Il terremoto del 1980. Quarant’anni dopo

23 novembre 2020
Editoriale Open Society off
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Chi c’era, quel 23 novembre del 1980, quando la terra tremò per un minuto e mezzo in Irpinia, tra Campania e Basilicata, ricorderà sempre l’ora, le 19 e 34, quel boato inaudito, e cosa stesse facendo. Alla TV davano, come tutte le domeniche pomeriggio, un tempo della partita più importante. Era Juventus-Inter. Finì 2-1, con Beccalossi che invano cercava di imbeccare Spillo Altobelli per il pareggio.

Il terremoto dell’Irpinia è l’evento più catastrofico della storia repubblicana. La scossa fu di magnitudo 6,9 della scala Richter. Tremila morti, novemila feriti e oltre trecentomila sfollati, paesi isolati per giorni. Case inghiottite dalla terra, viadotti sbriciolati, frane ovunque. Il paesaggio aspro e bellissimo dell’Appenino—l’osso, avrebbe detto Manlio Rossi-Doria—sfregiato, sfigurato per sempre.

Fu un momento liminale, strutturante la memoria e l’immaginario collettivo di comunità ancora contadine per cultura e antropologia, che da allora divideranno il tempo in un prima e dopo, l’arretratezza e la modernità, l’innocenza e la malizia. Fu  l’evento chiave della mappa politica, socio-economica e culturaleL dell’Italia tra gli anni Settanta e gli Ottanta, l’innesco e l’accelerazione di profondi processi di trasformazione. Occorre dunque tornare a riflettere su quell’evento mettendo in discussione le divisioni convenzionali tra storia politica, sociale e culturale, da un lato, e storia naturale dall’altro, e la dicotomia concettuale che fa dell’ambiente un elemento separato dal processo storico. Occorre farlo rifiutando gli stereotipi associati al Mezzogiorno, esaminando il complesso mosaico sociale, economico, e culturale del nei suoi termini propri, storicizzando il quadro che ne esce.

Dopo le prime convulse e drammatiche fasi dell’emergenza—con il ritardo dei soccorsi, il Fate Presto del quotidiano Il Mattino, la collera di Pertini per la disorganizzazione dei primi aiuti, la solidarietà e i legami comunitari che Marcel Mauss avrebbe certamente rubricato come cultura del dono—lo Stato decise di offrire a una zona dell’Italia marginale una possibilità di riscatto dalla povertà e dall’emigrazione. Lo fece con la legge 219 del 1981, che era basata sui paradigmi della ricostruzione (di case e infrastrutture) e di sviluppo (sociale, economico e industriale). Una generazione di sindaci e amministratori locali appassionati e generosi si rimboccò le maniche per trasformare la visione in realtà.

Un flusso di denaro impensato raggiunse l’Irpinia. Le architetture e il paesaggio si modificarono in maniera indelebile. Fu l’inizio della fine di tanti mestieri legati alla pastorizia, all’agricoltura, all’artigianato. Il tasso di scolarizzazione si innalzò e si moltiplicarono le figure dei tecnici—geometri, ingegneri, geologi, architetti—che fecero grandi fortune. Cambiarono stili di vita, mentalità, valori, culture.

Lo Stato mise in campo un robusto piano per la realizzazione di nuove aree industriali (13 in Campania e 7 in Basilicata) con uno stanziamento di circa 13 mila miliardi di lire (circa 6,7 miliardi di euro). Nell’aree industriali si insediarono centinaia di imprese. Molte ebbero vita difficile e chiusero abbastanza presto. Il piano era totalmente ideato e attuato dal centro — a cominciare dalla scelta del settore industriale e dalle imprese da sovvenzionare — senza nessun input locale. I politici locali diffidavano profondamente degli industriali ‘importati’ dal Nord Italia, che a loro volta furono incapaci di radicare le proprie attività alle capacità economiche e imprenditoriali locali. Dal Nord Italia veniva importata anche manodopera qualificata. Invece di stimolare una fitta rete di imprese satellite, queste fabbriche divennero in pochi anni cattedrali nel deserto incapaci di competere nel mercato. Qualche anno più tardi, molte delle fabbriche trasferirono i macchinari e le tecnologie che avevano acquistato con i fondi statali nei loro stabilimenti settentrionali. Ancora una volta, fondi destinati allo sviluppo di zone depresse dell’Italia meridionale finirono per accentuare le disparità tra Nord e Sud.

