Se la Cina segue il modello Stati Uniti. L’ascesa del dragone rosso e la logica del realismo offensivo

9 agosto 2020
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Se nei prossimi decenni la Cina continuerà la sua strabiliante crescita economica, probabilmente agirà seguendo la logica del realismo offensivo, cioè tenterà di imitare gli Stati Uniti. Nello specifico, cercherà di dominare l’Asia nello stesso modo in cui gli Stati Uniti controllano l’emisfero occidentale. Lo farà in primo luogo perché la supremazia costituisce il modo migliore per sopravvivere nell’anarchia internazionale.
Inoltre, la Cina è coinvolta in varie dispute territoriali, e più diventerà potente, maggiormente sarà in grado di risolvere quelle dispute a condizioni vantaggiose per sé. In più, come gli Stati Uniti, una Cina potente avrà sicuramente interessi strategici in tutto il globo, che la spingeranno a sviluppare le risorse necessarie a proiettare la potenza in aree molto distanti dall’Asia. Il Golfo Persico sarà in cima alla lista delle zone strategicamente importanti per la nuova superpotenza, ma lo stesso accadrà per l’emisfero occidentale. Anzi, la Cina avrà particolare interesse a creare problemi agli Stati Uniti nell’emisfero occidentale, in modo da limitare la libertà delle forze armate americane di intervenire in altre regioni, in particolare in Asia. Analizziamo questi punti più nel dettaglio.

La Realpolitik cinese

Se la mia teoria è esatta, la Cina cercherà di aumentare al massimo il divario fra sé e i paesi circostanti, in particolare quelli più vasti come India, Giappone e Russia. I cinesi vorranno assicurarsi di diventare così potenti che nessuno Stato asiatico avrà i mezzi per minacciarli. È però improbabile che cerchino di ottenere la superiorità militare per lanciarsi
alla conquista di altri paesi asiatici. Una delle differenze principali fra Cina e Stati Uniti è il fatto che l’America è partita come un paese piuttosto piccolo e debole, collocato lungo la costa atlantica, con la necessità di espandersi verso ovest per diventare uno Stato vasto e potente in grado di dominare l’emisfero occidentale. Per gli Stati Uniti, la conquista e l’espansione erano necessari a stabilire la propria egemonia sulla regione. La Cina, al contrario, è già un paese enorme e non ha bisogno di conquistare altri territori per imporsi a livello regionale al pari degli Stati Uniti.
Naturalmente, è sempre possibile che in particolari circostanze i capi di Stato cinesi decidano che è necessario attaccare un altro paese per raggiungere l’egemonia nella regione. Tuttavia è più probabile che la Cina si dedichi a coltivare la propria economia e diventi così potente da poter imporre ai paesi vicini dei limiti da non oltrepassare, mettendo in chiaro che, se non rispetteranno le regole, pagheranno un prezzo consistente. Dopotutto, è quello che hanno fatto gli Stati Uniti nell’emisfero occidentale.

Per esempio, nel 1962, l’amministrazione Kennedy comunicò sia a Cuba che all’Unione Sovietica che non avrebbe tollerato armi nucleari a Cuba. E nel 1970, l’amministrazione Nixon dichiarò a quegli stessi paesi che la costruzione di una base navale sovietica a Cienfuegos era inaccettabile. Inoltre, Washington ha interferito nella politica interna di numerosi paesi latino-americani, o per impedire l’ascesa di leader ritenuti antiamericani o per rovesciarli una volta saliti al potere. In breve, gli Stati Uniti hanno usato il pugno di ferro nell’emisfero occidentale.
È possibile che una Cina molto più potente di adesso cerchi di cacciare gli Stati Uniti dalla regione dell’Asia-Pacifico, esattamente come gli Stati Uniti allontanarono le grandi potenze europee dall’emisfero occidentale nel diciannovesimo secolo. È probabile che la Cina elabori una versione tutta sua della dottrina Monroe, come fece l’Impero giapponese negli anni Trenta. In effetti, ci sono già le avvisaglie di una politica del genere. Per esempio, i leader cinesi hanno messo in chiaro dinon ritenere che gli Stati Uniti abbiano il diritto di intromettersi nelle
dispute sui confini marittimi del Mar Cinese Meridionale, acque strategicamente importanti che in realtà Pechino rivendica per sé.

