Perché i leader populisti hanno fallito nella gestione del coronavirus

13 settembre 2020
Editoriale Europe
FacebookFacebook MessengerTwitterLinkedInWhatsAppEmail

Il ruolo della leadership

Così come le caratteristiche di una persona si vedono nei suoi momenti di difficoltà, allo stesso modo le caratteristiche di una leadership governativa si manifestano quando deve affrontare crisi o emergenze. Di fronte alle difficoltà, un individuo può scegliere di rimuoverle, convincendosi che non è successo niente, oppure può riconoscerle, anche se non è piacevole farlo. Nel primo caso, la sua crisi peggiorerà, nel secondo caso, la crisi è già in via di superamento. La stessa cosa vale per le leadership governative. Di fronte alla crisi, un leader può scegliere di rimuoverla, sperando che si risolva da sola, oppure la riconosce, dandosi da fare per superarla. Riconoscere un problema, dicono la psicologia cognitiva e l’esperienza storica, è il primo passo verso la sua soluzione. In un volume del 1988 (Liberalism Against Populism), William H. Riker distinse tra due opposti approcci al governo dei problemi sociali, uno populista e l’altro liberale. Si tratta di una distinzione utile per capire i differenti impatti avuti dalla pandemia nei Paesi democratici. Vediamo perché.

Il fallimento dell’approccio populista 

Cominciamo dall’approccio populista. I fatti dicono che i Paesi che hanno male-gestito la pandemia sono stati quelli governati da leader populisti, come gli Stati Uniti, il Brasile, l’India e il Regno Unito. Ad oggi, negli Stati Uniti sono morte 190.000 persone, in Brasile 124.000, in India 68.000, nel Regno Unito quasi 42.000. Naturalmente, nei primi tre casi, si tratta di Paesi molto vasti, con una grande popolazione e con una complessa struttura federale, caratteristiche che rendono difficile il governo di una politica sanitaria nazionale. Tuttavia, per quanto riguarda gli Stati Uniti, siamo in presenza del Paese più ricco al mondo, con le più sofisticate tecnologie di cura esistenti, con centri di ricerca che non hanno rivali. Lo stesso discorso vale per il Regno Unito, il Paese scientificamente più avanzato d’Europa (ha ben quattro università nella graduatoria delle prime dieci università del mondo). Eppure, gli Stati Uniti occupano il primo posto per decessi e contagi al mondo e il Regno Unito occupa lo stesso posto in Europa. Come è spiegabile? La risposta (certamente non univoca) è che i governi di quei Paesi hanno perseguito un approccio populista al Covid-19. Donald Trump, Jair Bolsonaro, Narendra Modi e Boris Johnson hanno a lungo rimosso la pandemia auto-convincendosi che sarebbe passata per magia; quando hanno dovuto riconoscerla, hanno perso tempo a denunciarne i presunti responsabili invece di affrontarla; quando gli scienziati li hanno messi in guardia che le cose stavano diversamente, se la sono presa con questi ultimi. Dopo tutto, il populismo ritiene che non sia necessaria la competenza tecnica, oppure la conoscenza dei problemi economici e istituzionali, per poter governare. Il disprezzo per le competenze ha spinto i leader populisti, una volta al governo, a sbarazzarsi degli establishment tecnici, sostituiti con dilettanti purché fedeli. Ciò è avvenuto anche nel Regno Unito, che pure è il Paese che ha inventato l’establishment tecnico e di esso ha storicamente e positivamente beneficiato. Di qui, l’improvvisazione dell’approccio populista nell’affrontare la pandemia e, di qui, le sue conseguenze drammatiche. Conseguenze che i leader populisti continuano a negare, spostando l’agenda nazionale su altri temi (il conflitto razziale negli Stati Uniti, la corruzione degli avversari in Brasile, la minaccia islamica in India, il recesso dall’Ue nel Regno Unito), con l’esito che la crisi sanitaria, in quei Paesi, peggiora di giorno in giorno.

Le strategie dei governi liberali

Vediamo ora l’approccio liberale, che è stato invece adottato dalle principali leadership europee. Nonostante un’iniziale rimozione, queste ultime hanno affrontato la pandemia con determinazione, introducendo provvedimenti (come il lockdown) che ne hanno contenuto la diffusione, anche sulla base delle valutazioni scientifiche elaborate dalle comunità degli epidemiologi (tra cui non sono mancati, ahimè, gli scienziati fai-da-te). Non solo, tra aprile e luglio scorsi, i leader della Commissione europea, dei principali governi nazionali, del Parlamento europeo hanno avviato una discussione su come uscire dalla pandemia, una volta che sarà debellata. Una discussione non semplice (anzi dura, irriguardosa, divisiva) per stabilire i termini finanziari e di governance del piano di ricostruzione e ripresa dei sistemi economici e sociali dei Paesi europei (Next Generation EU). Una discussione che ricorda quella avuta negli Stati Uniti, tra gli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso, per individuare le caratteristiche che avrebbe dovuto assumere il contesto post-bellico (di quel Paese e del mondo). L’Europa è stata l’unica area al mondo in cui si è discusso del dopo-pandemia.  Come è stato possibile che l’Ue abbia potuto elaborare un suo new deal post-pandemico, caratterizzato da alcune cruciali priorità, sostenuto da importanti risorse finanziarie, mentre nei Paesi sopra ricordati si è continuato a parlare di altro? Perché a Bruxelles o nelle principali capitali europee non c’erano (e non ci sono) leader populisti al governo. Ursula von der Leyen, Angela Merkel, Emmanuel Macron, Charles Michel o David Sassoli hanno dimostrato di avere non pochi limiti. Tuttavia, hanno condiviso un approccio liberale (cioè, razionale e responsabile) alla gestione della pandemia, anche grazie al sostegno di establishment tecnici dotati delle necessarie competenze di politica pubblica.

Il populismo fa ammalare la democrazia

Insomma, la crisi pandemica ha mostrato che il populismo, una volta andato al governo, genera problemi invece che soluzioni. I leader populisti saranno anche ‘uomini e donne nuovi’, ma la loro predisposizione a rimuovere i problemi ha prodotto risultati tutt’altro che innovativi. Sono state le insufficienze delle precedenti leadership liberali a giustificarne l’ascesa. In un volume del 1956 (The Power Elite), Charles Wright Mills aveva mostrato come (anche) le democrazie liberali possano produrre élite che si auto-preservano al potere, a prescindere dalle loro capacità. Un problema non da poco, che, però, deve trovare una soluzione solamente all’interno di quelle stesse democrazie, aumentando la competizione tra leadership liberali alternative, sostenute da condivise competenze tecniche. Per le nostre democrazie, il populismo è più pericoloso del Covid-19.

Questo articolo è precedentemente apparso sul Sole 24 Ore il 6 settembre 2020. Riprodotto per gentile concessione.

L'autore

Sergio Fabbrini è professore di Scienza politica e Relazioni internazionali e direttore del Dipartimento di Scienze Politiche della Luiss. È anche Pierre Keller Professor presso la Harvard Kennedy School. 


Website
Newsletter