L’assenza delle scienze sociali nella gestione della crisi. Un caso tutto italiano

25 luglio 2020
Editoriale Open Society
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L’assenza delle scienze sociali 

Avete fatto caso che nei vari CTS (Comitati tecnico-scientifici) e nelle molteplici task-force allestiti in Italia per affiancare la politica nel governo della pandemia da Coronavirus, non compare neanche l’ombra di un sociologo, uno psicologo, di un politologo, insomma di un qualche esperto che non rientri nel campo della medicina, a parte qualche tardiva e poco incisiva cooptazione, insieme a numerosi economisti, nella commissione Colao incaricata di predisporre la “fase due” della cosiddetta “ripartenza”?

Eppure, negli altri paesi europei non è andata allo stesso modo. Già nella fase di prima emergenza, quando si trattava di escogitare le strategie di contenimento dell’infezione, in Francia ci si è avvalsi soprattutto di antropologi, in Germania anche di storici e filosofi fra altri esperti di scienze sociali, in Gran Bretagna si sono reclutati, insieme agli economisti, molti studiosi di sociologia comportamentista, che lì vanno per la maggiore.

Ci sarebbe da concludere per la mancanza di ogni credibilità operativa e applicativa delle scienze sociali e così riproporre la stessa domanda che si poneva Robert S. Lynd, alla fine degli anni ’30, in un libro intitolato significativamente Knowledge for What?, circa il destino che sarebbe spettato alle scienze sociali nella cultura americana. Quasi a evitare la condanna di “inferma scienza” che gli avrebbe comminato in Italia Benedetto Croce sulle pagine de “Il Mondo” nel 1952 (28 gennaio), ammonendo – invero piuttosto sbrigativamente –  di «tenere in sospetto le ricerche scientifiche che vorrebbero stabilire le leggi degli eventi sociali che furono battezzate con il nome di “sociologia”: nome che è stato censurato come inelegante ibridismo di latino e greco, il che sarebbe lieve e imperdonabile peccato a confronto della cosa stessa, cioè di un’inferma scienza, arbitraria e sconclusionata». La stessa definizione di inferma scienza è ripresa in chiave critica e respinta da tre sociologi italiani  alla metà degli anni ’70 – L. Balbo, G. Chiaretti e G. Massironi – che riaffermano la validità e legittimità scientifiche della sociologia nella misura in cui questa poteva vantare una tradizione secolare di affrancamento empirico dalla condizione di ”infermità” cui l’aveva destinata la filosofia idealista. I tre saggi raccolti da Il Mulino davano inoltre conto del processo di istituzionalizzazione della sociologia non solo dal punto di vista accademico, ma potenzialmente – e auspicabilmente – anche dal punto di vista professionale.

L’infermità della sociologia 

Ciò nonostante, ancora oggi la sociologia si trova per certi versi in condizioni di “infermità”: non diversamente, peraltro, dalle altre scienze sociali e perfino da molte scienze naturali, nella misura in cui l’infermità consista nella perdita di un paradigma unificante e oggettivante, che tuttavia è una condizione favorevole del loro successivo sviluppo. Ma sociologia e scienze sociali scontano un ulteriore handicap, e cioè quello di avere cominciato tardi e male in quanto discipline costantemente in bilico fra libertà e necessità ovvero fra le dimensioni fondamentali e tendenzialmente contraddittorie dell’esperienza umana.

Forse che abbiano dato prova migliore, proprio nel corso di questa tragica pandemia, scienze più consolidate come la medicina, la virologia, l’epidemiologia, la genetica, la bio-chimica e tutte le altre discipline in cima alla classifica delle expertis da cui si attendevano risposte risolutive sulla stessa struttura virale del Covid-19  e delle sue sequenze geniche, per non parlare dei rimedi farmacologici e terapeutici e meno che mai dei vaccini.

In realtà, queste scienze hanno dimostrato di riflettere pari pari in se stesse i contenuti delle critiche che Antony Flower, professore alla Harris School of Public Policy all’Università di Chicago, rivolge alle scienze sociali e comportamentali (su “Bloomber Opinion” del 2.05.2020) : uno, che le pubblicazioni prodotte siano in numero eccessivo, spesso preprint fuori controllo e revisione; due, che si discetti e si prenda posizione al di fuori delle rispettive aree di competenza (non solo politici, giuristi ed economisti che danno consigli di tipo medico, ma anche medici e scienziati naturali che distribuiscono le loro perle di saggezza nel merito di misure politiche e sociali); tre, che si manifesti una certa tendenza a enfatizzare ed esagerare la portata dei risultati delle ricerche realizzate (quante volte abbiamo sentito di miracolose “scoperte” sulle modalità e la stagionalità dei contagi?).

E vale per tutti l’ammonimento finale a superare le difficoltà e le ritrosie che impediscono di mettere razionalmente a disposizione i dati rilevanti delle diverse ricerche per la comunità scientifica di riferimento.

L'autore

Raffaele De Mucci insegna Sociologia politica e Politica comparata internazionale alla Luiss


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