La Cina si oppose anche quando, nel luglio del 2010, gli Stati Uniti progettarono di condurre delle esercitazioni navali nel Mar Giallo, situato fra la Cina e la penisola di Corea. In particolare, la Marina statunitense aveva in programma di inviare nel Mar Giallo la portaerei USS George Washington. Quella mossa non aveva nulla a che vede-re con la Cina: mirava invece alla Corea del Nord, che si riteneva avesse affondato nel Mar Giallo una nave militare sudcoreana, la Cheonan. Tuttavia, le energiche proteste della Cina costrinsero l’amministrazione Obama a spostare le esercitazioni dal Mar Giallo più a est, nel Mar del Giappone. Con parole che ricordavano parecchio il presidente Monroe, un portavoce cinese riassunse in maniera concisa il pensiero di Pechino: “Ci opponiamo fermamente all’ingresso di navi o aerei militari nel Mar Giallo e in altre acque adiacenti alla Cina per svolgere attività che inciderebbero sulla sicurezza e gli interessi del paese”.

Più in generale, è chiarissima la volontà da parte dei leader cinesi di acquisire le risorse necessarie a ricacciare la Marina statunitense al di là della “prima catena di isole”, con cui di solito si indicano le Grandi Isole della Sonda, il Giappone, le Filippine e Taiwan. Se ciò accadesse, la Cina sarebbe in grado di bloccare l’accesso a Mar Cinese Orientale, Mar Cinese Meridionale e Mar Giallo, e per la Marina degli Stati Uniti sarebbe quasi impossibile raggiungere la Corea nell’eventualità di una guerra. In Cina si sta parlando anche di far arretrare gli Stati Uniti al di là della “seconda catena di isole”, che corre dalla costa orientale del Giappone fino a Guam e poi giù fino alle Isole Molucche. Sarebbero compresi anche i piccoli arcipelaghi come le isole Bonin e Caroline e le Marianne. Se i cinesi riuscissero nell’intento, priverebbero Giappone e Filippine dell’appoggio della Marina statunitense.Questi ambiziosi obiettivi sono molto sensati da un punto di vista strategico per la Cina (anche se ciò non significa che i cinesi saranno necessariamente in grado di conseguirli).

Mantenere i vicini deboli

Pechino dovrebbe preferire un’India, un Giappone e una Russia militarmente deboli e isolati come vicini, proprio come, ai loro confini, gli Stati Uniti desiderano un Canada e un Messico meno forti da un punto di vista militare. Quale Stato dotato di buonsenso vorrebbe altri paesi potenti nelle vicinanze? Di certo tutti i cinesi ricordano cosa è successo nel secolo scorso quando il Giappone era potente e la Cina debole. Inoltre, perché una Cina potente dovrebbe accettare che le forze armate americane operino nei suoi paraggi? Il governo degli Stati Uniti si oppone quando altre grandi potenze inviano i loro eserciti nell’emisfero occidentale, perché vedono le forze armate straniere come potenziali minacce alla sicurezza americana. La stessa logica dovrebbe valere per la Cina. Perché i cinesi dovrebbero sentirsi al sicuro con le forze armate americane schierate a un passo dal paese? Seguendo il ragionamento della dottrina Monroe, non gioverebbe di più alla sicurezza della Cina cacciare la flotta americana dalla regione dell’Asia-Pacifico? Di sicuro i cinesi hanno ben presenti gli avvenimenti dei cento anni fra la prima guerra dell’oppio (1839-
1842) e la fine della Seconda guerra mondiale (1945), quando gli Stati Uniti e le grandi potenze europee approfittarono di una Cina debole e non solo ne violarono la sovranità, ma le imposero anche trattati ingiusti, sfruttandola economicamente.

La Cina si comporterà diversamente dagli Stati Uniti?

