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Adam Smith e le scienze sociali. Conversazione con Lorenzo Infantino sul lascito intellettuale del grande scozzese

Dopo avere preso congedo, in piena lucidità, dai suoi amici, Adam Smith cessava di vivere il 17 luglio del 1790. Le biblioteche sono piene di lavori a commento dei suoi scritti. Ma sembra attualmente che le scienze sociali, e fra queste anche l’economia, siano molto distanti dal metodo e dai temi smithiani. Da lunghi anni, Lorenzo Infantino si occupa dell’Illuminismo scozzese e dei suoi maggiori rappresentanti. Smith è presente anche nella sua più recente pubblicazione, Infrasocial Power. Political Dimensions of Human Action, apparsa in questi giorni a New York per la Palgrave Macmillan. Proprio sull’opera di Smith, abbiamo rivolto al Professor Infantino alcune domande.

Professore, nella valutazione del lascito intellettuale di Smith, alla Wealth of Nations viene di solito assegnata un’importanza di gran lunga maggiore di quella riconosciuta ai Moral Sentiments e agli altri scritti apparsi postumi. Non crede che in tutto ciò ci sia uno squilibrio?

Certamente. Il maggior numero dei commentatori ha concentrato la propria attenzione sulla Wealth of Nations. I Moral Sentiments sono stati spesso trascurati o, addirittura, citati in forma distorta; per non dire poi degli scritti apparsi postumi. Bisogna tuttavia rammentare che fra la prima e la seconda opera di Smith c’è un intervallo di diciassette anni. I Moral Sentiments sono stati pubblicati in prima edizione nel 1759; e la fama di cui Smith ha goduto in vita è legata soprattutto a essi. La Wealth of Nations ha visto la luce nel 1776; ed ha accompagnato Smith per un periodo di tempo inferiore. Sul rapporto fra le due opere, ci sono molte cose da dire. Ma forse è più urgente ricordare che, fra gli scritti apparsi posteriormente alla morte di Smith, c’è la History of Astronomy, che avrebbe dovuto fare parte di un ben più vasto lavoro, rimasto purtroppo fra i progetti che non sono stati portati a termine. Nella sua History of Economic Analysis, Joseph A. Schumpeter ha scritto che, senza avere letto tale saggio, nessuno può avere un’adeguata idea della statura intellettuale di Smith; e ha aggiunto che nessuno accrediterebbe all’autore della Wealth of Nations la capacità di scriverlo. Schumpeter ha considerato la History of Astronomy una vera e propria “perla”.

Per comprendere Smith, occorre allora leggere quanto egli ha scritto in un territorio diverso da quello delle scienze sociali?

La History of Astronomy è un testo da cui non possiamo prescindere. E le ragioni di ciò sono varie. Anzitutto, bisogna convenire con quanto sostenuto da Schumpeter. Quel saggio ci dà per davvero la misura della “statura intellettuale” di Smith. È anche il luogo in cui viene chiaramente formulata la teoria della conoscenza che sta alla base dell’intera opera smithiana e in cui compare per la prima volta l’espressione “mano invisibile”. Non è possibile individuare esattamente il periodo in cui la History of Astronomy è stata scritta. Ci viene però in aiuto l’affermazione secondo cui i “seguaci” di Newton, sulla base dei princìpi del loro maestro, “si sono addirittura avventurati a predire il ritorno di alcune comete, e in particolare di una che dovrebbe comparire nel 1758”. Smith si riferiva qui alle previsioni formulate da Edmund Halley. Ciò significa che il testo è stato redatto in epoca anteriore a quella data. Precede quindi le grandi opere smithiane.

Rispetto ai Moral Sentiments e alla Wealth of Nations, c’è quindi un “antefatto” che viene molto spesso trascurato?

È proprio così. Smith si è reso conto che l’unico mezzo per colmare l’intervallo che separa un fenomeno dall’altro è l’immaginazione. Ha compreso che le nostre stesse percezioni sono delle ipotesi, che devono essere continuamente riformulate. E non ha esitato a vedere nella teoria della gravitazione il prodotto di una fortunata congettura. Smith è stato un sostenitore del primato del teorico nella costruzione della scienza o, come si può anche dire, è stato un sostenitore del metodo ipotetico-deduttivo, dietro cui ha posto una chiara premessa gnoseologica: il rifiuto di qualunque fonte privilegiata della conoscenza e la collocazione di tutti gli essere umani su un pari piano di ignoranza e di fallibilità.

