Elezioni presidenziali negli Stati Uniti. Alcune istruzioni per l’uso

3 novembre 2020
Editoriale Open Society
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I sondaggi del 2020 sono più affidabili di quelli del 2016

Secondo la media dei sondaggi più autorevoli calcolata da RealClearPolitics, il candidato democratico Joe Biden ha 6,8 punti percentuali di vantaggio sul Presidente uscente, il repubblicano Donald Trump. In ragione del sistema del “collegio elettorale”, però, il risultato in singoli Stati del Paese può essere decisivo, spostando il numero di Grandi elettori per ogni candidato anche a discapito della maggioranza del voto popolare a livello federale. La leggenda metropolitana vuole che i sondaggi americani, nel 2016, sbagliarono completamente nell’attribuire la vittoria alla candidata democratica Hillary Clinton. In realtà, i sondaggi nazionali si dimostrarono perlopiù corretti; infatti Clinton vinse la maggioranza del voto popolare. I sondaggi furono meno precisi al livello di alcuni Stati, proprio in quegli Stati che alla fine Trump si aggiudicò con un margine di vantaggio molto contenuto (77.000 voti di vantaggio in tutto, distribuiti fra tre Stati). Stavolta però la maggior parte dei sondaggisti sembrerebbe aver aggiustato il tiro. In che modo? Innanzitutto considerando e pesando al meglio la variabile “istruzione degli elettori”. Il gruppo demografico più forte a sostegno di Trump, infatti, è quello degli elettori bianchi con un titolo di studio inferiore; un gruppo che nel 2016 fu sottostimato ma che oggi non dovrebbe più esserlo.

La strada più “semplice” per Joe Biden

Stando ai sondaggi d’opinione più accreditati, è plausibile che Joe Biden, il candidato dei Democratici alla Casa Bianca, si aggiudicherà tutti gli Stati che Hillary Clinton già si aggiudicò nel 2016 (qualche dubbio ci potrebbe essere per il solo Minnesota). Se Biden, oltre che in questo “zoccolo duro” di Stati, riuscirà a vincere anche in Pennsylvania, Michigan e Wisconsin, ecco che la sua strada maestra per la Casa Bianca sarà spianata. Sarebbero sufficienti questi tre Stati infatti, aggiunti a quelli già vinti dalla Clinton nel 2016, a far conquistare a Biden la maggioranza dei Grandi elettori, arrivando a 278 (ricordo che George W. Bush nel 2000 vinse con appena 271 Grandi elettori).

Gli Stati maggiormente in bilico tra Biden e Trump

Biden nelle ultime settimane ha fatto campagna elettorale anche in Stati come la Georgia e il Texas, Stati che nel 2016 i Repubblicani si aggiudicarono con un significativo margine di vantaggio. Fare campagna qui, secondo alcuni osservatori, vuol dire che Biden ritiene possibile una vittoria netta che potrebbe andare ben al di là delle solite roccaforti democratiche. Allo stesso tempo Trump fino all’ultimo ha tenuto comizi soprattutto in Michigan e Pennsylvania, Stati che si aggiudicò un po’ a sorpresa nel 2016 strappandoli ai Democratici; ritiene forse di poter ribaltare i sondaggi che lo vedono indietro – ma in lieve rimonta – in questi Stati. Se fosse Trump ad avere ragione, allora Biden potrebbe aver compiuto un errore simile a quello compiuto dalla Clinton nel 2016. La candidata dem allora fece campagna in Arizona, Stato che pensò di poter strappare ai Repubblicani, abbandonando Pennsylvania e Michigan che era sicura di vincere. Non andò così: Clinton perse in Arizona e anche in Pennsylvania e Michigan.

Il fattore economia e il fattore pandemia

La gestione e i risultati dell’economia americana, prima della pandemia, erano gli atout principali per la rielezione in mano al Presidente uscente Trump. Oggi, a circa dieci mesi dalla comparsa del Covid-19, con tutti i suoi effetti distruttivi, l’economia statunitense attraversa una ripresa apparentemente vigorosa ma incerta nella sua sostenibilità, come dimostrato pure dalle correzioni in corso nei listini azionari. La gestione della pandemia, invece, è un fattore che gioca a favore di Biden. Secondo un recente sondaggio, infatti, solo il 37% degli Americani ritiene che Trump stia gestendo bene l’emergenza Covid-19, contro il 59% che dà un giudizio negativo della stessa gestione. Pur non potendo far derivare l’esito delle elezioni americane da questo singolo tema, siamo comunque di fronte a una issue importante per spiegare il clima generale del Paese e soprattutto un consenso nei confronti di Trump che durante la primavera e l’estate ha perso vigore.

Il ruolo dell’affluenza alle urne, soprattutto quella giovanile

Milioni di cittadini americani sembrano aver optato per il voto postale o il voto anticipato, in proporzione mai viste finora nella storia del Paese. La paura del contagio da Covid-19 potrebbe aver giocato un ruolo, così come la forte polarizzazione politica e l’intensa mobilitazione che ne discende. È plausibile dunque che l’affluenza sarà da record, ma non è scontato. Solo alla fine dei giochi sapremo se invece non avremo assistito – almeno in parte – a una sorta di “effetto sostituzione”: voto per posta e voto anticipato al posto del voto in persona, invece che in aggiunta al voto in persona.

Gli indizi comunque fanno pensare che di un’affluenza più significativa possa avvantaggiarsi soprattutto Biden. Da una parte perché gli elettori democratici, che nel 2016 si divisero sulla candidatura della Clinton e che almeno in parte la trovarono “respingente” (pensiamo ai sostenitori dello sfidante alle primarie, Bernie Sanders), stavolta sembrano molto più compatti nel sostenere un candidato meno divisivo come Biden. Così pure il voto disperso tra candidati minori, Verdi e Libertari, quest’anno dovrebbe tornare a scendere sicuramente sotto il 2% del totale. Dall’altra parte è soprattutto il precedente delle elezioni di mid-term del 2018 a racchiudere utili insegnamenti: allora l’affluenza alle urne aumentò in maniera più marcata che mai tra gli elettori giovani, nella fascia 18-29 anni; l’affluenza alle urne dei 18-29enni passò dal 20% del totale di quella fascia d’età nel 2014 al 36% nel 2018. Fu proprio questo massiccio incremento – associato a una crescita in generale più forte del voto delle aree metropolitane rispetto a quelle rurali e ai centri minori – a consegnare ai Democratici la vittoria in molti Stati, inclusi quelli che nel 2016 erano stati conquistati da Trump. Oggi l’alta affluenza potrebbe nuovamente segnalare un ruolo decisivo dei giovani, in maggioranza filo Democratici. Potrebbero essere proprio gli under-30 a decidere l’esito di una campagna elettorale che ha visto protagonisti due dei candidati più anziani di sempre.

L'autore

Roberto D’Alimonte è un politologo italiano, esperto di sistemi elettorali. È stato professore di Sistema Politico Italiano e Direttore del Dipartimento di Scienze Politiche della Luiss. È fondatore del CISE (Centro Italiano Studi Elettorali).


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