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Non vivremo più come prima. Deglobalizzazione, disuguaglianze e nuove regole nel mondo del post-Covid

Non è la prima volta che l’umanità ha dovuto affrontare un’epidemia. Ma l’attuale emergenza sanitaria ha caratteristiche diverse. Da una parte, fortunatamente, il progresso medico-scientifico aiuta a ridurre il numero dei morti. La peste nera del ‘300 uccise 20 milioni di persone, un terzo della popolazione europea, e la “spagnola” nel 1918-20 tra 50 e 100 milioni su una popolazione mondiale di 2 miliardi. D’altra parte, tuttavia, la stretta interconnessione tra i paesi del mondo provoca oggi una diffusione molto più rapida rispetto al passato, sia del contagio virale sia delle conseguenze economiche. A ciò va aggiunto che la circolazione di informazioni – e talvolta di fake news – disponibili a tutti in tempo reale aumenta livello di ansia e paura collettiva. Tutto ciò fa sì che, paradossalmente, nell’epoca della conoscenza e della tecnologia sia per certi aspetti più difficile gestire l’emergenza e intuirne le conseguenze.

Dopo lo tsunami del coronavirus nulla sarà più come prima. La pandemia ha dimostrato la fragilità delle catene globali del valore e accelererà il trend di deglobalizzazione. Molti degli squilibri economici esistenti saranno esasperati, a cominciare dall’esplosione del debito pubblico. L’enorme quantità di liquidità riversata nell’economia creerà le premesse per future bolle speculative e spunterà le tradizionali armi di politica monetaria delle banche centrali. Esiste il forte rischio di un ulteriore aumento delle diseguaglianze. Potrebbero saltare equilibri sociali e politici, nazionali e internazionali. Stanno cambiando il modo di produrre e consumare, di fare impresa e di investire, di lavorare e studiare, ma anche di socializzare e divertirsi. In alcuni casi la pandemia è la fonte principale dei cambiamenti, in altri solo un acceleratore di tendenze già in atto.

Tra deglobalizzazione e nazionalismo economico

La diffusione del virus ha reso evidente la fragilità della globalizzazione. È aumentata la consapevolezza che in un contesto di catene globali del valore e di forti interdipendenze tra economie, basta uno shock che – come il virus – colpisca uno degli anelli della catena affinché l’impatto diventi sistemico.

Terminata l’emergenza, il processo di deglobalizzazione – già in corso con il fenomeno del reshoring – subirà un’accelerazione. Nella migliore delle ipotesi aumenterà l’attenzione alla gestione dei rischi conseguenti alla localizzazione geografica delle supply chain: per renderle meno vulnerabili e più vicine ai mercati di sbocco. È tuttavia possibile che si rafforzi la convinzione, già piuttosto diffusa, che i danni prodotti dalla globalizzazione siano superiori ai benefici. Con conseguente spinta a politiche protezioniste e nazionalismo economico. Uno scenario non molto diverso da quello degli anni trenta del secolo scorso.

Recessione mondiale e rischio esplosione debito pubblico

La frenata dell’economia mondiale è già iniziata. Lo conferma il crollo del prezzo del petrolio. Le conseguenze per l’Europa dipenderanno in larga misura dalla capacità di prendere decisioni coordinate di politica economica. La costituzione del Recovery Fund è un passo molto importante, sia nella forma (è un accordo storico per l’Unione Europea) sia nella sostanza (vale 750 miliardi di euro). Gli Stati Uniti hanno visto interrotto il periodo di crescita più lungo della storia contemporanea. La Cina, pur avendo ripreso per prima la produzione, vede compromessi i mercati del proprio export e dipenderà molto di più dai consumi interni. La disoccupazione sta aumentando ovunque, così come la diseguaglianza.

Le politiche di bilancio espansive che i governi stanno mettendo a punto sono necessarie. Ma causeranno un forte aumento del debito pubblico. Finita la fase di emergenza, i percorsi di rientro dal debito saranno difficili. Alcuni paesi, tra cui l’Italia, dovranno introdurre misure più drastiche di altri e ciò produrrà tensioni sociali interne e anche tra paesi.

Eccessiva liquidità e bazooka scarico

Le banche centrali di tutto il mondo hanno annunciato iniezioni di liquidità senza precedenti. Misure necessarie per contenere la frenata dell’economia mondiale ma la cui efficacia è affievolita dal fatto che il costo del denaro è già molto basso. A seguito della crisi finanziaria del 2008, infatti, vi erano già state politiche monetarie molto espansive.

Le manovre di questi mesi stanno inondando i mercati con altra liquidità. Fin dal mese di marzo la Federal Reserve ha prontamente annunciato l’acquisto di titoli senza limite al fine di sostenere l’economia. La Banca Centrale Europea, dopo aver annunciato in marzo acquisti di titoli per 750 miliardi entro fine anno, ha in questi giorni esteso a giugno 2021 il Quantitative Easing, aumentandolo di 600 miliardi. In prospettiva, ciò crea un duplice rischio. Quello di future bolle speculative, perché enormi quantità di denaro si sposteranno su paesi e asset più rischiosi in cerca di migliori rendimenti. E quello di spuntare le principali armi di politica monetaria tradizionale, per stabilizzare i mercati e contrastare future crisi.