Proprio a causa della loro ignoranza, gli uomini hanno per lungo tempo imputato ogni evento non direttamente attribuibile alla propria azione alla volontà arbitraria di “una popolazione invisibile” o, come Smith ha originariamente scritto, alla “mano invisibile di Giove”. Il che ha dato luogo a una “volgare superstizione”. Come aveva già detto David Hume, il problema è individuare il “regolare e costante meccanismo” che si trova dietro gli eventi. Ecco perché Smith, dopo avere polemicamente utilizzato nella History of Astronomy l’espressione “mano invisibile di Giove”, ha liberato ciò a cui tale espressione intende riferirsi dalla paternità della divinità olimpica; e l’ha impiegata per indicare sinteticamente il fatto che, accanto o in sostituzione degli esiti intenzionalmente perseguiti, le azioni umane producono conseguenze inintenzionali. È in questo specifico senso che la “mano invisibile” appare nei Moral Sentiments e trova poi il suo utilizzo più noto nella Wealth of Nations: una grande lezione metodologica. Molto opportunamente, Robert Nozick ha affermato che, dopo Smith, chiamiamo “spiegazioni a mano invisibile” tutti i tentativi di ricostruire i fenomeni sociali sulla base delle conseguenze inintenzionali generate da nostre azioni finalizzate ad altri scopi.

Duncan Forbes ha sostenuto che la più grande acquisizione dell’Illuminismo scozzese è l’abbattimento del mito del Grande Legislatore. Come si giunge a ciò?

Di fronte alla nostra condizione di ignoranza e di fallibilità e alla “cascata” di conseguenze inintenzionali prodotta dalle nostre azioni, il mito del Grande Legislatore e la sua presunta onniscienza non possono che crollare. Nei Moral Sentiments, c’è l’attacco portato a quella figura che Smith denomina “uomo di sistema”, che “sembra immaginare di poter disporre i diversi membri di una comunità così facilmente come la mano dispone i diversi pezzi sulla scacchiera”. Tale uomo ritiene che gli esseri umani “abbiano come principio di movimento quello che la mano impone loro, mentre nella grande scacchiera della nostra comunità ogni singolo individuo ha un proprio principio di movimento, del tutto diverso da quello che il legislatore può decidere di imporgli”. Nella Wealth of Nations, l’attacco di Smith ripropone la stessa logica. E tuttavia, la libertà individuale di scelta non poggia in questo caso sul “principio di movimento”, ma su quello che possiamo chiamare “teorema della dispersione della conoscenza”. “Ognuno, nella propria condizione locale, può giudicare molto meglio di qualsiasi uomo di Stato o legislatore quale sia la specie di industria in cui il suo capitale può essere impiegato”. Le conoscenze di tempo e di luogo sono altamente disperse all’interno della società, per cui il governante che volesse sostituirsi ai singoli cittadini nelle decisioni quotidianamente adottate assumerebbe “un’autorità che non si può tranquillamente affidare non solo a una singola persona, ma nemmeno ad alcun consiglio o senato, e che in nessun luogo potrebbe essere più pericolosa che nelle mani di un uomo tanto folle e presuntuoso da ritenersi capace di esercitarla”.

Smith basa quindi la limitazione del potere pubblico e il restringimento della sua sfera d’intervento su una premessa di carattere gnoseologico. E che cosa pone al posto del Grande Legislatore?

