Se il paese corteggia Berlusconi. Il centrodestra e il voto moderato

24 luglio 2020
Editoriale Open Society
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Il populista 1.0

Che Silvio Berlusconi sia l’uomo politico più corteggiato dell’estate 2020, alla sua non più tenera età e ventisei anni dopo la sua discesa in campo, è per certi versi incredibile. Per altri versi non lo è affatto, invece: nell’ultimo quarto di secolo Berlusconi ha svolto una funzione politica essenziale, e pure se da ultimo quella funzione si è modificata, è riuscito comunque a conservare il presidio di uno snodo strategico cruciale. Quale sia questo snodo e come sia cambiato da ultimo il ruolo di Forza Italia ci dicono molto della vita pubblica italiana e dei suoi problemi irrisolti.

Berlusconi è stato una sorta di «populista 1.0». Si potrebbe discutere a lungo di quanto egli sia stato figlio o creatore del proprio tempo, così come del contributo che alla deriva populista hanno dato pure i suoi oppositori. Qui dobbiamo però limitarci a notare come il berlusconismo abbia esibito innegabili tratti populisti: dalla semplificazione del linguaggio alla costruzione di un rapporto diretto fra leader e popolo, dal dileggio delle paludate formalità istituzionali alla delegittimazione della politica.

Pur nel suo populismo, d’altra parte, Berlusconi non si è mai distaccato del tutto da un modo tradizionale – novecentesco, per così dire – di fare politica. La sua originaria ispirazione culturale, il neoliberalismo di Reagan e Thatcher, è la propaggine estrema della politica ideologica del secolo scorso. E quando alla fine degli anni Novanta il liberalismo berlusconiano è un po’ impallidito, pur senza venire mai meno, Forza Italia è entrata nel Partito popolare europeo. Berlusconi ha così potuto governare l’Italia per larga parte del primo decennio del ventunesimo secolo tenendo insieme popolarismo e populismo in una sintesi politica instabile ma efficace.

La componente responsabile

Scoprire oggi che il berlusconismo ha una componente «responsabile» e istituzionale è un po’ la scoperta dell’acqua calda, allora: quella componente c’è sempre stata. Del resto, Berlusconi ha sostenuto Monti insieme al Partito democratico; poi è stato il grande elettore di Napolitano nel 2013; ha collaborato ancora col Pd nella prima fase del governo Letta; e perfino dopo la condanna ha tenuto aperto il dialogo con Renzi – fin quando Renzi non ha commesso l’errore madornale di scaricarlo. Che oggi dichiari in linea di principio di esser disposto a collaborare responsabilmente al governo del Paese coi suoi avversari è una non-notizia.

La questione interessante è un’altra, ed è appunto quale funzione il berlusconismo abbia svolto per più di vent’anni proprio in virtù del suo popolar-populismo, e che cosa ne resti oggi. Grazie alla sua natura bifronte, Berlusconi ha saputo rappresentare politicamente e portare dentro le istituzioni un segmento molto consistente del Paese che, terminata la Guerra Fredda e secolarizzatasi l’Italia, per un verso era diventato complicato mobilitare, per un altro conservava un atteggiamento di ombrosa diffidenza nei confronti dei palazzi del potere. Si dirà che Berlusconi ha rappresentato quella parte di Paese sfruttandone, anzi amplificandone i vizi. Sia pure. Il problema è quali fossero le alternative, però, posto che escluderla, data la sua consistenza, sarebbe stato assai rischioso.

Il futuro dei populisti 

Oggi quella parte di Paese – sospinta un po’ dal vento della storia, un po’ dall’incapacità del berlusconismo di autonomizzarsi da Berlusconi – vota Fratelli d’Italia e soprattutto Lega. Forza Italia è più organica al popolarismo europeo di quanto non sia mai stata, ma alle urne raccoglie percentuali a una cifra. Mentre i populisti, aggiornati a una più «cattiva» versione 2.0, sono stabilmente al di sopra del 40% dalle scorse elezioni europee, malgrado il virus. In queste condizioni Forza Italia non può più rappresentare un ponte popolar-populista fra elettori e istituzioni. Può rappresentarlo semmai l’intera alleanza di destra-centro, ma soltanto se Berlusconi resta saldamente legato a Lega e FdI.

È questo lo snodo politico cruciale che Forza Italia presidia ancora oggi: quello nel quale si vedrà se una vasta alleanza europeista che comprende anche gli «azzurri» taglierà i populisti fuori dal gioco, nella speranza che il loro elettorato si sgonfi ma correndo il rischio che, al contrario, cresca ulteriormente. Oppure se i populisti saranno reintegrati in una ricostituita dialettica destra-sinistra. Nella speranza che quella dialettica restituisca stabilità al Paese ma correndo il rischio che, al contrario, la sintesi popolar-populista si riveli più disfunzionale che mai.

Questo articolo è precedentemente apparso su La Stampa il 20 luglio 2020. Riprodotto per gentile concessione.

L'autore

Giovanni Orsina è il Direttore della Luiss School of Government


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