USA, una democrazia fragile. Le elezioni del 3 novembre e la polarizzazione sociale sempre più accentuata

19 ottobre 2020
Editoriale Open Society
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Le elezioni decisive

Le elezioni americane del prossimo 3 novembre avranno un significato storico per quel Paese, ma anche per noi. Nell’ultimo numero di Foreign Affairs, Suzanne Mettler e Robert C. Lieberman hanno argomentato che esse sono comparabili con le elezioni che portarono Abraham Lincoln alla presidenza il 6 novembre 1860, esito che poi condusse alla Guerra Civile dell’anno successivo. Come allora, anche oggi l’America è caratterizzata da un’altissima polarizzazione istituzionale e sociale. Ma oggi, contrariamente ad allora, vi è un presidente che ha fatto della polarizzazione una risorsa da utilizzare, non già un problema da risolvere. Perché ciò rappresenta una minaccia? Vediamo.

Un’unione di stati

L’America è divisa sin dalle sue origini. Essa non è nata come uno stato nazionale, culturalmente omogeneo, ma come un’unione di stati culturalmente disomogenei. La schiavitù (il “peccato originale della democrazia americana”, per dirla con Alexis de Tocqueville) ha rappresentato la divisione più drammatica, ma altre divisioni hanno continuato a caratterizzare i rapporti tra gli stati. Tali divisioni hanno avuto un carattere, insieme, economico e culturale. Oggi, l’America è divisa tra stati prevalentemente agricoli e prevalentemente industriali, tra stati poco urbanizzati e molto urbanizzati, tra stati che hanno una visione mono-culturale e stati con un’esperienza multiculturale. Originariamente, le divisioni erano così profonde che portarono alla formazione di un sistema di governo a separazione multipla dei poteri, così che nessuno stato o istituzione potesse rivendicare il monopolio della sovranità dell’unione nel suo insieme. In tale sistema, il presidente viene eletto indirettamente attraverso i Collegi elettorali di stato. Gli elettori di uno stato eleggono i grandi elettori di quello stato che, a loro volta, partecipano all’elezione del presidente con i grandi elettori degli altri stati. Ogni stato ha un numero di grandi elettori equivalente al numero di rappresentanti che ha nella Camera, più due senatori (di cui ogni stato dispone, a prescindere dalla popolazione). Tale sistema sovra-rappresenta gli stati più piccoli e (originariamente) gli stati schiavisti (oggi gli stati rurali poco popolosi e generalmente bianchi). In un volume recente, lo storico Alexander Keyssar ha discusso diverse proposte per superare il sistema dei Collegi elettorali di stato (che rende possibile, come è successo nel 2016, che il vincitore del voto popolare sia poi il perdente del voto dei grandi elettori di stato). Tuttavia, non sarà facile riformare quel sistema, in quanto gli stati più piccoli e meno popolosi dell’unione possono impedire quella riforma.

Una polarizazzione sempre più accentuata

Nel passato, le divisioni tra gli stati sono state contenute dai partiti politici che, attraverso la leadership presidenziale, hanno creato maggioranze trasversali tra i partiti e le istituzioni separate. Oggi, invece, i partiti (ma in particolare il partito repubblicano) non si sono posti più l’obiettivo di contenere la polarizzazione bensì quello di favorirla. Ciò è dovuto al fatto che essi rappresentano elettorati reciprocamente incompatibili, gli elettori bianchi degli stati del sud e rurali (per quanto riguarda i repubblicani) e le varie minoranze e i settori urbanizzati dell’elettorato bianco (per quanto riguarda i democratici). La polarizzazione ideologica tra i partiti ha accentuato quella tra gli elettori. Se nel 1950 (ha mostrato Robert Putnam in un libro che sta per uscire), il 72 per cento degli americani non si preoccupava che il proprio figlio o la propria figlia sposasse qualcuno che non avesse la fede partitica della famiglia, nel 2016 ben il 55 per cento degli americani non era disposto ad accettare matrimoni partiticamente misti. Tale polarizzazione culturale è il riflesso, per economisti come Branko Milanovic, di una polarizzazione sociale ed economica che ha ridotto l’area dei ceti intermedi, indebolendo di conseguenza il loro ruolo sociale di moderazione politica. Basti pensare che, se nel 1978 il compenso di un chief executive era 30 volte superiore al salario medio annuale di un operaio, nel 2017 quel compenso era diventato 312 volte superiore. La defiscalizzazione introdotta da Trump ha a sua volta accentuato la diseguaglianza sociale (secondo l’indice GINI, l’ineguaglianza nel reddito delle famiglie è salita da 0,43 nel 1990 a 0,48 nel 2019), nonostante la crescita dell’occupazione da essa favorita prima della pandemia. Quest’ultima ha reso ancora più radicali le diseguaglianze nella società americana. Si consideri che più di ¼ dei deceduti per il Coronavirus-19 erano afroamericani, oppure che sono stati ospedalizzati 5 afroamericani per ogni bianco (pur rappresentando, gli afroamericani, il 13,7 per cento della popolazione totale). La de-fiscalizzazione, riducendo le risorse disponibili per i servizi pubblici, ha dunque esposto alla pandemia i ceti medio-bassi e le minoranze. Se si considera che più di 20 milioni di americani continuano ad essere senza copertura sanitaria, si può capire perché la pandemia è stata come benzina gettata sul fuoco.

Il futuro degli Stati Uniti e del mondo intero

Invece di spegnere il fuoco della polarizzazione, il presidente Donald Trump ha fatto di tutto per diffonderlo. L’ha fatto non tanto attraverso le politiche che ha perseguito, quanto attraverso il suo comportamento personale. Certamente le sue politiche hanno alimentato le divisioni interne, tuttavia esse non sono eccentriche rispetto alle politiche perseguite dalla destra populista in altre parti del mondo. Eccentrico, se non addirittura eversivo, ha continuato ad essere invece il suo comportamento personale (come definire altrimenti, ad esempio, il suo rifiuto di garantire la sua uscita dalla Casa Bianca in caso di sconfitta elettorale). Le unioni di stati reggono fino a quando i partiti, con la leadership del presidente, si impegnano a ricercare mediazioni e compromessi tra gli interessi diversi (degli stati e degli elettori) che essi rappresentano. In America, solamente una volta (dopo il 1860) i partiti e i loro leader hanno fallito ad assolvere tale compito quasi-costituzionale. Ecco perché l’eventuale conferma di Donald Trump il prossimo 3 novembre solleva domande simili a quelle del 6 novembre 1860. Potrà sopravvivere, l’America, ad un’ulteriore polarizzazione? E quali ne sarebbero le conseguenze per l’Europa e il mondo? È di questo che occorrerebbe discutere.

Questo articolo è precedentemente apparso sul Sole 24 Ore il 10 ottobre 2020. Riprodotto per gentile concessione

L'autore

Sergio Fabbrini è professore di Scienza politica e Relazioni internazionali e direttore del Dipartimento di Scienze Politiche della Luiss. È anche Pierre Keller Professor presso la Harvard Kennedy School. 


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