Hume aveva già spiegato che le regole della morale “non sono conclusioni della nostra ragione”. Nei Moral Sentiments, Smith si è soffermato sul processo di interazione sociale. “Ogni facoltà di un uomo è la misura con cui egli giudica l’analoga facoltà di un altro. Io giudico la tua vita in base alla mia, il tuo orecchio in base al mio, la tua ragione in base alla mia ragione, il tuo rancore in base al tuo rancore, il tuo amore in base al tuo amore. Non ho, e non posso avere, altro modo per giudicarli”. Le regole sociali non sono pertanto creazioni di una mente ordinatrice. Sono il prodotto dell’interazione sociale e del conseguente co-adattamento dei piani individuali. Esse delimitano i confini fra le nostre azioni e rendono possibile la cooperazione sociale. Tale idea viene poi utilizzata nella Wealth of Nations. Smith avrebbe voluto scrivere anche un’opera di teoria del diritto. Ma questa fa parte dei progetti non realizzati. In ogni caso, il suo quadro normativo di riferimento è quello del “governo della legge”.

Si può dire che le scienze sociali siano nate con l’abbattimento del mito del Grande Legislatore?

Senz’altro. Ciò è stato riconosciuto anche da studiosi di orientamento culturale diverso da quello di Smith. Basti pensare, per esempio, a Émile Durkheim. L’oggetto delle scienze sociali è dato dalle conseguenze inintenzionali prodotte dalle nostre azioni intenzionali. Se postuliamo che ci sia un uomo onnisciente, o che tutti gli uomini siano onniscienti, viene meno il problema. Direi di più. Se gli esseri umani fossero onniscienti, non avremmo bisogno nemmeno di alcuna regola morale o giuridica, perché ciascuno saprebbe esattamente che cosa fare e che cosa non fare.

Gli illuministi scozzesi sono stati degli evoluzionisti?

Si tratta di un evoluzionismo di carattere culturale. Il processo sociale ha carattere ateleologico: non c’è un punto di arrivo. E si affermano di volta in volta coloro i quali adottano le norme sociali che meglio consentono la soluzione dei problemi della convivenza. L’esempio più chiaro è quello della divisione del lavoro. Le popolazioni che hanno diviso il lavoro hanno realizzato l’allargamento dell’ambito della cooperazione sociale e incrementato il volume degli scambi. Hanno in tal modo conseguito un benessere a cui, in caso contrario, non sarebbero potuti pervenire. Ovviamente, l’evoluzionismo culturale non ha nulla a che vedere col darwinismo sociale, tristemente derivato dal campo della biologia.

Economisti autorevoli, fra i quali Amartya Sen, hanno sostenuto che fra i Moral Sentiments e la Wealth of Nations ci sia discontinuità. Che ne pensa?

L’idea espressa da Sen ha una lunga storia. È stata esposta già a partire dalla seconda metà dell’Ottocento da esponenti della cultura tedesca. Si basa su una fuorviante uguaglianza: quella fra interesse individuale ed egoismo. Come Karl R. Popper ha ricordato, la prima formulazione di tale uguaglianza risale a Platone, il quale ha in verità operato su un doppio versante: da una parte, ha uguagliato la libertà individuale di scelta all’egoismo; dall’altra, ha uguagliato il collettivismo all’altruismo. Nessuna delle due uguaglianze si regge. L’individuo può avere fra le sue preferenze il bene degli altri; il che può essere conseguito solo a condizione che ci sia il consenso da parte dei beneficiari.  Il collettivismo deve invece ricorrere una gerarchia di fini obbligatori; impone perciò un “punto di vista privilegiato sul mondo”, detenuto da una minoranza autoreferenziale e contro cui l’individuo non può opporre alcuna resistenza. Come i commentatori più accreditati hanno sottolineato, non c’è discontinuità fra i Moral Sentiments e la Wealth of Nations. C’è una frattura fra l’approccio smithiano, basato sul presupposto di ignoranza e fallibilità, e l’utilitarismo in senso stretto di Jeremy Bentham (e dei suoi seguaci), il cui attore è sempre in possesso dei “dati rilevanti”. Qui l’utilità degli atti ha il sopravvento sull’utilità delle regole. È un’aggressione al “governo della legge”. Friedrich A. von Hayek ha nel corso del Novecento sottoposto ad attenta riflessione tale tema.

 

 

L’intervista è di Simona Fallocco, Professore aggregato presso l’Università della Tuscia e docente di Sociologia economica presso il Dipartimento di Scienze Politiche della Luiss Guido Carli.