Al di là della scienza. L’impatto della pandemia sulla vita quotidiana

30 luglio 2020
Editoriale Open Society
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Nel quadro di sostanziale impotenza della scienza e alle contraddizioni sollevate dalla crisi del “Corona-virus, si possono mettere in fila una serie di episodi significativi che hanno fatto da sfondo a questo drammatico periodo di pandemia. Con le relative considerazioni di merito che possono riguardare anche le scienze sociali.

Il mantra del “distanziamento sociale”

È stato raccomandato da medici e politici come misura prudenziale, unica profilassi contro il diffondersi dell’infezione. In realtà, si trattava di un distanziamento fisico che non avrebbe dovuto avere complicazioni “anomiche” – per dire come Durkheim della disintegrazione sociale – sul piano dei rapporti interpersonali, peraltro apparentemente contraddette dall’esaltazione dello spirito di unità nazionale e dell’esemplare atteggiamento collaborativo dei cittadini, distanziati sì ma virtualmente connessi con gli altri in tutti gli ambienti di vita quotidiana – dal lavoro alle attività ricreative – attraverso le piattaforme telematiche di video-conferenza. Fino al rischio di incorrere nella sindrome “Hokikimori”, giovani giapponesi che si isolavano dal mondo reale scegliendo di vivere solo nella dimensione virtuale offerta dai software elettronici. Ai reduci del lockdown, riluttanti a uscire di casa anche per le spese di prima necessità, si potrebbe attribuire la cosiddetta “sindrome della capanna”, osservata nei paesi molto freddi dove la gente fa fatica a uscire di casa alla fine dell’inverno, come se si fosse assuefatta al calore domestico. Invece, più banalmente le esitazioni a riprendere la vita di prima dipende da quanto è diventata faticosa la vita di adesso, tra file fuori le librerie, le banche, le poste, i supermercati. E la permanenza in casa – come dimostrano molti studi socio-psicologici e ricerche sull’argomento – può sviluppare, anziché calore domestico anche in senso affettivo, reazioni di depressione e conflitti tra familiari. La distanza sociale c’è, eccome, nella rancorosità che è dato di cogliere fra la gente in fila alla ricerca continua dell’”untore”, che l’incertezza dei medici sulle mascherine ha contribuito a indirizzare verso coloro che l’indossano o che viceversa ne sono sprovvisti (entrambi riconosciuti come potenziali “positivi”).

La metafora della guerra come narrazione privilegiata dei disastri sanitari

Di qui le metafore del “virus killer” (persino un po’ autoritario, si potrebbe scherzosamente aggiungere, non solo per la probabile provenienza cinese ma anche per le misure di coazione che induce ad adottare); dei sanitari, “eroi” (squattrinati) in trincea; dell’ ”unità per la vittoria”. Nella logica della guerra, c’è sempre la creazione di un “nemico oggettivo”, quello che serve a convogliare tutte le energie di malcontento diffuse nella società, al tempo stesso aggregandone le posizioni e schierandole tutte contro il nemico che c’è ma non si vede: il Virus adempie appunto a questa funzione di solidarietà artificiale che nei regimi totalitari puntella il sistema politico e l’ordine sociale (come gli ebrei per il nazismo o i capitalisti per il comunismo). Se le cose non vanno bene in economia, nel lavoro o negli studi, la colpa è sua, ed è per questo che è necessario mettere fine ai conflitti politici e “comportarsi bene” secondo le regole allo scopo di battere insieme il Nemico.

La teoria del “nemico oggettivo”

Chi cerca un capro espiatorio finisce per trovarlo, perseguendo l’idea che dietro un evento, specie se negativo, deve esserci sempre un Qualcuno che l’ha pianificato e ordito la trama del suo accadimento, la Νυσ (la Mente), il Grande Vecchio, qualche Entità avversa e malefica (questo fenomeno di irrazionalità collettiva è efficacemente descritto da Karl Popper fra le manifestazioni che confermano la “Miseria dello storicismo”).  Vi rientrano a pieno titolo le narrazioni catastrofiste e gli esorcismi negazionisti cui si sono affidati molti comunicatori del periodo, compresi alcuni esponenti delle varie equipe di esperti in scienze mediche, sulla possibilità – per esempio – che il Covid-19 sia stato creato in un laboratorio cinese, sfuggendo al controllo di chi ci stava lavorando, o ancora che le autorità comuniste in Cina, dove quasi certamente l’epidemia ha preso origine, abbiano adottato scarse misure di contenimento e soprattutto abbiano tenuto nascosto per troppo tempo il diffondersi del contagio allo scopo di colpire il mondo occidentale con la la leadership statunitense (parola di Trump). Per dirne un’altra della stessa specie, ma di diversa epoca storica, durante l’epidemia della “spagnola” del 1919, c’era gente che si rifiutava di indossare mascherine sospettandone la funzione di “museruole”.

Il paradosso del “triangolo industriale”

(come definisce Bagnasco i distretti industriali dell’Italia settentrionale) che diventa, per numero di contagi e di morti, una specie di triangolo maledetto – per numero di vittime – e misterioso – per incapacità di spiegarne le cause – come  quello delle Bermude del film omonimo.  A un certo punto è sembrato pure che stesse per, o almeno potesse in prospettiva capovolgersi il rapporto Nord-Sud, una delle fratture storicamente più rilevanti nella cultura e nell’economia del nostro Paese.

Aiuti concreti che le scienze sociali hanno dato

Un aiuto concreto che le scienze sociali hanno dato ai dati calcolati quotidianamente dalla Protezione civile e dal Consiglio superiore della sanità, e diramati attraverso una rituale conferenza stampa delle 18, diventato per due mesi un appuntamento fisso per milioni di telespettatori in ansia, è il “termometro della pandemia“, elaborato da alcuni studiosi della Fondazione Hume, guidati dal sociologo torinese Luca Ricolfi. Si tratta della costruzione “operativa” di un indicatore complesso, come tanti creati nella ricerca empirica di qualità nelle scienze sociali, che combina in un’unica misura i dati relativi a tre macro-variabili significative della diffusione pandemica: il numero di decessi giornalieri, di ingressi negli ospedali e di nuovi contagiati. Questa misura è tradotta in valori di scala cosiddetta pseudo-Kelvin che, come in un termometro, vanno da 0 a 100 (con base massima di riferita alla situazione che si era registrata l’8 marzo, motivando la decisione del lockdown).

Regola causa-effetto

Il reciproco esatto di questo caso è costituito dal riconoscimento che Burioni, virologo di fama internazionale e protagonista mediatico di grande tenacia, ha reso alla “legge di Pareto”, enunciata dall’economista-sociologo italiano Vilfredo Pareto e basata sul “principio di scarsità”. Nei sistemi complessi, che obbediscono a una qualche regola di causa-effetto, poche cause bastano a determinare molti effetti (per esempio, il 20% dei proprietari possedeva l’80% delle terre). Scrive Burioni in un articolo ispirato allo stesso principio paretiano che, per quanto riguarda gli effetti di superspreading notati a Hong Kong, è stato accertato che, su 349 casi, 196 erano dovuti a soli 6 agenti infettanti.

Che l’“inferma scienza” abbia veramente qualcosa da dire?

L'autore

Raffaele De Mucci insegna Sociologia politica e Politica comparata internazionale alla Luiss


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