Referendum: l’esito è stato chiaro, ma cosa avverrà ora?

5 ottobre 2020
Editoriale Politica
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La vittoria del sì

L’esito del referendum costituzionale del 20-21 settembre 2020 è stato chiaro: una vittoria dei “sì” piuttosto netta, che ha sfiorato il 70% (raggiungendo, con il 69,64%, la percentuale più elevata di voti dei quattro referendum costituzionali svolti sin qui), distribuita in modo sostanzialmente omogeneo su tutto il territorio nazionale, con un’affluenza complessivamente superiore al 50% degli aventi diritto, e senza che l’abbinamento con le elezioni regionali e comunali abbia creato effetti distorsivi tra le aree in cui tali elezioni si sono svolte e quelle in cui si è votato solo sul referendum (dove l’affluenza è stata ovviamente minore).

Sulle conseguenze politiche del referendum, e delle elezioni, si è ovviamente discusso molto, e si continuerà a farlo nelle prossime settimane. Sono le sue conseguenze sull’ordinamento giuridico ad essere qui oggetto di una specifica attenzione.

Le conseguenze sull’ordinamento giuridico

Nei prossimi giorni la micro-legge di revisione costituzionale, composta di soli 4 articoli, sarà promulgata (divenendo la legge costituzionale n. 1 del 2020) e pubblicata in Gazzetta Ufficiale. Le modifiche alla Costituzione entreranno in vigore, perciò, “il quindicesimo giorno successivo alla loro pubblicazione” (art. 73, terzo comma, Cost.). Tuttavia, mentre sarà immediatamente applicabile l’art. 3 di tale legge, quello che cristallizza nel testo della Costituzione l’interpretazione prevalente – salvo che durante le Presidenze Pertini e Cossiga – della disposizione di cui all’art. 59, secondo comma, Cost., sul numero massimo complessivo, pari a 5, dei senatori a vita nominati  dal Presidente della Repubblica, la riduzione di deputati e senatori prevista rispettivamente dagli artt. 1 e 2 non opera da subito: secondo quel che stabilisce l’art. 4, infatti, la riduzione si applica “a decorrere dalla data del primo scioglimento o della prima cessazione delle Camere successiva alla data di entrata in vigore della presente legge costituzionale e comunque non prima che siano decorsi sessanta giorni dalla predetta data di entrata in vigore”.

Dunque, l’efficacia di tali modifiche è sospesa fino al primo scioglimento: essa si applicherà esclusivamente alle nuove Camere, quelle della XIX legislatura repubblicana, e comunque non prima di 60 giorni dall’entrata in vigore della legge di revisione costituzionale.

La riduzione dei deputati e dei senatori 

I 60 giorni di sospensione dell’efficacia della riduzione di deputati e senatori non sono un termine individuato a caso. Si tratta del medesimo termine che ha a disposizione il Governo per dare attuazione alla delega legislativa “eventuale” o “ipotetica”, per la determinazione dei collegi uninominali e plurinominali richiesti dalla vigente legislazione elettorale, che era stata disposta dall’art. 3 della legge n. 51 del 2019 (Disposizioni per assicurare l’applicabilità delle leggi elettorali indipendentemente dal numero dei parlamentari), appunto qualora, entro ventiquattro mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, fosse stata “promulgata una legge costituzionale  che modifica il numero dei componenti delle Camere di cui  agli  articoli 56, secondo comma, e  57, secondo comma, della Costituzione”. Anche il dies a quo, a partire dal quale computare i 60 giorni per l’esercizio del potere delegato, è il medesimo, essendo identificato nella data di entrata in vigore della suddetta legge costituzionale.

Si è discusso sul grado di obbligatorietà di tale delega, specie in pendenza della decisione della Corte costituzionale sull’ammissibilità del referendum abrogativo ideato dalla Lega e chiesto da taluni Consigli regionali, volto a trasformare in maggioritario-uninominale il sistema elettorale, e che, con un’opera di manipolazione giudicata eccessiva dalla Corte (sentenza n. 10 del 2020), mirava a utilizzare tale delega per distribuire il territorio nazionale in un numero di collegi uninominali pari a tutti i deputati e i senatori. Si può forse rilevare come, analogamente ad altre deleghe alla definizione dei collegi elettorali, già sperimentate altre volte nel nostro ordinamento a partire dal 1993, alla normale obbligatorietà (soltanto) “politica” della delega si vada a sommare una qualche ulteriore obbligatorietà “costituzionale”: nel senso che in tali casi sul legislatore delegato graverebbe un obbligo ulteriore e specifico ad attuare tempestivamente la delega in questione. Un obbligo discendente dal generale principio, in più occasioni affermato dalla giurisprudenza costituzionale – e qualificabile forsanche in termini di principio supremo, essendovi assoggettato pure il legislatore di revisione costituzionale – ai sensi del quale una legge elettorale deve essere sempre applicabile nell’ordinamento, visto che occorre assicurare la “necessaria, costante operatività” degli organi costituzionali e di rilievo costituzionale, consentendo la loro “rinnovazione, in qualsiasi momento” (così, tra le tante, la sentenza della Corte costituzionale n. 26 del 1997; ma anche la già citata sentenza n. 10 del 2020).

