La Campania al voto: il magnetismo elettorale di De Luca lo porta al 58%

28 agosto 2020
Editoriale Open Society
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L’atto terzo di De Luca contro Caldoro

De Luca contro Caldoro, atto terzo. Per adesso è parità, ma sembra che la bella andrà a De Luca. Questo dice il sondaggio Winpoll-Cise, il secondo della nostra serie dedicata alle regionali di settembre: 58,6% per De Luca, 28,9% per Caldoro. Per il governatore uscente sarebbe un ottimo risultato, anche se in calo di sei punti rispetto al precedente sondaggio Winpoll (questo giornale 1 Luglio). Ma allora la candidatura di Caldoro era stata appena annunciata.

È raro che in elezioni di stampo maggioritario gli stessi protagonisti principali si trovino a competere per tre volte di fila. Nelle elezioni del 2010 Caldoro sconfisse largamente l’allora sindaco di Salerno. In quelle del 2015, invece il governatore attualmente in carica prevalse di misura sull’allora incumbent che correva per il secondo mandato. Questa volta il divario tra i due ‘eterni’ rivali sembra essersi allargato notevolmente. Come nel caso di Zaia in Veneto il Covid-19 ha fatto bene a De Luca.

La chiave del successo di De Luca

Il distacco stimato oggi tra De Luca e Caldoro è di circa trenta punti percentuali. Questo è il divario nella parte maggioritaria del sistema di voto, quella che conta per la vittoria finale. Anche in Campania la presidenza della regione e la maggioranza dei seggi in consiglio vanno al  candidato che ottiene un voto più degli altri. Gli elettori hanno a disposizione due voti: uno per i candidati presidente e uno per le liste che li sostengono. Possono votare (1) solo un candidato presidente, (2) un candidato presidente e una delle liste che lo sostengono, (3) un candidato presidente e una delle liste che non lo sostengono. In questo ultimo caso esprimono quello che si chiama ‘voto disgiunto’. A differenza del Veneto (questo giornale 23 Agosto) dove il voto disgiunto non pesa, in Campania il voto al solo candidato (voto personale) e il voto disgiunto sembrano giocare un ruolo rilevante. Infatti, a livello di voti alle liste (quindi voti proporzionali) i dati del sondaggio Winpoll-Cise dicono che il distacco tra la coalizione che appoggia De Luca e quella che appoggia Caldoro non è di trenta punti percentuali ma di soli otto.

Come si spiega nel caso di De Luca la differenza tra il 58,6% attribuito a lui come candidato presidente (voto maggioritario) e il 44,8% delle liste che lo appoggiano? L’ipotesi più plausibile è che siano elettori che votano lui senza votare altre liste e/o elettori che votano lui ma votano anche una delle liste che non lo appoggiano, magari un partito del centro-destra. Non è un caso che secondo la nostra stima Caldoro prende otto punti in meno delle sue liste. I giudizi largamente positivi sull’operato del governo regionale e i dati sui flussi elettorali (si vedano i grafici in pagina) confermano ampiamente questa ipotesi.

I secondi sono ancora più interessanti dei primi. De Luca dimostra di essere in grado di attrarre consensi da tutte le parti (con la parziale eccezione dell’elettorato leghista). Dichiarano di votarlo oltre un terzo degli elettori delle europee sia di Fi che di Fdi. Ma la cosa veramente sorprendente è che sono intenzionati a votarlo oltre la metà di quelli del M5s. Più del doppio di quanti voteranno il candidato del Movimento, Ciarambino! Almeno in Campania, e almeno per queste regionali, De Luca sembra capace di fare quello che molti dirigenti del Pd nazionale vorrebbero, e cioè prendersi gli elettori del Movimento senza fare accordi di vertice. Dulcis in fundo, a ulteriore conferma della sua capacità di attrazione e nel quadro di un sistema molto frammentato, la sua lista personale ‘De Luca Presidente’, risulta essere quella più votata con il 17,2 %, seguita da quella del M5s con il 17%.

Serve un altro elemento per completare il quadro. Dietro il magnetismo elettorale di De Luca non c’è solo la sua personalità e la sua gestione del Covid, che pure contano moltissimo, ma anche una notevole abilità come tessitore di alleanze. Una larga fetta dell’elettorato campano, soprattutto in certe aree, è inquadrato in ben strutturate reti clientelari. Il voto di scambio è assai diffuso. E il numero elevato di preferenze espresse in rapporto ai voti lo dimostra. Gli accordi fatti da De Luca con i vari De Mita e Mastella sono una delle ragioni del suo successo. Un’altra è il numero di liste che lo sostengono, addirittura 15. Anche queste fanno parte di una precisa strategia di raccolta di consensi. Questa è la politica in Campania. E De Luca sa come adattarvisi.  Anche per questo il centro-sinistra a livello proporzionale viene stimato oggi al 44,8%, mentre alle politiche del 2018 aveva preso il 16,4% e alle europee dello scorso anno il 23,1.

La frammentazione in Campania

Dicevamo dei cinque stelle e del comportamento ‘anomalo’ dei loro elettori. A dire il vero occorre prudenza a usare questo termine. Quello che con gli occhi di un osservatore del Nord può sembrare anomalo, a Napoli lo è molto meno. La disponibilità degli elettori, la frammentazione delle liste, la logica della scelta di voto, la differenza tra le arene elettorali rende tutto molto più incerto e fluido, come si vede dai dati della tabella in pagina in cui riportiamo il risultato del voto nelle ultime tre competizioni. Ciò premesso, è indubbio che il Movimento di Grillo ha perso in Campania quella forza che aveva dimostrato alle politiche di due anni fa quando ottenne il 49,4%. Quelle elezioni non sono state la prima tappa nella costruzione di una egemonia politica. Ci vuole altro che il reddito di cittadinanza. Il M5s non è la Dc e nemmeno Forza Italia. È vero che in un quadro di grande frammentazione resta qui, a differenza del Veneto e di altre regioni del Nord, una forza relativamente significativa, ma senza un vero radicamento territoriale. Il risultato stimato di oggi è praticamente identico a quello delle regionali del 2015. Ma in quel caso fu ottenuto all’interno di un trend in ascesa.  Oggi è diverso. Quanto agli altri partiti Pd, Lega e Fdi sono tutti tra il 14 e il 15%. Per i due maggiori partiti del centro-destra si tratta di un ottimo risultato visto il tipo di competizione. Va male invece Forza Italia che con il suo 6% conferma di essere diventata anche in Campania la componente più debole del centro-destra.

Da ultimo il referendum sul taglio dei parlamentari. Anche in questa regione, come in Veneto, il SÌ al taglio prevale con un ampio margine (70% contro 30%), pur in un quadro in cui sono tanti gli elettori che non andranno a votare o sono indecisi su cosa fare.  La curiosità è che qui ai leghisti la riforma piace meno che agli elettori degli altri partiti.

Questo articolo è precedentemente apparso sul Sole 24 Ore il 25 agosto 2020. Riprodotto per gentile concessione.

L'autore

Roberto D’Alimonte è un politologo italiano, esperto di sistemi elettorali. È stato professore di Sistema Politico Italiano e Direttore del Dipartimento di Scienze Politiche della Luiss. È fondatore del CISE (Centro Italiano Studi Elettorali).


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