Fu una occasione perduta. Il sogno della industrializzazione delle aree interne tramontò. E con essa l’obiettivo di placare la sete di lavoro e l’emigrazione. Lo sforzo, comunque, non fu del tutto inutile. Alcuni grandi aziende sono tuttora in attività, altre sono arrivate sulla scia di quei programmi (come la Fiat) e altre ancora, piccole aziende di imprenditori locali, sopravvivono fra mille problemi.

L’enorme flusso di risorse verso l’Irpinia era la spia e l’innesco di un processo di crescita del debito pubblico che avrebbe gravato a lungo sulle casse dello Stato. Quell’investimento era dettato non solo da motivi di efficienza economica. C’era in ballo pure la questione del consenso e la volontà dei partiti (a cominciare dalla DC) di disporre di incentivi materiali e simbolici per sopperire alla crisi delle appartenenze e alla disaffezione per la politica che inizia a serpeggiare nel ventre della società italiana. Il sistema clientelare basato sui mediatori politici si rafforzò. E infine arrivo pure la criminalità organizzata, che fiutò l’occasione e allungò le mani su un’area fino allora poco interessante perché economicamente arretrata.

La discutibile gestione dei fondi divenne uno scandalo nazionale. Si susseguirono le inchieste giudiziarie e venne istituita una commissione d’inchiesta parlamentare (1989-1991). Gli sprechi e le tangenti divennero l’occasione per strumentalizzazioni politiche che diedero nuova linfa a una narrazione radicata nel discorso politico e culturale sin dall’Ottocento: il pregiudizio anti-meridionale. Le zone più produttive del paese iniziarono denunciare i modi clientelari di distribuzione del denaro pubblico e il malaffare di democristiani e socialisti. Era l’origine delle Leghe.

La DC irpina intanto si era fatta classe politica nazionale. Anzi, era stato proprio la gestione disinvolta dell’enorme flusso di denaro e degli incentivi strutturali e simbolici del consenso — oltre che la centralità dell’evento terremoto nel dibattito pubblico — che permise l’ascesa degli irpini. Ciriaco De Mita, il figlio più talentuoso dell’Irpinia, già segretario nazionale DC dal 1982, venne nominato nel 1988 presidente del Consiglio. Era pure cambiato radicalmente lo schema politico dell’Italia repubblicana e, ancora una volta, il terremoto avevano dato una scossa. Enrico Berlinguer, il segretario del PCI, andò in Irpinia nei giorni immediatamente successivi al l’evento tragico.  Osservò, rimase in silenzio a lungo, rivolse poche domande ai dirigenti locali. Poi a Salerno, il 28 novembre, e senza consultare la direzione del partito, comunicò che il PCI abbandonava la solidarietà nazionale e l’appoggio esterno ai governi guidati dalla Democrazia Cristiana, per riposizionarsi sul fronte dell’alternativa democratica. La strada era aperta per il penta-partito e l’asse privilegiato, seppure turbolento, tra democristiani e socialisti.

Da qualche tempo gli storici e gli scienziati sociali hanno incominciato a ragionare su concetto elaborato da biologi, chimici e geologi: l’Antropocene. Con il termine si indica una nuova era geologica in cui il fattore antropico diviene centrale e in cui le azioni umane hanno una forza tale da influenzare gli equilibri terresti in maniera duratura e persino irreversibile. Eppure, la Natura e gli eventi naturali non hanno affatto perso agency. Anzi, hanno il potere di generare trasformazioni nel territorio e nel paesaggio, nella politica e nella sfera socio-economica e culturale.

 

Queste note anticipano un saggio in preparazione dal titolo provvisorio ‘Seismic Ruptures: Politics and Anthropology of Reconstruction after the 1980 Earthquake in Irpinia’. Ringrazio le studentesse e gli studenti del mio corso di Global History (MA in Global Politics e Management, LUISS) e Joseph Viscomi, lecturer in Modern European History a Birkbeck, University of London, che mi hanno generosamente offerto commenti, riflessioni, indicazioni.

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L'autore

Rosario Forlenza è Assistant professor di Storia Contemporanea e Antropologia Politica al dipartimento di Scienze Politiche, Luiss.


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