La politica senza serietà. Il taglio dei parlamentari come emblema dell’antipolitica italiana

1 settembre 2020
Editoriale Open Society
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Serietà. La storia del taglio dei parlamentari non ha un-risvolto-uno che ne abbia un minimo. Al contrario, siamo di fronte a una vicenda emblematica dello stato di avanzata decomposizione cui è giunta la politica italiana. Sicché, se far dimagrire le camere doveva servire ad ammansire e riassorbire l’antipolitica, la maniera buffonesca nella quale l’operazione è stata condotta finirà se possibile per renderla ancora più robusta e vitale. Ma andiamo con ordine.

Non è serio ridurre il numero dei parlamentari al di fuori di un ripensamento complessivo delle istituzioni rappresentative: sistema elettorale, bicameralismo, regolamenti e poteri delle assemblee. Non è serio, ed è pure pateticamente autolesionistico, che deputati e senatori abbiano approvato la riforma per un’unica ragione: poter mostrare il proprio stesso capo mozzo alle festanti tricoteuses dell’antipolitica.

Non è serio difendere il taglio dicendo che, poiché le riforme ambiziose falliscono, conviene intanto farne di modeste. In questo caso la riforma modesta non è un’entità a sé stante, ma un ingranaggio in un meccanismo ben più complesso e assai delicato. L’opportunismo politico è cosa meno indegna di quel che si dica, ma è ben diverso dal pragmatismo riformista, e non è serio confondere l’uno con l’altro. Oltrepassa di gran lunga i limiti del ridicolo, poi, giurare e spergiurare che una volta approvata la riduzione si farà tutto il resto: ma quando mai, nelle attuali condizioni politiche, e senza che ci sia uno straccio di disegno strategico né un minimo di convergenza sui passaggi ulteriori?

Malgrado la riforma non sia seria, non è serio che sia stato richiesto il referendum su una legge che in ultima lettura è stata approvata con 553 voti favorevoli, 14 contrari e 2 astenuti. È pericoloso rivolgere la democrazia diretta contro quella rappresentativa, perché si finisce con grande facilità per delegittimare l’intero edificio democratico. I radicali adoperano questa strategia da più di quarant’anni, e infatti vanno senz’altro annoverati fra i genitori dell’antipolitica, e non certo dei meno rilevanti. Può magari essere lecito volgere la democrazia diretta contro quella rappresentativa in casi estremi. Ma qui non siamo in presenza di un caso estremo, perché è pure poco serio affermare che il taglio dei parlamentari sia cosa a tal punto seria da mettere a repentaglio la democrazia (in generale, non è serio gridare al rischio democratico a ogni piè sospinto).

Non è serio che il referendum sia stato messo in calendario insieme alle elezioni regionali e comunali, accrescendone il tasso di politicizzazione, impedendo una campagna referendaria concentrata sul merito del quesito e distorcendo la distribuzione territoriale del voto, visto che là dove si rinnovano le amministrazioni l’affluenza alle urne sarà senz’altro molto maggiore che altrove.

Non è serio, infine, che ci siano partiti che dopo aver approvato il taglio in parlamento ne prendono adesso le distanze, s’involtolano nei sofismi, si aggrappano alla libertà di coscienza. O meglio: ben venga chi, essendosi reso conto di aver votato una riforma poco seria, si ravvede e prega gli elettori di correggere il suo errore. Il voltafaccia va fatto seriamente, però: facendolo precedere da una riflessione vera sulle proprie mancanze, facendolo seguire da un cambiamento non effimero di linea politica, chiedendo scusa al Paese. Non mi par di vedere niente di tutto questo, da nessuna parte.

La costituzione italiana non è intoccabile, anzi, ha tanti difetti che andrebbero emendati. Passati i settant’anni, però, si è guadagnata sul campo quanto meno il diritto di esser maneggiata con un po’ di serietà.

Questo articolo è precedentemente apparso su La Stampa il 27 agosto 2020. Riprodotto per gentile concessione

L'autore

Giovanni Orsina è il Direttore della Luiss School of Government


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