Ora o mai più. Il tempo delle riforme dopo l’accordo raggiunto in Europa

22 luglio 2020
Editoriale Focus Ripresa
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Recovery Fund: un accordo raggiunto a fatica

L’accordo faticosamente raggiunto in Europa sul Recovery Fund assegna all’Italia una dote importante di risorse. Ben 209 miliardi di euro sui 750 complessivamente messi a disposizione dei paesi europei colpiti dalla crisi pandemica, tra sussidi e prestiti, somme queste ultime da restituire sì, ma a tassi più convenienti di quelli che l’Italia paga sul proprio debito nazionale.

Dal punto di vista politico, non c’è dubbio che il Governo Conte porti a casa un risultato importante, perseguito con tenacia e abilità. Ovviamente, non può non sottolinearsi il ruolo decisivo svolto da Angela Merkel, al cui impegno personale si deve in buona parte il raggiungimento di un accordo “storico”, che apre la strada a un bilancio comune degno di questo nome e pone nuove basi per la ripresa di un percorso di integrazione politica e fiscale in Europa. E del Presidente Macron, il cui appoggio sin dall’inizio alle richieste italiane e spagnole ha determinato che le stesse non potessero essere più trascurate.

Le riforme da presentare per ottenere i fondi

Ma la partita da giocare inizia adesso. Le risorse sono a disposizione ma vanno meritate. È necessario predisporre rapidamente un serio Piano nazionale per le riforme essenziali a consentire un recupero strutturale dei ritardi che il nostro paese ha accumulato nelle ultime tre decadi dai partners europei. Tra novembre e dicembre, Commissione e Consiglio Europei valuteranno tale piano e, condizionatamente alla sua approvazione, consentiranno di iniziare a ricevere (nel 2021-22) circa il 70% delle risorse attribuite. Il restante 30% sarà reso disponibile nel 2023, a seguito di una ulteriore valutazione relativa all’implementazione effettiva del piano originariamente predisposto.

Quali saranno le riforme da presentare all’Europa per ottenere i fondi richiesti? Le stesse più volte indicate, negli ultimi venti anni, da tanti economisti e purtroppo mai realizzate da nessuno dei governi che si sono alternati alla guida del paese. Tutte cruciali per aumentare la produttività e la competitività del paese e consentire un ritorno allo sviluppo e alla prosperità. Una riforma del fisco, della giustizia, del mercato del lavoro. Accompagnate da investimenti in infrastrutture, capitale umano, innovazione e digitalizzazione. Non è una sfida da poco. Pianificare interventi credibili, realizzabili in tempi certi e monitorabili nel loro percorso di implementazione richiede capacità politiche e manageriali che non possono darsi per scontate. Vanno cambiate regole e procedure con cui gli italiani sono abituati a convivere da anni, spesso intaccando rendite e interessi di parte.  Come già in passato, non mancheranno i tentativi di bloccare i cambiamenti necessari. Sin qui, il Governo ha reagito alla crisi attivando sostegni di varia natura a cittadini e imprese. Le nuove risorse messe a disposizione dall’Europa non potranno muoversi nella stessa direzione, richiederanno interventi strutturali profondi, all’inizio e per alcuni percepiti anche come dolorosi. Avrà il Governo la forza di difenderli? Saprà disegnarli in modo efficace e realizzarli nei tempi necessari? Riuscirà a mantenere il consenso in Parlamento quando lobbies e interessi di parte cercheranno di difendere le proprie posizioni di rendita? Sono tutti interrogativi legittimi, oggi come ieri. L’Italia può farcela, ma la partita è solo iniziata.

 

 

 

La vera sfida sono i problemi strutturali

L'autore

Giorgio Di Giorgio è Prorettore all’Organizzazione e Faculty alla Luiss, dove insegna Teoria e politica monetaria


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