Un’ipotesi poco logica

In quest’ultima chiave, ossia in applicazione del medesimo principio appena richiamato, si può infine ricordare che, sul piano strettamente giuridico, la disciplina che si è fin qui ricostruita implica che ove le Camere dovessero – sorprendentemente, ma la politica italiana non ci ha mai fatto mancare le svolte inattese – essere sciolte anteriormente alla completa applicabilità della revisione costituzionale, il corpo elettorale sarebbe chiamato ad eleggere, per l’ultima volta, ancora 630 deputati e 315 senatori. Certo, si tratterebbe di un’ipotesi che non potrebbe non apparire, sul piano costituzionale, poco logica e ancor meno opportuna, visto che finirebbe per vanificare, almeno nell’immediato, la volontà chiaramente espressa dai cittadini nel referendum che si è appena svolto. Sarebbe perciò necessario che tutti gli organi costituzionali, a partire dal Presidente della Repubblica, si attivassero, nell’ambito delle loro attribuzioni, per scongiurarla e quindi per posporre lo scioglimento di qualche ulteriore settimana, al fine di assicurare comunque nelle prossime elezioni l’applicazione della nuova disciplina costituzionale, e del conseguente adeguamento dei collegi elettorali.

Chiariti, auspicabilmente, questi profili tecnico-giuridici, è evidente, su un piano più generale, che, una volta che la legge di revisione costituzionale sarà entrata in vigore, saremo tutti, a prescindere dalla posizione sostenuta nella campagna per il referendum costituzionale e dal voto che avremo espresso in cabina, tenuti ad osservare la Costituzione, come riformata, e a darvi attuazione magis ut valeat. Perlomeno nel senso di assicurare la massima funzionalità a un’istituzione parlamentare che opererà a ranghi ridotti rispetto al passato.

Le difficoltà nell’attuare revisioni costituzionali

È forsanche superfluo ricordare il contenuto dell’art. 54 Cost., il quale, al primo comma, afferma il dovere di tutti i cittadini “di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi”; e, al secondo comma, aggiunge, per “i cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche”, il “dovere di adempierle con disciplina ed onore”. Eppure, credo sia il caso di farlo perché l’esperienza, in particolare quella relativa all’attuazione della legge costituzionale n. 3 del 2001, di riforma del Titolo V della Costituzione, ci mostra che il rispetto e l’attuazione delle revisioni costituzionali tendono spesso a risultare tutt’altro che scontati, a volte persino tra i titolari di alte cariche istituzionali.

Se già è difficile dare attuazione a una nuova Costituzione, diventa persino più arduo attuare singole revisioni costituzionali. In tali casi, infatti, le spinte alla continuità si rivelano essere naturalmente ancora più forti e l’innesto di limitati elementi di novità in un tessuto ordinamentale che per il resto rimane immutato necessita di essere accompagnato da una serie di accorgimenti che ne rendano effettivo e utile, anziché traumatico (o, al contrario, impercettibile), l’impatto. Questa difficoltà si accentua ulteriormente, poi, quando su una revisione si è svolto un referendum costituzionale, che ne ha reso a lungo incerto l’esito e, soprattutto, ha inevitabilmente finito per dividere i cittadini, le forze politiche e gli stessi costituzionalisti in favorevoli e contrari alla riforma.

Obiettivo: maggiore efficienza

Oggi è invece il momento di superare queste contrapposizioni e di porsi l’obiettivo di attuare, con il massimo grado di consenso possibile, la revisione costituzionale, facendo sì che essa produca quell’obiettivo in termini di maggiore efficienza dei lavori parlamentari in nome del quale essa è stata supportata da una percentuale di cittadini decisamente superiore a quella che ha votato forze politiche che, in termini più o meno netti e in qualche fase del loro percorso, si sono fatte alfieri dell’anti-politica e dell’anti-parlamentarismo.

Eventuali atteggiamenti di esplicito o implicito boicottaggio della riforma, volti cioè a dimostrare l’inefficienza o la debolezza di un Parlamento composto da 600 parlamentari elettivi, finirebbero per andare a danno di tutti, e sicuramente di un’istituzione parlamentare che invece ha bisogno di rinnovarsi profondamente per uscire da un pericoloso crinale che, negli ultimi decenni, ne ha visto ridursi gradualmente il ruolo. Proprio le vicende legate all’emergenza COVID-19 hanno invece dimostrato che di un Parlamento funzionante e dotato di incisivi poteri abbiamo bisogno, per evitare che i nostri diritti fondamentali possano essere limitati o negati, senza adeguate garanzie e senza un confronto pubblico e trasparente tra le forze politiche: possano cioè, come si è purtroppo sperimentato, essere legati alla formulazione di un DPCM o di un’ordinanza di un Presidente di Regione, quando non alla risposta ad una FAQ.

L'autore

Nicola Lupo è professore ordinario di Diritto delle assemblee elettive alla Luiss


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