Settori vincenti e perdenti

Quasi tutti i settori stanno soffrendo per il crollo di redditi e domanda aggregata. Alcuni più di altri. Sono in profonda crisi trasporto aereo di persone, turismo, ospitalità e relativi indotti. Una parte del commercio al dettaglio potrebbe non risollevarsi, dopo che la pandemia ha costretto anche i consumatori più riluttanti all’acquisto online. Sotto pressione sono anche i segmenti dell’intrattenimento tradizionale, dai cinema ai teatri, dai parchi tematici agli eventi sportivi, dai ristoranti ai bar. Molti non sopravvivranno. Gli altri dovranno reinventare il modello di business, con accorgimenti per diminuire il rischio di contagio, reale o percepito.

In controtendenza settori quali farmaceutico, tecnologia (specie digitale) e telecomunicazioni, così come intrattenimento via streaming e formazione a distanza. Nonostante il rallentamento del commercio internazionale, cresceranno logistica, spedizionieri e corrieri, per la crescente domanda di consegne a domicilio. Benefici anche per lo sviluppo di macchine intelligenti, applicazioni software, realtà virtuale e aumentata. Il rischio è che, in alcuni casi, queste innovazioni migliorino i servizi e aumentino la produttività ma riducano l’occupazione.

Spostamento degli investimenti

In generale, recessione e incertezza hanno rallentato gli investimenti delle imprese. Che tendono a rinviare la costruzione di nuove fabbriche e l’acquisto di macchinari. E’ auspicabile che una quota significativa dei fondi erogati dall’Unione Europea, sia a titolo di prestito sia a fondo perduto, vadano a sostenere in misura rilevante gli investimenti in strutture sanitarie, ricerca medico-scientifica, infrastrutture fisiche e digitali. Inoltre, una volta tornata la fiducia, potremmo assistere a un’impennata d’investimenti per rendere più sicuri i luoghi di lavoro e di aggregazione sociale. Fabbriche e magazzini, stazioni e aeroporti, mezzi pubblici e centri commerciali, banche e negozi, teatri, cinema e stadi dovranno essere adattati – talvolta ridisegnati – per vincere la paura di lavoratori e clienti.

Boom di e-commerce e pagamenti elettronici

Dove diverse leggi hanno fallito, potrebbe riuscire il coronavirus. La transizione dal contante agli strumenti elettronici, soprattutto carte di credito, è un obiettivo da tempo perseguito al fine di ridurre l’evasione fiscale. La pandemia ha accelerato il cambiamento, già in corso, nelle abitudini di acquisto: dai generi alimentari ai libri, dai vestiti ai giornali, l’e-commerce sottrae sempre più fatturato a centri commerciali, negozi, librerie, edicole. L’acquisto online rende quasi impossibili i pagamenti in contanti. Naturalmente si moltiplicheranno i metodi per eseguire pagamenti in rete in forma anonima (già ne esistono), ma molti consumatori si convertiranno all’uso della carta di credito, per necessità o per comodità. Con il boom dell’e-commerce ci sarà anche quello di chi disegna e costruisce siti web, nuove imprescindibili vetrine di aziende e attività commerciali.

Organizzazione del lavoro e smartworking

Paura del virus e lockdown hanno determinato una forte accelerazione nella diffusione delle tecnologie di digitali. Ciò cambierà il mondo del lavoro, con un aumento esponenziale dello smartworking in tutti i lavori d’ufficio, le libere professioni, la pubblica amministrazione, la telemedicina. In campo commerciale cambierà il modo delle aziende di interagire con clienti e fornitori: meno fiere, esposizioni e incontri di persona, più showroom virtuali e videoconferenze.

Lo smartworking tuttavia pone diversi problemi. Innanzitutto ha bisogno di una buona infrastruttura di rete e di un’adeguata alfabetizzazione digitale (molte aziende e lavoratori non sono pronti). Inoltre, il lavoro agile è davvero efficace solo se esiste fiducia reciproca tra datore di lavoro e dipendenti, e se è diffusa una cultura di misurazione e valutazione degli obiettivi. Tutti aspetti da migliorare. Infine, il lavoro a distanza è applicabile a certi servizi ma molto meno a mansioni manuali (artigiani, operai), di cura della persona (medici, infermieri, badanti, parrucchieri, estetisti) o che richiedono una forte interazione personale (docenti). Difficile l’applicazione nel manifatturiero, in cui però potrebbe verificarsi una nuova ondata di automazione.

Educazione a distanza

Il virus ha dato enorme stimolo all’educazione a distanza. Tuttavia nell’istruzione la tecnologia integra e migliora l’insegnamento tradizionale, ma difficilmente lo sostituisce. L’apprendimento da remoto è particolarmente adatto alla formazione professionale. Lo è invece molto meno per la scuola e le università d’eccellenza, dove resiste l’importanza del tutoraggio (sperimentazione, rapporti umani). Ciò nonostante è prevedibile una crescita dei già diffusi Massive Open Online Courses (Mooc), che metteranno pressione sulle università, soprattutto quelle meno note e prestigiose. Come per lo smartworking, anche l’educazione a distanza richiede infrastrutture, alfabetizzazione digitale (soprattutto dei docenti), fiducia reciproca tra insegnanti e studenti, metodi di misurazione e valutazione degli obiettivi.

 

Versione rivista e aggiornata di un articolo pubblicato su Il Sole 24 Ore del 6 aprile 2020.