernativa.

Insomma, in politica si procede necessariamente per compromessi, tanto più nell’Ue. Tuttavia, quando si fanno compromessi, occorre prevederne le conseguenze. Accettare di eliminare i grants dai fondi della ricostruzione e di trasferire il controllo di questi ultimi all’ECOFIN avrebbe conseguenze negative sulla coesione del mercato unico e sull’eguaglianza tra gli stati. Non sono, questi ultimi, i principi che hanno guidato la politica europea dell’Italia sin dall’inizio?

Questo articolo è precedentemente apparso sul Sole 24 Ore. Riprodotto per gentile concessione.