Perché dovremmo aspettarci che la Cina si comporti in maniera diversa dagli Stati Uniti? I cinesi sono più virtuosi degli altri? Più probi? Sono meno nazionalisti? Meno interessati alla propria sopravvivenza? Naturalmente non sono nessuna di queste cose, ed è il motivo per cui probabilmente la Cina si limiterà a seguire una logica realista, cercando di diventare una potenza egemone in Asia. Nonostante aumentare al massimo le proprie possibilità di sopravvivenza sia la ragione principale per cui la Cina tenterà di imporsi sull’Asia, ce n’è un’altra, che riguarda le dispute territoriali fra Pechino e alcuni dei paesi circostanti. Come osserva Taylor Fravel, dal 1949 la Cina è riuscita a risolvere la maggior parte delle dispute sui confini – diciassette su ventitré – soprattutto perché è stata disposta a fare notevoli concessioni agli avversari. Cionondimeno, ha sei contese territoriali ancora aperte, e non ci sono molti motivi – almeno in questo frangente – per pensare che le parti coinvolte troveranno un’intelligente soluzione diplomatica. Probabilmente la disputa più importante della Cina riguarda Taiwan, che Pechino è profondamente determinata a rendere di nuovo parte integrante del paese. L’attuale governo dell’isola, tuttavia, ritiene Taiwan un paese sovrano e non ha alcun interesse a farsi riassorbire dalla Cina. I leader di Taiwan non sbandierano la propria indipendenza, per timore di indurre la Cina a invadere il paese. Inoltre, i cinesi si contendono ancora con il Vietnam il controllo delle Isole Paracelso nel Mar Cinese Meridionale, e con Brunei, Malaysia, Filippine, Taiwan e Vietnam le Isole Spratly, anch’esse situate nel Mar Cinese Meridionale.

Più in generale, la Cina sostiene che la propria sovranità si estende a quasi tutto il Mar Cinese Meridionale, un’affermazione contestata non soltanto dai paesi vicini, ma anche dagli Stati Uniti. Più a nord nel Mar Cinese Orientale, Pechino porta avanti un’aspra lotta con il Giappone per il controllo di una manciata di piccole isole che Tokyo chiama “isole Senkaku” e Pechino definisce “isole Diaoyu”. Infine, la Cina ha delle dispute in corso con Bhutan e India sulle terre al confine dei due paesi. In realtà, nel 1962 Cina e India hanno combattuto una guerra per il territorio conteso, e da allora hanno intrapreso azioni provocatorie in numerose occasioni. Per esempio, Nuova Delhi sostiene che soltanto nel 2012 ci sono state quattrocento incursioni cinesi nel territorio controllato dagli indiani; e a metà aprile del 2013 le truppe cinesi – per la prima volta dal 1986 – si sono rifiutate di tornare in patria dopo essere state sorprese dal lato indiano della Line of Actual Control (linea di controllo effettiva). Pare che negli ultimi anni la Cina abbia intensificato i raid al confine in risposta a un maggiore schieramento di truppe indiane e a un parallelo sviluppo delle infrastrutture nell’area. Data l’importanza per la Cina di queste dispute territoriali, unita all’apparente difficoltà di risolverle con la diplomazia del do ut des, il modo migliore per i cinesi di mettervi fine a condizioni vantaggiose è probabilmente attraverso la coercizione. Nello specifico, una Cina molto più potente dei suoi vicini sarà nella posizione di usare la minaccia militare per costringere gli avversari ad accettare un accordo particolarmente vantaggioso per sé. E se ciò non dovesse funzionare, la Cina potrebbe sempre tirare fuori le unghie ed entrare in guerra per ottenere ciò che vuole. È probabile che la coercizione o l’effettivo uso della forza siano l’unico modo plausibile in cui la Cina potrebbe riprendersi Taiwan. In breve, diventare un paese egemone a livello regionale è il modo migliore in cui la Cina potrebbe risolvere a proprio vantaggio le varie dispute territoriali in cui è coinvolta. Vale la pena di notare che oltre alle contese territoriali, la Cina potrebbe trovarsi impelagata in un conflitto con i paesi confinanti per l’acqua. L’altopiano del Tibet, situato entro i confini della Cina, è la terza maggiore riserva di acqua dolce del pianeta, dopo Artide e Antartide. In effetti, a volte viene definito il “terzo polo”. È anche la sorgente principale di molti dei grandi fiumi asiatici, compresi il Brahmaputra, l’Irrawaddy, il Mekong, il Saluen, il Sutlej, il Fiume Azzurro e il Giallo. Quasi tutti questi fiumi scorrono anche nei paesi confinanti, dove influenzano profondamente la quotidianità di svariati milioni di persone.

La tragedia delle grandi potenze

John J. Mearsheimer
Luiss University Press

Scheda

L'autore

John J. Mearsheimer, tra i maggiori politologi al mondo, è professore di scienza politica alla University of Chicago. È autore di numerosi volumi tra i quali Luiss University Press ha pubblicato in italiano Verità e bugie nella politica internazionale (2018) e La tragedia delle grandi potenze (2019).


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