Perché no: considerazioni a margine di una riforma sbagliata

31 agosto 2020
Editoriale Open Society
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Il 20 e 21 settembre siamo chiamati a votare a favore o contro la legge costituzionale con la quale il numero dei parlamentari viene fortemente diminuito: la Camera dei deputati passa da 630 a 400 deputati, il Senato della Repubblica da 315 a 200 senatori.

Le probabilità che i Sì prevalgano sui No è alta, almeno secondo i sondaggi finora condotti. E tuttavia credo che la riforma in questione sia una riforma sbagliata e sostanzialmente inutile. Le ragioni del No sono state ben sviluppate in un appello firmato da un folto drappello di costituzionalisti disponibile su Huffpost. A quelle ragioni vorrei provare ad aggiungere altri tre spunti di riflessione, che si muovono, per così dire, ai margini della riforma. Non prima di aver ribadito che le ragioni dei promotori di questa riforma risultano apodittiche e ispirate a logiche gattopardesche: il miglioramento del processo decisionale è affermazione priva di riscontro visto che la struttura dei procedimenti e i rapporti tra le due Camere non cambiano; il rapporto più diretto con i propri rappresentati in Parlamento è tesi addirittura controintuitiva; sull’allineamento del parlamento italiano agli altri paesi che hanno un numero di parlamentari eletti molto più limitato proverò a dire qualcosa più avanti. Rimane il taglio delle spese, davvero esiguo rispetto ai danni che questa riforma può produrre in termini di democrazia.

La prima osservazione riguarda la coerenza della riforma rispetto allo spirito e alle idee ispiratrici del principale attore politico che tale riforma ha voluto, il M5S.

Spigolando tra i documenti che maggiormente aiutano a comprendere gli ideali del Movimento, sono frequenti i richiami, abbastanza disinvolti, alla democrazia deliberativa, partecipativa, diretta, tutti riferimenti volti ad un rinnovamento e rafforzamento della democrazia. E allora mi chiedo: come può un Movimento, che si richiama agli ideali della democrazia deliberativa e partecipativa (oltre che diretta), sostenere una riforma che ha come esito la riduzione della rappresentanza dal punto di vista sia qualitativo che quantitativo? Bisogna davvero ignorare tutto in materia di democrazia deliberativa per credere di conciliare democrazia deliberativa e riduzione della rappresentanza.

Non c’è infatti nessun teorico della democrazia deliberativa, da Rawls ad Habermas per citare i più noti, che si sia spinto a sostenere che per rendere effettivo questo ideale di democrazia –fondato sui due principi della discussione pubblica e sull’intervento di tutti coloro che possono essere potenzialmente interessati alla decisione pubblica- sia opportuno o necessario fare a meno della democrazia rappresentativa o comunque ridurne il potenziale. Direi che è esattamente il contrario. La democrazia deliberativa (e quella partecipativa) si nutrono e sono costruite sugli istituti della democrazia rappresentativa, a cominciare dalle istituzioni parlamentari.

Le arene, i fori, i meetup, che così fortemente hanno segnato l’esperienza del M5S nella fase iniziale, hanno bisogno di un Parlamento forte, capace di ascoltare ciò che accade al di fuori della sede parlamentare. Non è tagliando il numero dei parlamentari, rendendo così ancora più complessa la comunicazione tra cittadini ed eletti, che si rafforza la democrazia deliberativa (o partecipativa). Se il Movimento crede davvero nei benefici della democrazia deliberativa, sta commettendo un errore strategico che avrà riflessi sulla sua stessa esistenza.

Ma il Movimento, si dirà venendo così alla seconda osservazione, è nato e si muove in una logica molto diversa da quella dei partiti tradizionali. Al di là degli uomini di vertice del Movimento, il grosso del personale politico è stato selezionato attraverso canali alternativi, in aperta polemica con il contesto di progressiva degenerazione politica e istituzionale (basti pensare al trasfughismo parlamentare). Selezionando il personale attraverso la Rete, in maniera spesso erratica e casuale (come spiegare altrimenti i tanti tradimenti e le tante espulsioni), il Movimento è meno istituzionalizzato, non è tenuto a fidelizzare i propri parlamentari tanto è vero che, a parole, il numero dei mandati di ciascun parlamentare pentastellato è molto limitato.

Da questa prospettiva l’idea di un Parlamento con un numero minore di parlamentari aiuta paradossalmente il Movimento a selezionare il proprio corpo politico, abbassando i rischi di infedeltà e ribellioni che hanno caratterizzato questi ultimi anni. Se l’analisi è corretta, non si capisce perché i due partiti oggi esistenti, PD e Lega, seguano il Movimento in questo progetto. Questi due partiti convivono con problemi molto diversi da quelli che affliggono il Movimento. Essi sono partiti strutturati sul territorio, impegnati, di conseguenza, a formare e selezionare la propria classe dirigente. Solo ragioni tattiche, prive di una visione di lungo periodo, possono essere all’origine di comportamenti così autodistruttivi da parte di questi due partiti.

Infine, una parola sulla struttura del nostro Parlamento. In queste settimane i fautori della riforma sono tutti impegnati a misurare il rapporto tra numero di elettori e numero dei parlamentari nelle altre grandi democrazie per dimostrare che l’Italia ha troppi parlamentari. Nessuno ricorda però che l’Italia è l’ultimo paese al mondo a tenersi stretto un bicameralismo perfetto che, questo sì, risulta completamente desueto e disfunzionale. Nessuno ricorda che che nelle altre grandi democrazie di riferimento, portate ad esempio perché dotate di un numero di parlamentari più basso, le seconde camere sono differenziate dalle prime, svolgono compiti e funzioni differenti. E ciò in ragione, per lo più, di una struttura federale della forma di Stato in cui la seconda camera è chiamata a rappresentare i territori.

La seconda camera tedesca è composta da una settantina di membri (tutti espressione dei Länder), il Senato USA da 100 senatori (eletti due per Stato dal corpo elettorale del singolo Stato membro). Sono pochissimi, quei componenti, ma con un potenziale rappresentativo enorme! E soprattutto quelle camere svolgono una funzione unificante. L’emergenza di questi mesi ha dimostrato quanto siano necessari luoghi di mediazione tra Stato, Regioni, enti locali. Una riforma del Senato che andasse in questa direzione sarebbe da accogliere con favore.

E invece questa riforma si limita a tagliare il numero senza che la sostanza effettivamente cambi. Il bicameralismo perfetto rimarrà intatto, solo in formato ridotto. L’unica cosa sicura è che la distanza tra eletti ed elettori aumenterà ulteriormente. Siamo sicuri di averne davvero bisogno?

Tag italia, no, riforma

L'autore

Raffaele Bifulco è Professore ordinario di Diritto costituzionale nel Dipartimento di Giurisprudenza della Luiss.


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