Madri e donne: gli orrori delle migranti in fuga dal Marocco impiegate in Spagna come lavoratrici stagionali

4 ottobre 2020
Libri Letture Mediterranean
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Donne delle fragole

“Ho subito il disprezzo, le umiliazioni, le ingiustizie, i salari bassi e lo sfruttamento da parte degli spagnoli e di alcuni marocchini a conoscenza della mia situazione di necessità. Ma avevo bisogno dei documenti, a ogni costo. Sono rimasta a El Rocio, dove abito insieme a due marocchini. È grazie al mio contratto di lavoro che ho potuto regolarizzare la mia situazione. Ho sostituito una ragazza di Oulad Moussa, vicino Béni Mellal, in una famiglia che poi mi ha tenuto. Il mio contratto non l’ho comprato, ma è quasi come se lo avessi fatto. Sono così mal pagata che è come se il mio datore di lavoro trattenesse in busta paga il suo costo. Ci sono persone che vendono contratti per 5000 euro. Io invece vengo pagata 500 euro al mese. Lavoro tutti i giorni tranne il venerdì, dalle 8 di mattina fino alle 20. Non mi fermo mai, è molto stancante e appena mi siedo per riposare mi trovano qualcosa da fare. La casa è grande, ed è abitata da una coppia di anziani, le loro due figlie con i mariti e i nipoti. I fine settimana sono tutti là e oltre ai compiti abituali bisogna anche occuparsi dei bambini. Siamo in quattro a lavorare da loro. La ragazza per merito della quale sono qui, che è pagata 800 euro, sono dieci anni che lavora da loro, si occupa della signora anziana e prepara i pasti. Dorme in casa. Poi c’è una spagnola che si occupa del vecchio e cucina. È pagata 600 euro. Di tanto in tanto viene un’altra spagnola per stirare e svolgere altre faccende domestiche. E infine ci sono io, che mi occupo delle pulizie, dei pavimenti, delle lenzuola, di mettere a posto, della polvere, e così via. Aiuto le altre con i pasti o quando hanno troppo lavoro. A volte ci aiutiamo a vicenda. “Ma è davvero dura. Cheb Khaled dice lghorba, sh3iba ou gheddara, ‘l’esilio è duro e traditore’. Quando canto questa canzone ho la voce rotta dalle lacrime. Ma ho resistito e nel settembre del 2017 ho finalmente avuto i miei documenti, un permesso di soggiorno di un anno, e sono tornata in Marocco per un mese, per la prima volta dopo quattro anni. Ho potuto rivedere mio padre che è malato, mia madre che è invecchiata moltissimo, i miei fratelli e sorelle. E mio figlio, che durante la mia assenza è diventato un uomo…”

Senza prospettive 

Saïda ha le dita macchiate e rovinate dalla durezza del lavoro quotidiano, e in particolare da quello delle temporadas, le stagioni, ma gli occhi fieri. Il suo percorso assomiglia a quello di molte altre lavoratrici stagionali in Spagna. Eppure Saïda è stata in qualche modo fortunata. Ha fatto parte delle repetidoras, o répétitrices, come le chiamano i membri della FUTEH e dell’ANAPEC, ossia le donne che ripetono l’esperienza da stagionali per più anni: anche quando la domanda di lavoratrici è diminuita drasticamente, è stata tra le 2000-3000 “fortunate” che hanno continuato a circolare tra il 2007 e il 2013. Nonostante la sua condizione di sans-papière, Saïda ha potuto contare sulla rete che si era costruita dal 2011 nella cooperativa di fragole dove lavorava. Infine, in cerca di regolarizzazione, ha impiegato solo quattro anni a ottenere i documenti. Sebbene la legge spagnola consenta a chi ha un contratto di lavoro e un’attestazione di domicilio di regolarizzare la propria situazione dopo un soggiorno di tre anni, altre donne delle fragole hanno impiegato a volte fino a 7-8 anni per riuscirci, correndo il rischio di imbattersi in vendite di contratti o di domiciliazione truffaldine, e a volte subendo la violenza dello sfruttamento, spesso per mano di uomini. Ma il suo percorso riassume le storie di queste vite, a volte spezzate, logorate, maltrattate, rovinate dal tempo e dalle difficoltà tipiche di quando si è una donna sola, povera e con dei figli in Marocco. Percorsi ricchi di rotture, mobilità, fratture; di voglia di farcela, di migliorare la propria condizione attraverso il lavoro e la migrazione; e di capacità di rinnovarsi e rendersi mobili. Perché tutte queste storie individuali hanno due punti in comune, due condizioni di partenza sine qua non che sono al centro della politica migratoria marocchina e spagnola: sono storie che appartengono a donne e a mamme. A donne, quindi, che vanno a fare questo lavoro perché non hanno altra scelta. Attraverso di loro i reclutatori spagnoli si assicurano una manodopera docile di cui possono disporre a piacere.

