Ripensare il lavoro nell’Era digitale. Come integrare macchine e uomo

20 agosto 2020
Libri Letture Open Society
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Obiettivo fondamentale dell’intelligenza artificiale è fabbricare macchine capaci di svolgere un lavoro mentale. Abbiamo già indagato il potente connubio di IA e dati. I dati sono la varietà di ricchezza che caratterizza l’Era digitale, creata appositamente per le macchine che svolgono un lavoro mentale. In futuro, applicare l’IA ai dati presumibilmente apporterà alla guerra che la nostra specie combatte contro il cancro contributi più significativi delle ricadute delle ricerche mediche portate avanti da esseri umani tra i più brillanti e intelligenti.

 I pregiudizi dell’essere umano 

A grandi linee, l’IA rappresenta una minaccia per gli uomini in quanto autori dei loro stessi destini. In particolare, si tratta di una sfida al lavoro mentale umano. Se le macchine stanno migliorando così tanto nello svolgimento del lavoro mentale, come saranno retribuiti gli esseri umani, tradizionali fornitori del lavoro mentale? Due pregiudizi ci rendono concilianti nei confronti di quello che gli esseri umani potranno offrire in un futuro fatto dall’IA. Il primo è l’attuale pregiudizio sulle capacità effettive delle future tecnologie digitali.
Abbiamo la tendenza a essere eccessivamente influenzati dai punti deboli delle odierne macchine e impressionati in maniera insufficiente dalla loro capacità di migliorare. Dovremmo evitare l’errore commesso dai maestri di scacchi dei primi anni Novanta, che supposero che i computer che giocavano a scacchi in futuro sarebbero stati in difficoltà per le falle osservate nelle macchine che riuscirono abilmente a sconfiggere.

Il nostro sondaggio sui progressi previsti nell’apprendimento automatico fornisce alcune indicazioni sulle capacità di risoluzione dei problemi delle future macchine digitali. In secondo luogo, la nostra convinzione nell’eccezionalismo umano ci porta a descrivere le nostre capacità mentali in termini che le rendono inimitabili dalle macchine.

Siamo disposti ad ammettere che una macchina possa batterci nei calcoli, ma insistiamo a dire che non potrà mai essere più saggia di noi. Da questo punto di vista, la saggezza non può essere resa semplicemente come una sequenza di istruzioni eseguite da un computer. Io sostengo che, una volta risolti questi bias, faremmo bene a essere meno fiduciosi riguardo a dove si collocheranno gli esseri umani nel mondo del lavoro del futuro. La fede nella saggezza umana e nella nostra capacità, ogni tanto, di avere sogni che ci indicano la via di uscita da situazioni apparentemente fatali ci può far procedere soltanto un po’, in un’epoca di macchine che masticano ed elaborano dati con grande efficienza. Il solo fatto che gli esseri umani siano retribuiti per lavorare crea un potente incentivo economico a costruire macchine che svolgano quel lavoro meglio e a basso costo. I lavoratori umani implicano costi che le macchine non hanno. Molti lavoratori umani hanno figli da accudire, sfamare, vestire e istruire. Ogni tanto amano andare in vacanza. Talvolta si ammalano. Si aspettano che i loro salari coprano queste spese.

Le macchine non si ubriacano mai

Le macchine richiedono manutenzione, ma non hanno aspettative di questo tipo. Questo ragionamento economico contro il lavoro umano non è esclusivo della Rivoluzione digitale. È stato una caratteristica fondamentale anche della Rivoluzione industriale. James Nasmyth, inventore del maglio a vapore – un martello industriale di dimensioni enormi, azionato appunto a vapore –, auspicò che “strumenti meccanici automatici” potessero contribuire a sottrarsi “alle irresponsabili fatiche del lavoro manuale”. Secondo Nasmyth, “le macchine non si ubriacano mai; le loro mani non tremano mai per gli eccessi e le sregolatezze; non si assentano mai dal lavoro; non scioperano mai per aumenti di salario; sono infallibili nella loro precisione e regolarità quando producono le parti più delicate o massicce delle strutture meccaniche”. La minaccia delle tecnologie digitali al lavoro umano è peggiore di quella rappresentata dagli strumenti automatici di Nasmyth. Quando i lavoratori umani dovettero affrontare la sfida della Rivoluzione industriale, reagirono reimmettendosi sul mercato del lavoro come lavoratori umani 2.0. La natura proteiforme delle macchine digitali implica che la strategia di trasformarci in lavoratori umani 3.0 offrirà, nel migliore dei casi, rifugi temporanei nelle economie dell’Era digitale.

L’IA è il superpotere digitale che ostacola le tradizionali risposte umane alla disoccupazione tecnologica. Quando l’ingrediente segreto dell’apprendimento automatico sarà applicato a ingenti quantità di dati, le macchine dell’Era digitale acquisiranno la flessibilità e l’adattabilità di cui sono prive le macchine create e messe in circolazione dalle precedenti rivoluzioni tecnologiche. È importante, a questo punto, chiarire qual è la posta in gioco. Non prendo le difese di alcune occupazioni particolari e nemmeno di alcune categorie particolari di lavoro, bensì della sopravvivenza della regola del lavoro nell’Era digitale. Nei primi decenni del XXI secolo, per gli esseri umani il lavoro è la regola. La regola del lavoro giustifica l’aspettativa che la gente finisca gli studi e trovi un posto di lavoro. In questo modo, si guadagnerà da vivere dando il suo contributo alla società.

