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La gestione dei rifugiati al tempo del Covid-19. Le fiamme di Moria e la mancanza di una politica europea dell’asilo

Dalle finestre del Viminale, le fiamme di Moria si possono vedere distintamente. Pochi giorni fa, il campo profughi di Moria, nell’isola greca di Lesbo, ha preso fuoco. Conteneva più di 12.000 persone, anche se era stato pensato per contenerne poco meno di 3.000. Una situazione di sovraffollamento che, in condizioni di scarsa sicurezza sanitaria, ha favorito la diffusione del Covid-19. Di qui, la decisione delle autorità greche di imporre il lockdown al campo e, di qui, la reazione dei profughi che ha condotto al suo incendio. In due giorni (8 e 9 settembre), il più grande campo profughi d’Europa è stato distrutto, con la polizia che ora circonda l’area per impedire ai profughi di incamminarsi verso la città più vicina (Mitilene). Stiamo ritornando al biennio 2015-2016, in un contesto, però, reso più drammatico dalla pandemia. Come è stato possibile? Cosa si può fare?

Non basta gestire la crisi 

Cominciamo dalla prima domanda. Di fronte alla diffusione della pandemia, le leadership europee hanno dovuto focalizzarsi sulla risposta da opporre a quest’ultima. Tale sforzo sta dimostrando che “l’Europa c’è quando è necessario che ci sia”, per dirla con Ursula von der Leyen. Tuttavia, considerando la crisi migratoria del 2015-2016, si può dire che l’Unione europea (Ue) c’è quando si tratta di gestire la crisi, non già quando si tratta di risolverla.

Ancora oggi, ad esempio, non abbiamo una protezione comune delle frontiere di Schengen oppure non abbiamo una politica comune nei confronti dei rifugiati, in quanto alcuni Paesi (come il gruppo sovranista di Visegrad) hanno continuato ad opporre il loro veto ad ogni soluzione collettiva. Di qui, la necessità di ricorrere a soluzioni tampone che, però, creano nuovi problemi, mentre risolvono quelli vecchi. Si pensi all’accordo del 18 marzo 2016 che l’Ue siglò con la Turchia, finalizzato a trattenere, in quel Paese, i milioni di profughi che fuggivano dalla guerra civile in Siria. In cambio, il governo turco ottenne sei miliardi di euro, i cittadini turchi la possibilità di viaggiare senza visto nell’Ue, la Turchia di essere considerato un candidato possibile per entrare nell’Ue. Nel breve periodo, la soluzione funzionò. L’afflusso di rifugiati in Germania si ridusse e Angela Merkel e il suo partito (CDU) sopravvissero alle elezioni federali del settembre 2017. Nel medio periodo, però, l’accordo rafforzò il presidente turco Recep Tayyip Erdogan e la sua politica autoritaria all’interno e neo-imperiale all’esterno. Con l’esito che, quest’ultima, ha finito per contrastare apertamente gli interessi (economici, petroliferi, geo-strategici) dell’Europa nel Mediterraneo. Come si vede, non basta gestire la crisi.

La necessità di una ‘politica europea dell’asilo’

Vediamo ora la seconda domanda. L’incendio di Moria dimostra che l’immigrazione, in Europa, di rifugiati dalle aree di guerra civile è tutt’altro che in diminuzione, per non parlare dell’immigrazione economica che è destinata a crescere impetuosamente con l’incremento della popolazione nei Paesi africani. L’Ue non può affrontare sfide di questa magnitudine con risorse amministrative e finanziarie limitate, oltre che con modelli di governance inadeguati. Consideriamo le risorse. La bozza per il bilancio finanziario 2021 (concordata dal Consiglio dei ministri economico-finanziari il 7 settembre scorso) prevede addirittura una diminuzione delle risorse allocate sia alla politica migratoria che alla politica di sicurezza e di difesa. Rispetto alle previsioni iniziali, il Migration Fund viene ridotto di 230 milioni, l’Integrated Border Management Fund di 489 milioni, il Border Management and Visa Instrument di 450 milioni, il Custom Control Equipment di quasi 40 milioni, il Resilience Security and Defence di 507 milioni, l’External Action di quasi 750 milioni. Certamente, tale bozza dovrà essere negoziata con il Parlamento europeo (il cui consenso è necessario per approvare i bilanci annuali dell’Ue), che ha già espresso la sua contrarietà, con David Sassoli, ai tagli proposti dai ministri nazionali. Tuttavia, la bozza segnala la difficoltà dell’Ue a liberarsi dal tabù del bilancio minimo. Anche in una situazione di crisi economica senza precedenti, non si può togliere da una parte per dare all’altra parte, se ciò impedisce alla ripresa post-pandemica di beneficiare della necessaria stabilità sociale. Consideriamo la governance dell’immigrazione. L’Ue continua a basarsi, nella politica migratoria, su un regime decisionale intergovernativo, caratterizzato dalla volontarietà della cooperazione tra i governi nazionali. Quel regime, però, impedisce di prendere decisioni, specialmente quando sarebbe indispensabile farlo, proprio per il potere di veto esercitato dai Paesi sovranisti (di nuovo, il gruppo di Visegrad). Così, per rispondere alle emergenze migratorie, è stato necessario dare vita a ‘coalizioni di volenterosi’ esterne al quadro istituzionale europeo. Come la coalizione dei 10 Paesi che hanno concordato di accogliere 400 minori non accompagnati del campo di Moria, oppure la coalizione dei cinque Paesi che, a Malta nel settembre 2019, concordarono di aiutarsi reciprocamente per affrontare e redistribuire al loro interno i rifugiati fuggiti dalla guerra civile in Libia. Atti necessari, ma insufficienti. Infatti, occorrerebbe istituzionalizzare una politica europea dell’asilo e della gestione dei rifugiati, costruire un sistema europeo di protezione delle frontiere di Schengen, oltre che perseguire una politica europea di intervento nei Paesi attraversati da guerre civili. Obiettivi che si possono raggiungere solamente attraverso un contesto sovranazionale, non già intergovernativo. Almeno, se si vogliono risolvere le crisi, e non solo gestirle.

Insomma, per evitare che le fiamme di Moria entrino al Viminale, è necessario che i ministri dell’Interno, insieme alla Commissione e al Parlamento europeo, concordino un patto migratorio (tra i Paesi dell’Eurozona) sostenuto da risorse sufficienti e guidato da una governance sovranazionale. La risposta europea alla pandemia ha ridotto la capacità di attrazione dei leader sovranisti in molti Paesi europei (ma non nel nostro). Anche se coperto dalle ceneri, il fuoco sovranista non è però spento. Se la paura della pandemia e dell’immigrazione si combineranno, ne uscirà una miscela esplosiva. Non è il caso di pensarci prima che esploda?

Questo articolo è precedentemente apparso sul Sole 24 Ore il 12 settembre 2020. Riprodotto per gentile concessione