Perché la scelta cade sulle donne

Negli anni Cinquanta e Sessanta, Mora, un militare francese, andava nel sud del Marocco a reclutare uomini muscolosi per lavorare nelle miniere di carbone nella regione francese del Nord-Passo di Calais. All’antropologa Marie Cegarra, autrice di La mémoire confisquée, che lo ha incontrato, Mora racconta che i candidati sfilavano davanti a lui a torso nudo per una prima selezione. Destinati a svolgere un lavoro di fatica – l’estrazione dell’oro nero dal fondo della miniera – erano scelti sulla base del loro aspetto fisico, in base ai seguenti criteri: dovevano avere tra i venti e i trent’anni, pesare almeno 50 chili e avere una buona vista. La selezione medica era accompagnata da un rapido interrogatorio sulle precedenti occupazioni lavorative dei candidati per valutare meglio le loro capacità di lavorare in miniera (e le motivazioni). Alcuni impiegati stilavano delle liste e sul posto c’erano anche dei funzionari marocchini, non fosse altro che per dare un’identità ufficiale a quei nomadi che non avevano mai richiesto lo stato civile. Mora esaminava denti, muscoli e colonna vertebrale. Poi marchiava i richiedenti con dei timbri di due colori diversi per distinguerli. “Se Mora ti faceva un timbro verde sul petto significava che eri stato accettato; se te ne faceva uno rosso che eri respinto”, scrive Marie Cegarra. I candidati più ricercati erano uomini muscolosi e al tempo stesso docili. Un ex minatore ricorda: “Bisognava soprattutto evitare di mostrare che si parlava francese, perché così avresti potuto capire tutto”. Oggi sono le donne a essere scelte per le loro dita, reputate leggere e delicate, dita da fata che questa volta consentiranno loro di raccogliere l’oro rosso della provincia di Huelva. I metodi di selezione di Mora possono essere paragonati a quelli utilizzati nel quadro dei contratti in origine. Le similitudini sono numerose: la scelta subordinata a condizioni, il fatto che dei marocchini seguano la selezione o ci sia un inquadramento da parte di istituzioni ufficiali marocchine, la ricerca della docilità e delle competenze richieste per il lavoro, le discriminanti di genere, fisico, razza ed età, l’annuncio del reclutamento attraverso un biglietto o un timbro rosso o verde, e così via. Queste donne delle fragole, provenienti da tutte le regioni del Marocco, hanno preso seriamente il proprio compito, in modo da poter tornare l’anno seguente.

L’inferno all’estero 

Il lavoro è la condizione del loro ritorno. “Le donne dicono spesso che preferiscono stare all’inferno all’estero piuttosto che all’inferno qui”,racconta un responsabile dell’ANAPEC. Si tratta di prescelte o di vittime di un sistema migratorio ben architettato da Marocco e Spagna? Queste donne compiono dei sacrifici e devono obbligatoriamente riuscire per tornare da eroine. Perché questa migrazione circolare impone loro di rientrare in Marocco senza avere la certezza di poter fare ritorno in Spagna. A seconda delle congiunture economiche e agricole, gli spagnoli e l’ANAPEC scelgono di far tornare una marocchina anziché un’altra perché ha lavorato meglio, perché è stata più docile o perché ha saputo trasmettere sicurezza al proprio capo. I fattori dietro la scelta sono a volte soggettivi. Ora, di anno in anno, si è scavato un abisso tra la volontà delle donne di lavorare e continuare a circolare e quella dei datori di lavoro spagnoli, schiacciati da una crisi che li costringe a diminuire drasticamente il numero delle marocchine per assumere loro connazionali. In teoria la politica migratoria doveva essere circolare, giusta e solidale. La convenzione immaginava un sistema che si proponeva vantaggioso per entrambi i paesi, Spagna e Marocco. Ma nel 2017, a Cartaya, gli ex mediatori marocchini che seguivano l’accompagnamento delle stagionali in Spagna prima del 2013 ci hanno detto che le donne erano le vere perdenti di questa storia.

Tag

Fragole

Le donne invisibili della migrazione stagionale

Chadia Arab
Luiss University Press
Prefazione di Aboubakar Soumahoro

Scheda

L'autore

Chadia Arab è una geografa e ricercatrice francese di origine marocchina. Esperta di flussi migratori e discriminazioni di genere, insegna geografia sociale e delle migrazioni presso l’Università di Angers. Fragole è il suo primo libro tradotto in italiano.


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