Verso un’America nazionalista o pluralista. I riflessi a lungo termine del voto USA

2 settembre 2020
Editoriale Open Society
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Quale America emergerà?

L’esito delle elezioni che si terranno in America tra due mesi avrà conseguenze, su quel Paese e il mondo intero, per anni a venire. Le elezioni del prossimo 3 novembre riguardano il presidente e vicepresidente, 435 membri della Camera dei rappresentanti, 35 su 100 membri del Senato, oltre che 11 su 50 governatorati di stato e i rappresentanti di 86 su 99 legislativi bicamerali di stato. Un passaggio elettorale con una posta in gioco molto alta, in particolare nell’elezione presidenziale. Non si tratta di scegliere “tra socialismo e capitalismo” (come ha detto Donald Trump riecheggiando il senatore anticomunista Joseph McCarthy) o “tra il regno della luce e il regno dell’oscurità” (come ha sostenuto Joe Biden ispirato dal teologo progressista Reinhold Niebhur), bensì di stabilire quale America (nazionalista o pluralista) emergerà dalla crisi pandemica dell’ultimo anno. Mi spiego.

Trump è pericoloso, Biden un probabile inefficace 

Cominciamo dai candidati. Le Convenzioni dei due maggiori partiti hanno dimostrato che la differenza tra di essi è profondamente culturale. I discorsi di accettazione della candidatura (con cui Trump e Biden hanno concluso le rispettive Convenzioni) non potevano essere più diversi, in particolare simbolicamente. Trump ha presentato sé stesso come un “monarca” (che scende dalle scale della Casa Bianca come fosse a Versailles o meglio in un reality show), piuttosto che come il leader di un partito. Il Grand Old Party, nato con Abraham Lincoln nel 1860, si è disciolto. Nessun esponente storico del partito repubblicano ha parlato alla Convenzione, i cui protagonisti sono stati invece i militanti politici collegati personalmente a Trump, espressione delle constituencies che lo hanno sostenuto negli ultimi quattro anni (come la galassia dei white evangelicals influenti negli stati del sud). Se Trump ha preso in leasing il marchio del partito repubblicano per farne una sua creatura, Biden ha cercato invece di restaurare il partito democratico come la “grande famiglia” che vuole includere tutti gli americani. Se Trump ha presentato sé stesso come l’immobiliarista di successo (anche se la realtà è molto diversa), Biden ha giustificato la sua candidatura sulla base di un altro successo, la sua capacità di superare le disgrazie che hanno colpito la sua famiglia. Come ha scritto Fintan O’Toole, Trump è uno spaccone che fa coincidere lo stato con sé stesso (da ultimo, tenendo il discorso di accettazione della sua candidatura alla Casa Bianca), Biden è un sofferente che fa coincidere la società con la sua famiglia. Il primo è pericoloso, il secondo rischia di essere inefficace.

L’America di Trump

Vediamo ora la loro visione. Trump è l’espressione di una società che non vuole essere regolata dal sistema pubblico. Quest’ultimo deve limitarsi a garantire law and order (come il night-watchman state, lo stato guardiano notturno, teorizzato da Robert Nozick), non già promuovere politiche di inclusione sociale. Il radicale taglio delle tasse e delle regolamentazioni realizzato da Trump (e dal Congresso a maggioranza repubblicana) nel 2017 è un esempio di tale visione. Quei tagli hanno certamente incrementato la crescita economica che era stata già avviata dalla presidenza Obama, anche se (come era avvenuto già con Obama) non tutte le barche si sono alzate con la marea. Secondo l’indice Gini, la diseguaglianza sociale (se misurata dalla distribuzione del reddito familiare) ha continuato a crescere anche durante la presidenza Trump (passando da 0,43 nel 1990 a 0,49 nel 2018). Ma, soprattutto, l’indebolimento del sistema pubblico indotto dalla de-tassazione (“stiamo portando via l’acqua dalla palude”, disse Trump nel 2018) ha messo in luce la sua inadeguatezza quando la pandemia è esplosa. In termini di vite umane perse, l’America ha pagato il prezzo più alto a livello mondiale (quasi 1/4 delle vittime globali della pandemia sono americane). Trump non ha mai preso sul serio la pandemia, considerandola un incidente di percorso. Così, pur dichiarandosi nazionalista, non si è preoccupato di proteggere la “sua nazione” (con il risultato di perdere consensi tra i senior citizens e gli elettori bianchi che pure l’avevano votato nel 2016).

L’America di Biden

Biden è l’espressione di un’America che si aspetta invece l’intervento pubblico per potere alleviare le conseguenze sociali della pandemia. Non si tratta solamente dell’America delle tante minoranze che continuano ad essere vittime del razzismo e dell’esclusione. Oppure dell’America dei giovani istruiti e dei ceti urbani, che vogliono vivere in città sicure perché socialmente integrate. Si tratta anche dell’America bianca, poco istruita, sparpagliata negli stati della vecchia rust belt (Michigan Wisconsin, Pennsylvania), che non è stata risparmiata dalla pandemia. L’America di Biden chiede protezione, ma sarà impossibile garantire quest’ultima senza un rilancio post-pandemico dell’economia (colpita dalla più grave recessione dagli anni Trenta del secolo scorso). La pandemia ha reso meno netto il confine demografico tra Biden e Trump, ma netta rimane la differenza nel loro messaggio politico. Trump parla in nome di un’America bianca che non accetta di essere minoranza, Biden da voce ad un’America multicolorata in cui tutti sono minoranza. L’America di Trump è minoritaria ma coesa, l’America di Biden è maggioritaria ma disomogenea. L’America di Trump ha caratteristiche autoritarie (si pensi alle milizie del suprematismo bianco), l’America di Biden rischia di avere caratteristiche separatiste (ogni comunità con la propria identità). Se l’autoritarismo di Trump va contrastato, ha scritto Stephen Walt, l’alternativa non è ritornare all’America e al mondo precedenti a Trump. Quest’ultimo, nel bene o nel male, ha certificato la fine di entrambi.

Ciò che c’è in gioco il prossimo 3 novembre

Insomma, nelle elezioni americane del prossimo 3 novembre c’è in gioco la scelta tra un’America nazionalista ed un’America pluralista. Come nella storia di quel Paese, la natura interna della coalizione dominante avrà inevitabili proiezioni all’esterno. La prima è una grande potenza che non ha scrupoli a scontrarsi con qualsiasi altra potenza. La seconda è una potenza egemonica che previlegia le istituzioni e pratiche multilaterali per avanzare i propri interessi. Ecco perché quelle elezioni avranno conseguenze per anni a venire, non solo in America ma anche nel mondo.

Questo articolo è precedentemente apparso sul Sole 24 Ore il 29 agosto. Riprodotto per gentile concessione.

L'autore

Sergio Fabbrini è professore di Scienza politica e Relazioni internazionali e direttore del Dipartimento di Scienze Politiche della Luiss. È anche Pierre Keller Professor presso la Harvard Kennedy School. 


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