Origini e ascesa di un potere senza limiti. Ecco la Turchia di Erdoğan

18 agosto 2020
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La rottura con Erdoğan uomo

In psicologia il termine “crisi” si riferisce alla rottura dell’equilibrio psichico precedentemente raggiunto. In tal senso, è possibile ritenere il momento di crisi come l’istante in cui uno strappo, un taglio, provoca una rottura nell’individuo creando uno stato di stallo e l’impossibilità a tornare indietro, da cui la necessità di trovare, non senza fatica, un nuovo equilibrio con sé stessi, con gli altri e con l’ambiente circostante. La crisi psicologica spesso avviene nel momento in cui un evento o una serie di eventi di grande intensità emotiva supera le capacità di elaborazionee sopportazione  dell’individuo, provocando uno squilibrio che può manifestarsi con vissuti di impotenza, confusione, intensa tristezza e ansia, sensazione di vuoto. Assorbita in un tale stato d’animo, la persona tende a perdere completamente il contatto con la realtà. Se il 2007 costituì la prima di tre grandi crisi che Erdoğan leader politico dovette affrontare, i convulsi mesi del 2011 segnarono il momento di crisi e rottura per Erdoğan uomo. A cavallo delle elezioni di giugno, concluse con l’ennesima affermazione (49,8 per cento), la vita del leader turco fu scandita da umori ed emozioni contrastanti che ne hanno alterato per un periodo l’equilibrio psichico, spingendolo a modificare i propri atteggiamenti. Due lutti e una brutta malattia misero Erdoğan per la prima volta nella sua vita di fronte alla morte, destando tratti del suo carattere a lungo repressi.

Allo stesso tempo, l’entusiasmo delle piazze arabe accentuò in Erdoğan la fiducia in sé stesso che, unita al distacco dalla realtà provocato dalla crisi, fece maturare in lui un senso di onnipotenza. Seppure alcuni segnali ne avessero già evidenziato la personalità umorale e impulsiva, è solamente dopo il momento di rottura che le sue inclinazioni autocratiche vengono esasperate, accompagnando il progressivo allontanamento dal percorso democratico e il simultaneo avvicinamento ai confini dell’autoritarismo postmoderno o competitivo.

Il 2011 si aprì con il primo trauma per Erdoğan, la morte del suo riferimento politico. A febbraio, un mese freddo surriscaldato dai tumulti che stavano attraversando il Medio Oriente, all’età di 85 anni si spense Erbakan. Con la nascita dell’AKP il rapporto tra i due si era apparentemente raffreddato, ma la devozione di Erdoğan per il maestro non era diminuita. Nonostante avesse intrapreso un diverso percorso politico, non perdendo occasione per rimarcare le differenze con l’esperienza di governo del RP, durante gli anni da primo ministro Erdog˘an operò con la volontà di compiacere la figura paterna di riferimento. Il leader turco era convinto che le molte iniziative intraprese per contrastare il potere dell’Esercito e della magistratura fossero un modo per rendere giustizia a chi, come Erbakan, si era visto togliere il potere dalle mani. Agli occhi di Erdoğan e di tutto il movimento islamista, Erbakan sarebbe stato per sempre ricordato come il primo politico in grado di intraprendere la difficile lotta per riaffermare i valori spirituali della nazione.

L’occasione delle proteste

Nei giorni successivi al lutto Erdoğan non ebbe molto tempo per elaborare la perdita a causa di un contesto regionale sempre più instabile e imprevedibile. Qualche settimana prima Muhammed Bouazizi, un venditore ambulante tunisino, si era dato fuoco in segno di protesta contro il regime di Ben Alì. Il suo gesto costituì la scintilla per una serie di proteste che coinvolsero alcuni tra i principali Paesi della regione tra cui l’Egitto, la Libia e la Siria. Quella che i media internazionali un po’ frettolosamente salutarono come la Primavera dei popoli mediorientali, per Erdoğan fu l’occasione attesa per rilanciare la candidatura turca alla leadership regionale. Viste con i suoi occhi, influenzati da Davutog˘lu, le rivolte furono una sorta di riproposizione di quanto avvenuto in maniera pacifica e democratica in Turchia con l’affermazione dell’AKP. La convinzione dei due era che i tumulti stessero spazzando via i vecchi regimi laici del Medio Oriente aprendo la strada all’ascesa di partiti e movimenti di islam politico considerati gli unici autentici rappresentanti del popolo. In quel convulso contesto regionale, la Turchia con alle spalle un decennio di governo democratico AKP si presentava come l’unico credibile interlocutore regionale delle piazze. Dal punto di vista prettamente geopolitico, per Erdoğan e Davutoğlu era giunto il momento
di capitalizzare quanto seminato negli anni precedenti. La centralità acquisita nelle questioni di vicinato e la ritrovata confidenza circa il pro prio ruolo internazionale spinsero Erdoğan a maturare l’idea di potersi ergere a guida dei popoli mediorientali, una veste considerata la naturale evoluzione del ruolo storico della Turchia.

