Inaugurazione anno accademico Luiss 2020-21. Un viaggio d’istruzione: tra inclusione e diversità

18 novembre 2020
Editoriale Open Society
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Inclusione

Signor Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, Signor Presidente, Signor Direttore Generale, Magnifico Rettore, Signor Rappresentante degli Studenti, Signora Vice Presidente del KCL, Cari studenti, è un onore parlare a questo pubblico.
Molto tempo fa, mia nonna mi diceva sistematicamente che le ragazze in Marocco hanno due sbocchi nella vita: passare dalla casa paterna alla casa del proprio marito oppure alla tomba. Grazie a lei ho trovato una terza via di uscita: l’istruzione. Lei era analfabeta ma ciò non le ha impedito di insegnarmi l’amore per i libri e, che mi crediate o no, il primo libro che ho letto a scuola è stato…”Cenerentola”. E’ vero!
In un certo qual modo, il fatto di essere un Amministratore Delegato donna di nazionalità marocchina mi riporta spesso a questa idea che la mia storia sia un classico esempio di ascesa dalla povertà alla ricchezza, proprio come la storia di Cenerentola.
Ma la mia non è la storia di Cenerentola. La mia infanzia, per quanto umile, è stata piena di amore e di gioia. Sono cresciuta credendo fermamente che la vita non sia fatta dal caso ma dalla propria istruzione, dalla capacità di apprendere e di riconoscere chi siete. Esattamente chi siete.
Credo dobbiate trovare ciò che vi distingue, senza mai scusarvene. In questo senso, la questione della diversità e dell’inclusione non consiste nel fatto che, in quanto parte della maggioranza, possiate includere gli altri, le minoranze, ma nel trovare ciò che vi distingue dagli altri rendendovi unici: ciascuno ha qualcosa di unico. E far proprio questo “qualcosa”, farne tesoro, perché è esattamente ciò che farà di voi un valore per qualunque azienda, governo, istituzione.
Come si fa, esattamente?
A mio avviso, ci sono tre passi fondamentali da considerare nella vita adulta: individuare ciò che vi distingue, creare il proprio percorso e, infine, far sentire la propria voce.

Unicità

Dunque, come ho fatto io a trovare il mio tratto distintivo?
A scuola, da bambina, ho avuto difficoltà: non parlavo abbastanza rapidamente quanto ero capace di pensare; gli insegnanti dicevano che ero timida, che ero lenta. Ero indietro. Fortunatamente, mia nonna credeva in me. Ho cambiato scuola diverse volte. Fu solo intorno ai tredici anni che gli insegnanti realizzarono, finalmente, che avevo forse una forma di dislessia. Ad oggi, e nonostante parlare in pubblico sia per me una routine, ho sempre la sensazione di perdere vocaboli in arabo, francese o inglese. Per molto tempo mi è stato difficile parlarne. Poi ho realizzato che non c’era motivo di vergognarsene. L’ho detto ai miei colleghi: sanno che non riesco a pronunciare alcune parole. Ho fatto in modo che ciò non mi impedisse di parlare in pubblico; semplicemente, mi preparo più di quanto facciano altri. Ho imparato a semplificare i miei messaggi, ad usare parole semplici ed un vocabolario accessibile. Cosa ancor più importante, ho imparato ad andare piano per andare veloce. Con il tempo, ho imparato a diventare meno caotica acquistando chiarezza di idee e, quindi, di linguaggio.
La mia vulnerabilità è diventata, di fatto, la mia unicità e si è poi tradotta in uno dei miei principali punti di forza.
Riuscire a conoscere sé stessi significa anche rispettare le proprie radici. Esse sono parte della propria unicità, della propria forza, di ciò che ci fa essere noi. Dopo aver vissuto in tredici città diverse in quattro continenti, al crocevia tra mondo africano, europeo, americano, arabo, credo fermamente che il nostro viaggio personale e professionale sia modellato dal nostro ecosistema sociale. Credo fermamente che cultura, razza, genere, nazionalità orientamento abbiano la loro importanza, che la diversità produca prestazioni migliori laddove vi è inclusione. Quindi, difendete ciò che siete.
Per quanto mi riguarda, avendo radici africane ed emergendo come leader araba, ho imparato ad ascoltare la saggezza altrui; a comprendere la mia storia, anche professionale, prima di prendere decisioni che plasmino il mio futuro.

