La riforma necessaria. Il cambio di passo che i nostri medici aspettano da anni

26 luglio 2020
FacebookFacebook MessengerTwitterLinkedInWhatsAppEmail

Chiunque abbia dovuto affrontare, in quest’ultimo periodo, un piccolo incidente fisico ha avvertito, oltre al consueto timore generato da ogni possibile danno alla salute, un senso di smarrimento particolare. Al primo impulso di recarsi al più vicino pronto soccorso, segue immediatamente il dubbio se sia o meno opportuno entrare in un circuito sanitario nel quale è ancora possibile, nonostante la recessione del virus, incrociare persone contagiate dal Covid-19. A questa considerazione ne segue immediatamente un’altra, ancora più preoccupante, sulla difficoltà di individuare strutture mediche tra loro coordinate ed idonee a selezionare la tipologia di intervento suggerita, indirizzando verso il ricovero o verso una assistenza sul territorio.

Il sistema italiano della emergenza-urgenza è stato pesantemente messo in crisi dal Coronavirus, e la sua imperfetta organizzazione è stata una delle principali cause della veloce diffusione del virus nelle prime giornate della pandemia. Nonostante ciò, non risulta che siano state formulate specifiche proposte di miglioramento della catena che dovrebbe portare dal medico di base al medico di guardia e solo in ultimo al medico di pronto soccorso. In un brillante articolo pubblicato alcuni giorni fa, Beppe Severgnini parlava della importanza della figura dei medici di base durante la recente pandemia, affermando che sono apparsi spesso soli ed impotenti e che senza di loro il sistema sanitario pubblico è destinato a saltare; per questo auspica che tornino al centro della programmazione. Nello stesso articolo Renata Gili, specialista in sanità pubblica, correttamente ha ribadito che “il Pronto Soccorso non è la porta di accesso al servizio sanitario; quella porta ha un nome, si chiama medico di famiglia”.

Come è organizzato attualmente il sistema emergenza- urgenza nel territorio?

I tre elementi di questo sistema sono il Medico di base, il Medico di Guardia Medica, il Medico di Pronto Soccorso. Purtroppo privi di coordinamento tra di loro, e spesso male organizzati. Il Medico di base ha l’obbligo di garantire solo le ore diurne e feriali, lasciando quindi scoperte le ore notturne e festive. Il Medico di guardia medica, oltre a non essere obbligatoriamente dotato di Specializzazione in Medicina di Urgenza, non conosce nulla della storia clinica del paziente che si trova di fronte ed è dotato di pochissime attrezzature diagnostiche, per cui ha grandi difficoltà ad arrivare ad una diagnosi precisa e, anche per il timore di possibili implicazioni di ordine medico-legale, si vede costretto ad inviare il paziente in Pronto Soccorso. Il Medico di Pronto Soccorso infine, il cui compito sarebbe di occuparsi soltanto dei casi realmente urgenti, è costretto a impegnare una notevole parte del suo tempo con pazienti non gravi che dovrebbero trovare una risposta sul territorio.

Il risultato

Il risultato è un’eccessiva ospedalizzazione, affollamento delle postazioni di pronto soccorso, mancata circolazione delle informazioni, infine scarsa qualità della assistenza, che dovrebbe invece essere articolata proprio attraverso l’implementazione delle possibilità di intervento sul territorio, anche a compensazione dei disagi derivanti dalla chiusura dei piccoli ospedali. Il piano originario di riforma sanitaria prevedeva appunto la coordinata operatività delle varie figure al fine di coprire, distribuendole correttamente, le diverse tipologie di intervento. Un disegno corrispondente all’idea di un modello organizzativo efficiente, che però si è imbattuto in evidenti difficoltà attuative.

Per passare alla fase propositiva, occorre in primo luogo ribadire che le figure professionali prima citate sono tutte assolutamente indispensabili per far funzionare bene il sistema, semplicemente vanno utilizzate diversamente. Andrebbe resa obbligatoria e non facoltativa l’unione di più medici di famiglia in associazioni che possano garantire un servizio 24 ore su 24, comprese quindi le festività e le notti. L’utente avrebbe così la opportunità in qualsiasi momento di consultare uno o più referenti che sono a conoscenza della sua situazione clinica, e per tale motivo costituiscono il miglior filtro alle ospedalizzazioni inopportune.

Riformare la guardia medica

D’altro canto andrebbe completamente riformata la figura del medico di guardia medica, fino ad oggi appannaggio spesso di medici di prima leva, pertanto privi di adeguato background professionale, costretti ad operare da soli in strutture fatiscenti e dotate di scarsissime attrezzature diagnostiche, tristemente esposti a rischi di assalti da parte di malintenzionati (vedi i casi di violenza sessuale a carico di dottoresse), senza possibilità di confrontarsi con altri colleghi più esperti, o di richiedere consulenze specialistiche. Una volta che i medici di medicina generale presidieranno il territorio 24 ore su 24, i medici di guardia medica potrebbero fare da supporto ai colleghi del pronto soccorso, in strutture ad esso affiancate e quindi anche sicure e dotate di servizi di sorveglianza, per la valutazione dei codici bianchi e verdi (corrispondenti ai nuovi codici numerici 5 e 4). Questo permetterebbe inoltre un proficuo scambio di conoscenze e di tecniche con i più esperti Medici Ospedalieri. I medici del pronto soccorso potrebbero così dedicarsi completamente ai pazienti con i codici di gravità maggiore, fornendo il massimo dell’impegno e del tempo.

Si tratta, evidentemente, di una piccola rivoluzione che richiede una attiva partecipazione e collaborazione da parte di tutte le figure professionali indicate; ognuno dovrebbe rinunciare a qualche piccolo o grande privilegio, al fine di far funzionare meglio il sistema. Del resto questa pandemia ci ha insegnato che da soli non si va molto lontano e soprattutto non si possono dare risposte adeguate, nonostante gli atti di vero e proprio eroismo compiuti durante il picco della pandemia dal personale medico ed infermieristico.

Questo articolo è precedentemente apparso sul Messaggero il 18 luglio 2020. Riprodotto per gentile concessione.

Gli autori

Vice Presidente della Luiss Guido Carli con delega alla promozione delle Relazioni Internazionali.


Cesare Severino è un medico pneumologo


Newsletter