La via di Erdoğan

Il calcolo turco, presto rivelatosi errato, si fondava sulla convinzione che il contraccolpo delle proteste potesse creare le condizioni adatte alla configurazione di un ambiente regionale plasmato secondo le proprie preferenze. Di conseguenza, la Turchia assunse un livello di interventismo senza precedenti, guidato da un orientamento revisionista del sistema regionale. In particolare, la scelta di Ankara fu di sostenere le formazioni di islam politico considerate maggiormente affini all’AKP come i Fratelli musulmani. Per legittimare tale ambizione Erdoğan si rese protagonista di un vero e proprio tour, arrivando in Tunisia ed Egitto dove venne accolto da ali di folla lungo le strade inneggianti il suo nome. Un’accoglienza che a tratti ha ricordato il famoso viaggio a Berlino Ovest di Kennedy nel 1963: come lui anche Erdoğan venne accolto al pari di una rockstar. In realtà, senza scomodare la memoria di JFK, il successo di Erdog˘an durante quei mesi richiamava più una dinamica tutta mediorientale in cui il leader politico che mostra di sfidare Israele e in parte l’Occidente viene elevato a legittimo rappresentante delle istanze dei popoli della regione.

A ciò si aggiunga che le performance economiche turche degli anni precedenti avevano convinto molti, anche in Occidente, che la strada tracciata dalla Turchia di Erdoğan fosse la più adatta a tutti quei Paesi del Medio Oriente in cerca di un equilibrio tra modernità e islam. Inoltre, egli seppe approfittare al meglio dell’assenza di figure carismatiche a lui
alternative. L’accoglienza ricevuta destò in Erdoğan uno stato di esaltazione totale, che presto sarebbe sfociato in un delirio di onnipotenza da cui non si sarebbe mai ripreso completamente. Uno stato d’animo in parte comprensibile. Il ragazzo venuto dal nulla, cresciuto in una famiglia senza privilegi, era riuscito a diventare uno degli uomini più potenti al mondo, in grado di influire sul corso degli eventi non soltanto della Turchia ma di un’intera regione. Il suo successo riempì d’orgoglio tutto il popolo turco, che in parte si sentiva riscattato dalle delusioni europee e in parte nel protagonismo internazionale del suo leader rivedeva i tratti della grandeur ottomana. Tuttavia, le magliette vendute nella striscia di Gaza con stampato il volto di Erdoğan e i tanti titoli di parte della stampa internazionale, che poneva l’accento sulla cosiddetta Erdoğan’s way, si sarebbero presto scontrati con le reali capacità materiali del Paese e la perdita di lucidità del suo leader.

Il partito di un uomo solo 

Quei momenti ebbero anche l’effetto di far crescere in Erdoğan il timore di perdere tutto, la paura che quell’aura magica avvertita tra le strade del Cairo sarebbe potuta venire meno. Per evitarlo, decise che il modo migliore per garantirsi ancora più potere sarebbe stato promuovere la tanto agognata trasformazione del sistema costituzionale turco da parlamentare a presidenziale. Ad agevolarlo fu il recente successo elettorale.
I mesi che precedettero il voto del 2011 resero evidente quanto l’AKP fosse diventato il partito di un uomo solo. Durante i primi due mandati, nonostante una leadership incontrastata, Erdoğan aveva permesso che all’interno dell’AKP ci fosse sempre un dibattito, con opinioni anche fortemente contrastanti quelle del leader. A partire dal 2011, invece, Erdog˘an diventò sempre più intollerante alle critiche e sordo ai consigli. Le riunioni dei parlamentari AKP si trasformarono in un palcoscenico, l’ennesimo, a suo uso esclusivo. I suoi interventi diventarono dei monologhi
al cui termine nessuno dei deputati avrebbe osato intervenire o fare domande.

Un approccio non limitato alle dinamiche di partito ma riprodotto anche all’interno del Gabinetto e successivamente nel contesto-Paese. La campagna elettorale del 2011, la prima dopo il ridimensionamento costituzionale del ruolo dell’Esercito e della magistratura, venne condotta basando la comunicazione unicamente su Erdoğan. Il discorso politico
del leader abbandonò la dimensione proattiva degli anni precedenti, assumendo un carattere più aggressivo. A finire sotto attacco erano gli avversari politici, tra i quali, per la prima volta, furono inseriti anche i liberali.
Questi avevano sostenuto per anni l’esecutivo AKP con la convinzione che la riorganizzazione delle istituzioni statali fosse parte di un progetto di democratizzazione del Paese e allargamento dei diritti civili.
Dopo il referendum del 2010 però i liberali turchi, tra cui anche diversi affiliati AKP, avevano iniziato a manifestare i primi timori circa le tendenze accentratrici e antidemocratiche del primo ministro. La rottura con una componente importante dell’iniziale sostegno politico consentì a Erdoğan di compattare attorno a sé la base più conservatrice e avviare una prima e decisa epurazione dei quadri dirigenti di partito. Tali sviluppi presentarono significative ricadute anche sull’intero sistema politico. A mutare fu la principale linea di frattura della politica turca. Venuta a mancare la dimensione di trasversalità dell’AKP, anche la polarizzazione identitaria tra laici e conservatori venne parzialmente superata, lasciando posto a una diversa spaccatura tra quanti sostenevano l’idea di Erdoğan di democrazia della maggioranza e quanti, al contrario, vi si opponevano.
L’AKP vinse con quasi il 50 per cento dei voti.

Sovranismo islamico

Erdoğan e il ritorno della Grande Turchia

Federico Donelli
Luiss University Press

Scheda

L'autore

Federico Donelli è Assegnista di Ricerca presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Genova dove insegna History and Politics of the Middle East e Visiting Fellow presso il Center for Modern Turkish Studies della Şehir University di Istanbul.


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