Salvini sotto assedio. La strategia della Lega e del suo leader in vista delle prossime elezioni

17 settembre 2020
Editoriale Open Society
FacebookFacebook MessengerTwitterLinkedInWhatsAppEmail

Le due anime della Lega

Con la vittoria di Susanna Ceccardi in Toscana, Salvini metterebbe a segno un colpo importante. Un colpo duplice, che peserebbe tanto sui rapporti interni alla coalizione di destra-centro quanto su quelli fra opposizione e governo.
La destra ha candidato esponenti della Lega alla presidenza di due delle sei regioni che vanno al voto (la Val d’Aosta fa storia a sé): Ceccardi in Toscana, appunto, e Zaia in Veneto. Toti, candidato in Liguria, appartiene a Cambiamo!; Caldoro in Campania a Forza Italia; Acquaroli nelle Marche e Fitto in Puglia a Fratelli d’Italia. Questa suddivisione è parsa fin da subito sfavorevole a Salvini. Zaia non soltanto rappresenta l’anima nordista e autonomista della Lega, ben diversa da quella nazionale e sovranista, ma è considerato un possibile leader del partito nel caso in cui il leader attuale fallisca. L’unico candidato davvero salviniano perciò è Ceccardi. La cui vittoria nella rossa Toscana, tuttavia, fino a qualche tempo fa era considerata difficilissima. Si prevedeva allora che il leader leghista sarebbe uscito male dalla tornata elettorale: la sua candidata perdente, l’unico leghista eletto un suo concorrente, e magari Giorgia Meloni trionfante nelle Marche e in Puglia. Il fallimento in Toscana – si diceva inoltre – avrebbe certificato la crisi della strategia salviniana della «spallata» al governo, che avrebbe incontrato la sua seconda e forse fatale battuta d’arresto dopo la sconfitta di Borgonzoni in Emilia Romagna, nel gennaio scorso.

Uno scenario incerto

L’ipotesi che Ceccardi vinca ribalta completamente questo scenario. Se così fosse, Salvini potrebbe rivendicare di aver fatto una mossa azzardata e ambiziosa sì, ma di successo. Dimostrerebbe di aver imparato la lezione dell’Emilia Romagna, avendo enfatizzato meno il valore nazionale e più quello locale del voto toscano. E potrebbe resuscitare la strategia della «spallata»: opposizione dura al Conte bis e lavoro intenso sul territorio per dimostrarne la fragilità crescente nell’opinione pubblica. La sua posizione alla guida non soltanto della Lega, ma dell’intera coalizione di destra ne risulterebbe rafforzata. Ciò detto, resta però da vedere se una débâcle del Partito democratico comprendente pure la Toscana sarebbe davvero sufficiente a terremotare la scena politica nazionale, come Salvini sembra sperare. Certo, quest’eventualità renderebbe la maggioranza di governo più instabile ancora di quanto già non sia, avviando una cruenta resa dei conti all’interno del Pd, inasprendo i suoi rapporti col Movimento 5 stelle, obbligando Renzi a riprendere l’iniziativa per dare un segnale di vita. Rafforzerebbe inoltre la sensazione di scollamento fra istituzioni e Paese, legittimando chi chiede che un’elezione nazionale rimetta quelle in sintonia con questo.

Politica e giustizia

Allo stesso tempo, però, un’eventuale vittoria della destra darebbe ai partiti della maggioranza un’ulteriore, lampante dimostrazione di come per loro la situazione attuale sia di gran lunga migliore di qualsiasi alternativa. Migliore senz’altro di elezioni politiche anticipate che sarebbero letali per moltissimi loro deputati e senatori e che, a quel punto, vincerebbe con ogni probabilità la destra. Ma anche migliore dell’ardua ricerca di un’altra maggioranza in questo parlamento, o della costruzione di un altro governo con la stessa maggioranza, operazione assai rischiosa, o perfino di un rimpasto del Conte bis. La politica italiana, insomma, tende a restare immobile per la sua eccessiva debolezza.
Due ultime notazioni, infine. La Lega si è messa al riparo dagli effetti politici del referendum sul taglio dei parlamentari, qualunque ne sia il risultato: è per il sì ma tiepidamente, e ieri un suo esponente di primo piano come Giorgetti si è pubblicamente schierato per il no. È probabile poi che i guai giudiziari del partito emersi da ultimo abbiano un impatto tutto sommato marginale sul voto. Gli italiani sono così assuefatti all’intreccio fra giustizia e politica, ormai, che per smuoverli ci vuole ben altro che l’avvio di un procedimento. A destra, poi, sono più assuefatti ancora. E in questo momento la credibilità e l’immagine d’imparzialità della magistratura non sono al loro massimo storico.

Questo articolo è precedentemente apparso su La Stampa il 12 settembre. Riprodotto per gentile concessione.

L'autore

Giovanni Orsina è il Direttore della Luiss School of Government


Website
Newsletter