Integrare macchine e uomo

La regola del lavoro sopravvive ai periodi di alta disoccupazione. Supponiamo che nella vostra società il 30 per cento dei lavoratori disponibili sia disoccupato. È probabile che i politici al governo nella vostra società debbano far fronte a critiche accese e legittime. In ogni caso, la vostra è una società nella quale per gli esseri umani il lavoro è la regola. I genitori che allevano bambini in una società di questo tipo avranno legittime preoccupazioni nei riguardi delle prospettive occupazionali dei loro figli. Ciò nonostante, il 70 per cento di coloro che sono giudicati possibili
lavoratori e che hanno un posto di lavoro lascia intendere che come genitori sia ragionevole crescere i figli nutrendo aspettative nella loro possibilità di trovare lavoro. Le scuole della vostra società dovrebbero fornire agli studenti le competenze indispensabili a entrare a far parte della forza lavoro in modo produttivo. La regola del lavoro non sopravvivrà nell’Era digitale, se per avere un posto di lavoro dovrete essere Larry David, Oprah, Steven Spielberg, o Meryl Streep.

Se si desidera che la regola del lavoro sia mantenuta nell’Era digitale, dovremmo aspettarci un numero sufficiente di posti di lavoro sia redditizi sia terapeutici. Quando dico che quei posti di lavoro dovrebbero essere redditizi, intendo dire che non dovrebbero rientrare in qualche inutile programma inventato dalla società per gli uomini nell’Era digitale. I lavoratori umani devono fare qualcosa di più che portare in giro tavolette portablocco e certificare la produzione di macchine messe a punto con un design estremamente accurato. I proprietari d’azienda dovrebbero essere incentivati da motivazioni economiche ad assumere esseri umani. Spesso devono prendere in considerazione modalità automatiche per raggiungere i loro scopi e valutare i lavoratori umani meritevoli dei loro stipendi. Quando dico che i posti di lavoro dovrebbero essere terapeutici, intendo dire che il lavoro dell’Era digitale dovrebbe favorire il raggiungimento di alti livelli di benessere. Simili occupazioni non dovrebbero in alcun modo assomigliare a quelli delle distopie digitali, nelle quali i lavoratori umani devono subire condizioni deprecabili
e ricevere una paga miserabile nel tentativo disperato di sbaragliare le macchine dal punto di vista dei costi. Potrebbe sembrare che l’idea di un lavoro terapeutico contrasti con il modo con il quale gli economisti presentano il lavoro, qualcosa che possiede una disutilità ed è giustificato soltanto dall’utilità positiva della busta paga.

Mihaly Csikszentmihalyi e Judith LeFevre ci offrono un resoconto molto affascinante del valore che i lavoratori ricavano dal fare il loro mestiere. Mettono in discussione la semplice dicotomia tra tempo libero piacevole e lavoro spiacevole. In uno studio su come ci comportiamo noi uomini nei confronti del tempo libero e del lavoro, Csikszentmihalyi e LeFevre hanno riscontrato che la noia è una caratteristica principale del tempo libero più di quanto si supponga in genere, e che il piacere è una caratteristica principale del lavoro più di quanto suggerisca la descrizione degli economisti. Csikszentmihalyi e LeFevre lo definiscono “il paradosso del lavoro”. Illustrano l’esistenza di un meccanismo psicologico che spiegherebbe il piacere del lavoro. Csikszentmihalyi ne parla molto in termini di “flusso”.

Sfide e competenze creano un’esperienza positiva

La teoria dei flussi afferma che l’esperienza è “positiva al massimo quando una persona percepisce che l’ambiente presenta un numero sufficientemente alto di opportunità per agire (o accogliere le sfide), che sono all’altezza delle capacità del singolo di agire (o delle sue competenze). Quando sono elevate sia le sfide sia le competenze, la persona non soltanto prova piacere per quello che fa, ma si impegna anche al massimo delle sue capacità, con la probabilità di imparare nuove competenze e accrescere l’autostima e la complessità della sua persona”. Quando si sperimenta il flusso, spesso si ha la sensazione di perdersi nell’attività che si sta eseguendo. Nei confronti della mancanza di autoconsapevolezza che deriva dall’esercitare le proprie competenze in queste circostanze, c’è qualcosa che rende gli stati di flusso particolarmente gradevoli. Ovviamente, sarebbe sbagliato supporre che ogni tipo di lavoro consenta un flusso. È improbabile che occupazioni che implicano mansioni semplici e ripetitive promuovano il flusso. Se è corretto quello che dicono Csikszentmihalyi e LeFevre a proposito del piacere che proviamo quando lavoriamo, allora le occupazioni terapeutiche dell’Era digitale non dovrebbero trattare i dipendenti umani alla stregua di utili passacarte. I posti di lavoro per gli esseri umani nell’Era digitale non dovrebbero essere soltanto giustificabili sul piano economico, ma promuovere anche il flusso. La difesa della regola del lavoro impone quell’aiuto a sufficienti e molteplici posti di lavoro che siano sia redditizi sia terapeutici. I genitori dell’Era digitale avranno anche poche idee nei confronti delle carriere che sceglieranno i loro figli, ma dovrebbero avere un’aspettativa realistica nei confronti delle possibilità dei loro figli di trovare lavoro produttivo e terapeutico nelle società che possiedono tecnologie digitali ancora più potenti di quelle che esistono all’epoca dei loro genitori. Dobbiamo cercare di non cadere nella trappola che ci ha privato di alcuni dei migliori giocatori di scacchi umani dell’inizio degli anni Novanta.

Non essere una macchina

Come restare umani nell’Era digitale

Nicholas Agar
Luiss University Press
Prefazione di Andrea Prencipe

Scheda

L'autore

Nicholas Agar è professore di etica alla Victoria University di Wellington. È considerato tra i maggiori esperti al mondo di human enhancement, il tentativo naturale o artificiale di andare oltre le limitazioni fisiche e mentali dell’essere umano. Non essere una macchina è il suo primo saggio tradotto in italiano


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