Istruzione

Una volta identificato ciò che vi distingue, il passo successivo per essere unici è creare il proprio percorso, e renderlo praticabile lavorando sodo.
All’inizio della mia carriera, ho guidato un team di persone per inventare e brevettare il primo tappo da vino di plastica. Come ci sono riuscita? Grazie alla mia passione: le scienze. Diventando prima ingegnere meccanico. Con una borsa di studio per merito in mano, ho lasciato il solo posto in cui ero vissuta fino ad allora, Casablanca, per compiere i miei studi superiori in Francia. Per conseguire il dottorato, ho lavorato dalle dodici alle sedici ore al giorno in laboratorio. Ho dovuto estrarre due viti da un estrusore. Un estrusore, come quelli che si trovano in Italia per fare la pasta – non per usare luoghi comuni! – ma molto più grande, e non avevo abbastanza forza di braccia. Perciò, il laboratorio ha costruito una barra di acciaio, che mi ha consentito di far leva con il mio corpo. Ho dovuto farlo ogni giorno, per migliaia di volte, per oltre tre anni…mi sono impegnata. Durante questo periodo di ricerca, ho imparato l’importanza di apprendere attraverso gli errori, il potere della determinazione del lavoro duro, il potere della curiosità. Ho anche imparato a pensare fuori dagli schemi. E’ questo il bagaglio che ho portato con me quando ho iniziato a lavorare.
Ho sempre avuto una mente aperta e ho usato l’intuizione come bussola.
Ho imparato qualcos’altro dalla mia gioventù. Sono stata stimolata da mia nonna a fare la mia parte per cause che mi stavano a cuore, come lei stessa faceva nella sua comunità. Da adulta, dò importanza alla pulizia delle acque e alla sostenibilità. La sostenibilità è iniziata a casa mia a Casablanca, con la conservazione di cibo ed acqua potabile. Quando mi è stato offerto il primo lavoro da direttore generale, il mio soprannome in Medio Oriente era “la Signora dell’Acqua”, essendo la prima donna d’affari a firmare, nel Regno dell’Arabia Saudita, un accordo pubblico che ha portato, in Medio Oriente, al primo impianto di dissalazione dell’acqua a membrana, senza utilizzo di combustibili fossili.  Potete immaginare la risonanza che ha avuto quell’incarico. Come ha potuto riuscirci una donna?
Di fatto, quando vivi il momento, la tua passione, quando sei determinata, non ti rendi neanche conto di essere la prima donna a realizzare questo o quell’obbiettivo. Semplicemente vivi la tua vita appieno, non come passeggera – come suggerisce Amelia Earhart.

Coraggio

Ho spesso avuto la sensazione che gli ambienti non fossero inclusivi. E’ per questo che oggi do priorità alla “I” di inclusione piuttosto che alla “D” di Diversità.
Cari studenti, tutti abbiamo una forza che ci guida e che è propria di ciascuno di noi. E’ facile ignorarla; è facile attenersi a regole altrui; è facile accontentarsi. Non fatelo!
Abbiate il coraggio di seguire i vostri sogni e vedere dove vi condurranno, anche se – soprattutto se – ciò dovesse comportare dei rischi, come lasciare un lavoro comodo o provare a fare qualcos’altro. Nella mia carriera ho deciso di accettare lavori con paghe più basse ma che aggiungessero significato alla mia vita.
Trovare il senso, la ragion d’essere, è il solo modo per non aver mai rimpianti, per tenere viva la vostra luce.
Infine – e veniamo al terzo ed ultimo passo – una volta trovato ciò che vi rende unici, una volta creato il vostro percorso, fate sentire la vostra voce e condividete il vostro messaggio.
Naturalmente, non è facile ogni giorno rappresentare una minoranza, essere un elemento dirompente, un ragazzino diverso con un handicap più o meno visibile, uno studente che la pensa in un altro modo, con un diverso stile di leadership, con un orientamento sessuale taciuto o, semplicemente, essere una donna. Come capo d’azienda, ho affrontato una certa resistenza quando la gente pensava che fossi troppo giovane o troppo femminile o che avessi opinioni troppo audaci.
Potrei raccontarvi centinaia di aneddoti: come, dopo la maternità, sia stata omessa nell’organigramma, ad esempio; o come, senza consultarmi, altri abbiano deciso che non potessi più fare trasferte perché ero diventata mamma. Si tratta di pregiudizi involontari che tutti abbiamo. Ma voi, futuri leader, dovrete combattere questi pregiudizi quando si parla di meritocrazia e di risultati.
Ricordo che, nel posto in cui lavoravo in Medio Oriente, c’era letteralmente un “club dei maschi”, che si radunavano ogni giovedì per discutere di affari e fare rete. Così ho creato un “club delle femmine”: anche noi ci incontravamo ogni giovedì, parlavamo di affari e di molto altro, e vi giuro che facevano anche noi un ottimo lavoro.
Uomo o donna che siate, dovrete affrontare molti “no” nella vostra carriera. Incontrerete persone che potrebbero cercare di scoraggiarvi, che vi diranno che avete torto o che rischiate troppo. Peggio ancora: dubiterete di voi stessi. Vi sentirete in colpa, specialmente quando la maternità vi metterà in condizione di gestire i figli, la scuola, una carriera o persino una doppia carriera con il vostro partner e, al tempo stesso, lavori impegnativi che amate.

