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Emergenza pandemica e governance multilivello. Riflettere su limiti e attribuzioni

Europa e regioni

La gestione dell’emergenza sanitaria dovuta al Covid ha messo in luce in molti ordinamenti, e non solo in Italia, le criticità della relazione tra Stato e articolazioni regionali. È accaduto in America, dove i singoli Stati si sono spesso trovati in dissenso con il governo federale sulle misure da assumere e hanno talvolta seguito strade differenti, più o meno rigorose. Si è ripetuto in Germania, dove la Cancelliera Merkel ha dovuto registrare molte frizioni con i Laender. Più in generale, ogni Stato caratterizzato da una articolazione federale o da forme più o meno accentuate di decentramento ha affrontato contrapposizioni tra poteri centrali e locali. La pandemia, tra l’altro, ha fatto deflagrare un confronto già acceso all’interno della stessa Unione europea. Non a caso il Commissario europeo Gentiloni ha parlato nei giorni scorsi, commentando il Rapporto 2020 di Italia decide, di una “radicalizzazione rancorosa” che negli ultimi anni aveva caratterizzato il clima dell’Europa, cui si va oggi fortunatamente sostituendo un I alla fiducia. Una fiducia ispirata dalla decisione “storica” di contrarre un debito comune  per obiettivi comuni. Quanto all’Italia, una dialettica vivace ha sempre connotato la relazione tra Stato e Regioni, le cui complessità sono state accentuate dalla riforma del Titolo V della Costituzione nel 2001. Nel periodo della pandemia il conflitto è emerso in tutta la sua ampiezza, rendendo più difficile l’adozione di decisioni rapide ed efficienti, con conseguenze che spesso hanno pesato sull’efficacia della risposta e delle soluzioni adottate. Anche nel nostro Paese, dunque, sarà necessario varare decisioni “storiche” idonee a superare contrapposizioni e oscillazioni tra centralismo e decentramento, tra chi sostiene la necessità di una forte convergenza di poteri in capo allo Stato, motivata da ragioni di efficienza e uniformità, e i sostenitori invece di una evoluzione in senso federale, con il riconoscimento di più ampi spazi di autonomia per le Regioni.

Tra resoponsabilità e autonomia

Fino a qualche tempo fa la linea di demarcazione delle competenze che richiedono una regia centrale era abbastanza netta: infrastrutture, reti, energia, ad esempio, mentre nessuno aveva messo in discussione la competenza delle Regioni in materia sanitaria. L’emergenza pandemica ha invece mostrato i limiti di questo assetto, quando nel dibattito è entrata non soltanto l’organizzazione del sistema sanitario, il suo finanziamento e il livello delle prestazioni “in tempo di pace”, ma il coordinamento di scelte e decisioni cruciali “in tempo di guerra”. La disponibilità di dispositivi, di farmaci e di vaccini, di posti letto e cure, le modalità di test e tracciamento della popolazione, le restrizioni alle libertà personali non possono, per ragioni di efficienza ed efficacia, in momenti di crisi profonda, essere oggetto di una continua negoziazione e tensione tra Stato e Regioni, ma richiedono una forte regia centrale. Anzi in molti casi sovranazionale.
Considerate queste complessità, la crisi che stiamo vivendo dovrà diventare l’occasione per una più profonda riflessione sul migliore assetto della governance multilivello tra soggetti dotati di competenze potenzialmente sovrapponibili, ma che devono dialogare, in un contesto di pluralismo che non deve sfociare nell’antagonismo.
In aggiunta, una eventuale riforma dovrebbe guardare alle competenze, ma anche, e soprattutto, alle responsabilità. Maggiore autonomia e più poteri vanno riconosciuti in base al merito, ma devono poter essere avocati allo Stato quando ricorrano circostanze eccezionali. Un corretto bilanciamento di poteri e responsabilità con la possibilità, in particolari fasi di crisi ed emergenza, o quando vi siano disfunzioni e inefficienze, di esercitare poteri straordinari da parte dell’autorità centrale – una sorta di clausola di supremazia – potrebbe consentire di superare le molte criticità che hanno rallentato la risposta alla pandemia. In un momento in cui l’unità nazionale e la coesione sociale sono essenziali, relazioni corrette e fluide tra le istituzioni sono un bene indispensabile per far prevalere la fiducia sull’incertezza.

 

Questo articolo è precedentemente apparso su Repubblica. Riprodotto per gentile concessione.