Community

Ma sapete una cosa? Voi siete unici, avete creato il vostro percorso, lo abbiamo detto. E il vostro messaggio vale la pena sia condiviso, perché significa incoraggiare altre persone a condividere il proprio.
All’inizio della mia carriera a Diversey, ho fondato Hygieia Network negli USA. Volevo costruire un network internazionale per donne che lavoravano a tutti i livelli nel settore della pulizia, iniziando a sostenere le signore delle pulizie che lavoravano nelle scuole, negli uffici, negli ospedali, che garantivano la nostra igiene e la nostra salute. Per me è stato un modo per fare un omaggio a mia nonna, che faceva lei stessa questo lavoro; ma è stato anche un modo per fare qualcosa più grande di me. Io credo che l’ambizione sia importante ma ciò che veramente conta non è quale sarà il vostro prossimo lavoro; è invece quanto potrete fare nella vostra attuale professione, è come riuscire a servire non voi stessi ma il vostro incarico. Se riuscirete in questo, allora la destinazione sarà luminosa.
Avrete anche bisogno di un network, di un circolo di influenza, del vostro prestigio ma, soprattutto, della vostra comunità. Per usare un modo di dire arabo, difficile da tradurre: WASTA. In sostanza, non importa cosa conosci ma chi conosci. Personalmente, ho potuto verificare l’importanza e la tempestività di questo adagio. Nell’avviare questo nuovo anno accademico, create la vostra comunità:

  • trovate i vostri mentori, che parlandovi vi aiuteranno nel corso del vostro viaggio e quando vi cimenterete in percorsi di carriera ambiziosi ed eccitanti. Meglio ancora, trovatevi dei sostenitori, che potranno parlare di voi in vostra assenza. Ricordate sempre che un mentore parla a voi e uno sostenitore parla di voi!

Quindi, diventate voi stessi mentori e sostenitori altrui;

  • circondatevi dei migliori nel vostro team. Potrà capitare che saranno migliori di voi: va bene! L’ho sperimentato nella mia carriera, quando ero Chief Digital Officer, quando mi sentivo una completa “immigrata digitale”. Cosa ho fatto? Ho preso lezioni, ho imparato, ma mi sono anche circondata di nativi digitali che erano molto più esperti e più giovani di me. E’ ciò che chiamo “tutoraggio inverso”. Da allora, ho intorno a me persone più giovani, che condividono saggezza, punti di vista e che mi ispirano a lasciar loro un’eredità che risponda alle loro esigenze;
  • nel corso della vostra giornata fate più di quanto vi è stato richiesto. Questo senso di comunità mi ha condotto a creare, all’inizio di quest’anno, il Solvay Solidarity Fund che in pochi mesi, attraverso donazioni da parte degli impiegati, dei consiglieri di amministrazione e degli azionisti, ha raccolto circa 12 milioni di euro in risposta all’emergenza COVID-19.

Una volta che sapete cosa vi distingue dagli altri, potete farvi sentire, andare avanti ed aiutare gli altri a fare altrettanto.
E’ questa la morale per me: il mio lavoro di oggi onora la memoria di mia nonna, il mio primo modello, un’eroina invisibile. Quando ero bambina, mi ha incoraggiata ad usare l’immaginazione per creare nuovi mondi oltre le nostre quattro mura. Mi ha spronata a trovare il terzo sbocco, la terza porta, a costruire una prima fondazione di beneficienza e a vivere la mia vita al massimo del suo potenziale. Sono libera di vivere dove voglio, di sposare l’uomo che amo, di scegliere il lavoro che desidero. Oggi, vorrei dire a me stessa studentessa: “Va tutto bene. Non preoccuparti. Andrà tutto a posto”.
Qual è la morale per voi?
Mentre attraversate la terza porta, quella dell’istruzione, ricordate che nulla è impossibile. Potrà suonare scontato ma io lo credo davvero.
Trovate ciò che vi distingue e sognate in grande, anche se il vostro sogno fosse troppo grande: non è realizzare il sogno che conta, ma il viaggio che vi porta a realizzarlo. Nel frattempo, ricordate sempre che siete unici, che arriverete a destinazione, che avrete un impatto sul mondo; e immaginate il vostro impatto sulle future generazioni e come il mondo potrà ricordarsi di voi.
Grazie per avermi invitato…vi auguro un anno entusiasmante.

State attenti.

 

 

 

L'autore

Ilham Kadri è CEO del Gruppo Solvay. Durante i suoi 22 anni di carriera, ha ricoperto diverse posizioni in importanti multinazionali tra cui Shell-Basell, UCB-Cytec, Huntsman, Rohm Haas-Dow Chemical e Sealed Air.


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